di - 6 marzo 2018

Lo stalker del PD

“Non starò qui a cercare parole che non trovo, per dirti cose vecchie con il vestito nuovo”, cantava l’unico cantautore italiano, Francesco Guccini. Ecco, che dire al “Partito Democratico” e a “Liberi e Uguali”? Che cosa dire alle figure di spicco dei partiti del centro-sinistra?

Forse che tutti quanti, in proporzione, hanno sbagliato qualcosa. E che siccome l’Europa e il Mondo non sono attualmente, per cultura e intenti sociali, sostenuti da ideali di uguaglianza, ma piuttosto da venti di chiusure, da razzismi e da difesa di interessi piccoli o di pochi, anche l’Italia non poteva non esprimere un voto in linea con questa tendenza più che solida della nostra contemporaneità.

Tuttavia c’è chi ha più responsabilità di altri nel declino imperioso della sinistra italiana. Dopo D’Alema lo scettro adesso va certamente a Matteo Renzi, come ha dimostrato con la sua incapacità di analisi serena: l’annuncio di dimissioni/non dimissioni.

Diciamo francamente, questo PD è morto. Nel senso che è sempre più e soltanto il partito di Matteo Renzi. E certo è per questo che Renzi non vorrebbe mollare proprio adesso. Dice a se stesso: “ma come?, ho rottamato i vecchi comunisti che con LeU hanno preso una batosta elettorale, mentre pensavano di erodere i voti dem; ho scelto i parlamentari uno per uno; ho la segreteria in mano; questo circa 19% è tutto mio…

Eppure, dentro al suo partito, tutti si stanno armando contro di lui – l’uomo è bravo a far coalizzare i suoi nemici. Già avevamo visto le avvisaglie nel percorso indipendente del PD romano, con le conferenze di Zingaretti e Gentiloni, Veltroni e Gentiloni, rigorosamente senza Renzi, rigorosamente orgogliosi del PD di una volta, quello pre-renziano, prima delle elezioni. Oggi il fuggi-fuggi è cominciato e sarà rimarchevole nelle prossime settimane.

Renzi, dopo la sconfitta al referendum sul Senato del dicembre 2016, ha perso la bussola e ha inanellato una serie di decisioni sbagliate che se non esistesse il caso sembrerebbero mosse che hanno dietro un piano strategico. Ma qui l’unica strategia sembra quella della distruzione del PD.

Renzi dovrebbe sapere che un gruppo di armati di feroce rabbia si sta ancora coagulando attorno a LeU; dovrebbe sapere che i parlamentari che ha scelto, una volta insediati possono scegliere pure in libertà, visto il declino della sua leadership; dovrebbe sapere che la segreteria in mano con l’aria che tira lo indebolisce più delle vere dimissioni; dovrebbe sapere che un 19%, pur tutto suo, impallidisce di fronte a tutto il suo quasi 40% del referendum di oltre un anno fa…

Come si fa a dichiarare “no inciuci, no caminetti, no odio”. Sembra sia proprio la voglia di vendetta a muovere queste parole, perché se fosse rivalsa vorrebbe dire almeno che qualche speranza di non mollare Renzi l’avrebbe, ma ora dovrebbe sperare soltanto di fare quello che ha detto, “il senatore semplice”, salvo però procrastinarlo, nella sua agenda, di quasi due mesi, volendo proseguire a gestire il partito che ha smembrato passo passo.

L’atteggiamento è quello dell’antipatia del comandone, del ducetto. Ovvero l’atteggiamento più odioso di tutti agli occhi del popolo, perché finché sei in sella e decidi per il Paese ti possono anche concedere di avere un caratteraccio, ma quando pensi di scalciare una volta caduto, allora gli altri ti si fanno addosso e cominciano a menare.

Ora lo scenario che si apre di fronte al Presidente della Repubblica è caotico. E il PD non sarà motore di nessuna possibile proposta. Renzi ha detto che non andrà al Colle per le consultazioni, ma andrà a sciare – un’ulteriore prova di arroganza che anche se fosse motivata da freddezza (che sempre c’è stata) tra lui e Mattarella non giustifica la maleducazione. Se invece fosse già un segno delle dimissioni, allora che siano dimissioni immediate e irrevocabili, e che arrivi dimissionario al congresso PD. Invece di proseguire a fare stalkering al suo partito.