21 Giugno 2024
Italic

“Transparent” ovvero la famiglia differente. Ma famiglia comunque.

E poi c’è la televisione che non  è fatta di spettacoli sbiaditi, chiacchiericcio vuoto o pseudo-dibattiti ormai tanto insopportabili quanto vacui e scontati. Proprio poche sere fa, di quella televisione ne è tornato un pezzo pregiato. Sono i nuovi episodi della serie, trasmessa da Sky, dal titolo “Transparent”, con al centro della trama, ancora una volta, l’accettazione e la transizione sessuale della protagonista, poco più che sessantenne, appena passata dal genere maschile a quello femminile. E’ un delicato e misurato racconto sulla diversità. E’ la storia dell’anziana Maura Pfefferman, già austero professore universitario, che vive il travaglio del passaggio all’altro sesso in una partecipata empatia con la propria famiglia. Una famiglia complicata come un po’ tutte le famiglie, ma che -se c’è una morale della storia forse è proprio questa-trova un equilibrio (instabile, ma un equilibrio) nell’accettare ed apprezzare le diverse diversità di ognuno. Infatti dentro quella storia, non a caso scritta da una donna, ci sono tante storie differenti, perchè in fondo siamo tutti portatori di diversità non sempre semplici da accettare. C’è la diversità sessuale, ma c’è anche la diversità religiosa. Maura Pfefferman è anche ebrea come lo è la sua famiglia; e tutti devono fare i conti con il rapporto complicato con la comunità religiosa che guarda con sospetto a chi non risponde alle “liturgie” del Tempio. Ma anche la comunità dei diversi guarda con sospetto alle altre differenze, all’estraneo che invade quel mondo chiuso, necessariamente chiuso (anche per difendersi). Maura è un ex anziano signore che deve trasformarsi un’anziana donna e, quindi, ispira diffidenza in chi ha scelto da tempo di assecondare la propria diversità (le giovani e meno giovani amiche trans), assumendosene anche il peso pubblico e l’emarginazione che spesso ne deriva. Dentro la famiglia Pfefferman c’è la moglie che ha tollerato da sempre (e custodito) le “stravaganze” sessuali del marito (una forma di amore), però ormai non è più in grado di gestire e contenere quella diversità che esplode. Ci sono i figli problematici. La giovane figlia lesbica, anch’essa in una transizione incerta e confusa, il figlio fragile e alla ricerca di un senso, una direzione; la figlia più grande, apparentemente realizzata, tuttavia  insoddisfatta della vita coniugale, cosicchè cerca risposte o semplicemente stordimento  in una tentennante promiscuità sessuale. Eppure, alla fine, quando tiri le fila di questa famiglia così confusa e sconfinante hai davvero la netta sensazione di un equilibrio, di una serenità possibile anche dentro le tante diversità. Anzi, la sensazione, la certezza direi, è che la diversità accettata e condivisa sia l’unica strada  perché una comunità grande o piccola possa crescere in una partecipata serenità. Tant’è che mi viene in mente una bella scena del film “E giustizia per tutti” con Al Pacino. Il protagonista, un giovane avvocato con forte senso della giustizia, ha un problema per cui non può recarsi in tribunale a difendere un proprio assistito; perciò chiede ad un collega di sostituirlo, su per giù indicando l’imputato con queste parole. “…E’ alto, grosso, nero, con la barba, truccato, calze a rete, tacchi a spillo, ed una parrucca bionda. Ma è felice così”.

In quella frase c’è il tutto il senso di “Transparent”, che poi dovrebbe essere il senso, il fondamento, di ogni civile convivenza: guardare l’altro con occhi disposti ad accettare che ognuno veste o meglio cerca la propria felicità con abiti diversi.