20 Giugno 2024
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Umberto Galimberti, L’etica del viandante, Feltrinelli, Milano 2023

«Stante l’adattamento passivo della politica alle condizioni dell’esistenza create dalla tecnica, l’antico concetto di politica come governo di una società fatta di uomini, con l’intento, come voleva Aristotele, di creare per essi le condizioni di una “vita buona e felice”, è definitivamente tramontato e sostituito da una concezione della politica che non governa più gli uomini, ma strutture, ruoli, funzioni, specifiche competenze, perché solo così la complessità sociale diventa compatibile con il calcolo tecnico».

In questo contesto, o come dice anche Galimberti nel suo ultimo libro, ambiente, mondo, scenario, la “condizione universale” per produrre qualsiasi bene, la mediazione tecnica attraverso cui solo si lasciano raggiungere tutti gli scopi e i fini che gli uomini si possono prefiggere, si ha che: «Da qui il successo del populismo, che semplifica le questioni incomprensibili al grande pubblico con slogan semplici, efficaci e ad alto impatto emotivo, la cui verità sfugge alla verifica del grande pubblico». Umberto Galimberti, in questo saggio denso e veloce, parte da un’analisi della contemporaneità che vede caratterizzata da un “monòtono”: il tono della tecnica moderna definita così: «Con il termine tecnica intendiamo sia l’universo dei mezzi, che nel loro insieme compongono l’apparato tecnico, sia la razionalità che presiede il loro impiego in termini di funzionalità ed efficienza. Essa consiste nel massimo degli scopi con l’impiego minimo dei mezzi».

In sostanza Galimberti vede il nostro mondo caratterizzato dalla sua sotto-posizione rispetto alla presenza di un assoluto; qualcosa che fa riferimento solamente a se stesso, al proprio accrescimento, al proprio auto-potenziamento. In esso «All’insegna di questo imperativo, in cui la tecnica riconosce la sua etica, il positivo è per intero inscritto nell’esercizio della potenza tecnica, e il negativo è circoscritto all’errore tecnico, al guasto tecnicamente riparabile. In questo modo la tecnica guadagna quel livello di autoreferenzialità che la sottrae a ogni condizionamento e la pone come assoluto. Un assoluto che si presenta come un universo di mezzi, che non ha in vista dei fini, ma solo dei risultati, che la tecnica presenta come fini del suo operare, per poi tradurli in ulteriori mezzi per l’incremento infinito della sua efficienza». E ciò ormai stabilisce per gli esseri umani un contesto, nel quale l’unico possibile è il «possibile» generato dall’apparato tecnico, nel quale gli unici fini sono quelli previsti dal sistema e nel quale la domanda di senso risulta inevasa, perché non fa parte della grammatica dell’intero apparato/linguaggio tecnico. Un mondo monòtono «Che conserva sempre, o quasi sempre, lo stesso “tono”, che si ripete a intervalli regolari, detto di suoni, voci, rumori e simili»; un mondo nel quale la tecnica scandisce il decentramento del soggetto umano (al pari delle grandi “mortificazioni” che già avevano assestato al narcisismo dell’uomo sia Copernico che Darwin che Freud) da soggetto dell’etica a oggetto dell’apparato tecnico stesso, un mondo nel quale non sono più possibili rivoluzioni, un mondo dentro al quale la razionalità del sistema (declinata come calcolo o, come voleva Max Horkheimer, nei termini di ragione strumentale) realizza, appunto, un mondo nel quale «A questo punto le leggi di questa razionalità non appaiono più oppressive, perché a opprimere non è una volontà umana, ma una razionalità impersonale che, quando è  interiorizzata istintivamente da tutti, non viene neppure vissuta come opprimente, esattamente come i pesci del mare non sentono la pressione dell’acqua».

