di - 6 marzo 2018

Casini e la crisi del socialismo europeo

Il “compagno”, Pieferdinando Casini, commentando il disastro elettorale del PD alle politiche dello scorso quattro marzo, ha suggerito di non fare scelte affrettate, di non aprire rese dei conti, perchè la sconfitta del partito si inquadra in una crisi più generale dei partiti socialisti europei. Casini ha ragione, ma solo in minima parte, evidentemente pagando il prezzo della sua fresca militanza nel centro-sinistra. Insomma, errori di inesperienza. Infatti, è vero che la crisi socio-economica ha messo in crisi la sinistra mondiale e particolarmente quella europea, ma il giorno dopo sconfitte clamorose non c’è un segretario socialista -anche giovani come Miliband o Zapatero- che sia rimasto al suo posto, annunciando dimissioni postdatate, magari in cuor suo pensando di tornare presto, come invece ha fatto il segretario del PD. Ma il limite più grande del ragionamento di Casini è che il neo/navigato/parlamentare, eletto grazie al Partito Democratico, ignora che quel partito è nato proprio cercando di andare oltre gli evidenti limiti del socialismo europeo. E’ nato per costruire una nuova “casa” dove trovassero un progetto comune le migliori tradizioni riformiste del paese (socialismo, liberalismo, cattolicesimo sociale). E’ nato per recuperare l’ambizioso progetto di Bobbio (qualcuno parlò di ossomiro politico) di costruire una sintesi possibile fra uguaglianza e libertà. Questa è stata la grande intuizione del discorso del “Lingotto” di Walter Veltroni, quando dette vita al partito democratico. Purtroppo poi, Veltroni, come è un po’ nel suo stile, non ha avuto la pazienza e la forza di volontà di portare avanti, con rigore e coerenza, quel disegno, arrivando infine, dopo travagli ed errori, alla grigia e inconsistente gestione di Pierluigi Bersani.

Molte persone sostennero la segreteria di Matteo Renzi , in alternativa a Bersani, proprio perchè al Pd arrivasse una scossa che ne recuperasse l’ambizione di realizzare un nuovo e più “aggressivo” riformismo, capace di misurarsi con un mondo in rapido cambiamento. Io fui tra quelli, anche se ho sempre scritto e detto che Renzi mi convinceva soprattutto per l’elemento di rottura che rappresentava in quel momento, ma non mi sono mai fatto illusioni sulle sue capacità di visione strategica e anche sul suo “altruismo”, inteso come capacità di implementare un partito plurale, con una leadership partecipata. E purtroppo la disillusione non ha tardato ad arrivare.

Matteo Renzi non ha cercato di costruire un partito aperto, inclusivo, capace di aggregare e cambiare. Ha invece voluto costruire un partito che fosse “suo”, con un gruppo dirigente dove sono stati privilegiati i fedeli sui  leali e competenti, un gruppo dirigente di propalatori delle parole d’ordine romane, anziché di persone capaci di ascoltare i territori, di dare voci al disagio sociale, trasformandolo in stimolo critico e proposte. Renzi ha voluto un partito dove il dissenso è stato mal sopportato e dileggiato, rubricato con disprezzo e invidia, astio, frustrazione; non un partito  orizzontale, ma fortemente verticale, centralista, come centralista è stato il suo progetto di Governo, con la logica del “so io ciò che serve”. Ovviamente lo scarso coraggio e la scarsa coerenza (fino all’opportunismo) della cosiddetta minoranza PD ha completato il quadro, rafforzando conseguentemente il renzismo, facendogli, più o meno consapevoli, da sponda e da alibi.

In conclusione, come ha detto e ridetto Massimo Cacciari, il partito democratico non è mai nato e, con Matteo Renzi, se non è morto, certo è stato gravemente ferito. Ma lui pare, ancora una volta, non comprendere o non volerlo fare. Quasi fosse attore di una brutta tragedia shakespeariana, circondato dai fedelissimi, Renzi difende il fortino, se stesso, vede nemici ovunque, complotti, congiure, cerca alibi (subito diffusi dai fan club operanti sui social come niente fosse accaduto, anzi), non sa assumersi responsabilità, assolvendosi e chiedendo assoluzioni. Lo fa ormai da quindici mesi, da dopo il fallimento del referendum costituzionale, universalmente identificato (tranne che da lui e dal suo entourage) come una sua sconfitta personale, la sua perdita di connessione con gli elettori, specialmente con il cosiddetto “popolo della sinistra”. Come il titolo di una bella canzone di De Gregori, lo slogan di Matteo Renzi, ora come allora, sembra essere “…e non c’è niente da capire”. In questa ostinazione, però, rischia di consumarsi ogni possibilità di restituire senso e prospettive a un partito riformista moderno ed europeista. Ciò di cui il paese avrebbe ancora bisogno.