di - 29 aprile 2018

In breve e dolorosa vita di un bambino

Ho evitato di affrontare, con un post su qualche social, la vicenda del piccolo Alfie; il bambino gravemente malato morto, pochi giorni fa, dopo un duro scontro fra i genitori, i medici e la giustizia inglese. Non ho commentato, perché quella vicenda è difficile da raccontare in poche battute. Ha bisogno di sedimentare un po’ e di un ragionamento minimamente articolato. Non la liquidi in un paio di battute. Parto da una certezza personale: sono un convinto sostenitore dell’eutanasia. Lo sono perché credo che la vita sia molto di più di un cuore che batte e polmoni che respirano; la vita è un intreccio di sensazioni, passioni, memoria, sensi, corpo, sogni, speranze, delusioni. La vita siamo noi consapevolmente. Nel caso del piccolo Alfie, quindi, non mi sconvolge, di per sè,  la scelta di non accanirsi su un corpo secondo i medici destinato alla sofferenza e non alla vita. Né mi indigna che quella decisione non sia stata presa dai genitori. Nel diritto inglese, al contrario di quello italiano, è lo “stato” che assume la responsabilità di impedire che un minore sia sottratto ad un dolore senza possibilità di guarigione, o meglio ad un dolore che non ha prospettiva se non altro dolore. I genitori sono naturalmente portati alla speranza contro l’evidenza, il loro giudizio è necessariamente deformato dalla passione e dall’amore. Un soggetto terzo che valuta e decide mi pare una giusta garanzia per il minore e anche per i genitori. Allora che cosa non mi ha convinto dell’intera vicenda? Non ho condiviso come il soggetto terzo (cioè la giustizia inglese) ha assunto quella drammatica decisione. In quello che immagino sia stato un dilemma terribile, il giudice inglese avrebbe dovuto ascoltare anche quei medici dell’ospedale italiano che si erano resi disponibili a prendersi cura del piccolo. Cioè, in un giudizio così complesso, certo era necessario ascoltare i medici dell’ospedale inglese, certo che la scienza doveva e deve avere un ruolo determinante nello stabilire se la sofferenza ha un senso o è solo strazio, ma ai genitori avrebbe dovuto essere consentito (garantito) di portare dentro il giudizio anche chi, dalla scienza, aveva concesso loro un barlume di speranza, un’altra possibilità. Senza dimenticare, tra l’altro, che ad oggi anche in Gran Bretagna vale la regola della libertà di circolazione per curarsi nei paese dell’Europa. Insomma, è inaccettabile che la decisione sulla vita del piccolo Alfie si sia consumata dentro una sorta di autosufficienza (viziata anche da una spocchiosa autosufficienza “patriottica”?) fra medici e giustizia inglese, quando altri medici, di là dai confini, hanno espresso altre scientifiche convinzioni, senza che quelle convinzioni siano state ascoltate, sottoposte a verifica e, se necessario, al giusto contraddittorio. La terzietà, cardine di ogni tribunale, nel caso di una decisione sulla vita delle persone, deve essere sottoposta ad un’intensa prova di resistenza, ad urti e prove di carico, perché quel cardine deve dimostrarsi ben più solido di quanto non si sia dimostrato nel caso del piccolo Alfie. PS: va da sè che non ho apprezzato –quindi non commento- gli sgradevoli ed inutili pretesti ideologici di cui quella vicenda è stata caricata, inopinatamente.