di - 8 marzo 2018

Lorenzo Beccati, Opinioni di un altro clown, Cairo 2017, pag.160, € 13,00.

Il titolo rimanda volutamente alle Opinioni di un clown di Heinrich Boll, ma Lorenzo Beccati dà la parola ad un protagonista che non è stato clown nella sua vita, ma un impiegato ben retribuito, finché non è stato licenziato, a “cinquantadue primavere suonate”, e non ha più trovato lavoro. Piaga diffusa tra i giovani, la disoccupazione, che spesso non hanno avuto nemmeno le esperienze formative richieste per essere messi alla prova, ma purtroppo anche tra i meno giovani che non trovano più spazio su un mercato selettivo ed esigente.
Lui ha cercato, si è fidato di annunci rivelatisi truffaldini e ladri, ha sperato, atteso, poi si è dovuto arrendere per sfamare la moglie e un figlio piccolo. E siccome quello del pagliaccio è l’unico lavoro che gli extracomunitari non ci portano via- dice- tanto vale fare il clown. Non è un clown professionista e famoso, è un clown improvvisato che fa del suo meglio, che accetta le comparsate più umili e veloci, fa il clown anche per mezz’ora, sopporta le offese dei bambini, perché “molti bambini odiano i clown” e sono crudeli con coloro che sentono in difficoltà. Riceve compensi di piccola taglia.
C’è ironia amara in tutto il romanzo di Lorenzo Beccati. Anche se non si cede alla commiserazione, quel clown rappresenta il fallimento di un progetto di vita, la cancellazione della fiducia in sé come marito e come padre, la caduta delle prospettive e della speranza, l’umiliazione e la vergogna, la perdita del desiderio di vivere.
E’ umiliante dover sopravvivere con i pacchi di pasta donati, doversi accontentare della verdura malridotta che i negozianti a fine giornata danno a poco prezzo o regalano, umiliante subire lo scherno del suocero, il disprezzo del figlio che si vergogna del padre, quello della moglie che ormai lo rifiuta: fare sesso, quelle poche volte che lei cede alle richieste insistenti, è “come fare una seduta dallo psicanalista, tu stai steso e ti dai da fare, lei rimane impassibile, si annoia e ti compatisce”.
Se il lavoro è un diritto ed un dovere, come recita anche la nostra Costituzione, l’assenza del lavoro è la cancellazione della dignità.
Ci sono sempre responsabili in tutto questo, magari il capoufficio che ha dovuto ridurre il personale per la sopravvivenza dell’azienda in tempo di crisi economica. Ma sono davvero loro i responsabili o sono dei semplici esecutori? Hanno agito secondo i meriti e secondo giustizia? Comunque se non fosse stato lui, il licenziato, sarebbe toccato ad un altro. E’ un problema che ha confini molto più estesi, ancora in attesa di soluzioni, con la speranza di nuovi orizzonti lavorativi che rispondano ai tempi che cambiano.
Questo clown è diventato un fine conoscitore dell’animo umano: della realtà e dei tipi che incontra non gli sfugge nulla, sa riconoscere un disoccupato alla prima occhiata, deve difendersi dalla cattiveria che dilaga e dal sospetto. Il pensiero della vendetta lo sostiene, gli fa compagnia, lo consola. Ucciderà il capoufficio? O un colpo di pistola gli offrirà una via d’uscita dignitosa?