C’è da dire che Umberto Galimberti, ovviamente, centra precisamente il bersaglio quando afferma  che il tono del mondo contemporaneo è stabilito dalla tecnica, anche se per amore di verità e giustizia (come dicono i familiari delle vittime di qualche omicidio quando fanno manifestazioni pubbliche), forse il filosofo di Monza ha tagliato un po’ troppo con l’accetta le cose: è lui stesso, infatti, a parlare di complessità e poi, del pari, accetta che questa complessità sia dominata quasi interamente dalla dimensione tecnica. Ma sono dettagli! Il punto è che Umberto Galimberti, in questo libro, produce un’ottima analisi del proprio tempo (questa espressione è parte di una famosissima frase di Hegel); e non si ferma a questo: propone pure una soluzione rispetto alle secche e alle contraddizioni del presente. La sua proposta è configurabile, come dice il titolo stesso del volume, come Etica del viandante. In soldoni, l’idea è la seguente: a fronte della situazione descritta sopra – che ha visto definitivamente mutare il rapporto tra l’uomo e il suo ambiente (la natura, la realtà, se si vuole: il «noumeno» kantiano) in un modo in cui «Oggi la natura può vivere solo grazie all’assistenza tecnica, la stessa che un giorno l’ha compromessa, modificando le condizioni d’esistenza del mondo umano e animale nel loro ricambio organico con la natura. Se, come ci ricorda Hans Jonas, guardiamo la monotonia di distese di cereali solcate da mietitrici solitarie e irrorate di antiparassitari erogati in volo, abbiamo un esempio elementare ma indicativo di come la tecnica, anche quando la iper-naturalizza, in realtà la de-naturalizza, perché crea un paesaggio così poco ospitale e così poco comunicativo che persino una grande fabbrica offre un volto più umano» – allora deve accadere che la stessa scienza offra a sé stessa dei limiti nel segno di una implicazione reciproca (fra uomo e natura) che preveda un cambio di paradigma. Da quello antropocentrico o quello biocentrico. Intendendo con quest’ultima nozione e dicitura quella tendenza di pensiero che «Concepisce l’uomo come uno dei tanti viventi che la natura genera senza alcuna supremazia rispetto agli altri viventi, vegetali e animali, che, al pari dell’uomo, vanno rispettati». Ne conclude Umberto Galimberti stesso che: «Dopo che la scienza ha abbandonato il paradigma meccanicistico che ha autorizzato il dominio incontrastato dell’uomo sulla natura ed è approdata al nuovo paradigma che stabilisce l’interconnessione di tutti gli elementi (uomo compreso) nell’Universo e la legge dell’entropia, la scienza non può più definirsi neutrale nel contesto umano in cui vive e opera. E pertanto gli scienziati, che a differenza della gente comune e dei politici conoscono gli effetti disruttivi che le loro scoperte possono avere se utilizzate, come ci ricorda Enzo Tiezzi, “per fini di profitto, di consumo, di egemonia”, dovrebbero essere loro a imporsi una volontaria autolimitazione , perché le conoscenze di cui dispongono non concedono più loro una comoda neutralità, ma richiedono una loro presa di posizione e quindi una responsabilità che, se non è verificabile sul piano legale, lo è sul piano morale».

Ma, come sanno tutti: è molto scabroso, infido nonché pericolosissimo muoversi all’interno del piano morale: infatti, chi deciderà poi i parametri (e in base a quale scala di priorità?) rispetto ai quali gli scienziati rispetteranno la vita sulla Terra? Il discorso morale è certamente bello e nobile ma molte volte non è affatto (nelle sue conseguenze) progressivo, anzi è piuttosto regressivo se si deve essere onesti…

Se si vuole seguire, del resto, ancora Umberto Galimberti quando afferma che «il progresso è stato sostituito dallo sviluppo», restano altrettanti forti dubbi intorno al concetto di questa volontaria autolimitazione, la quale corrisponde alla strada del viandante, che non segue una meta (un fine, un senso, la ricerca di un senso) ma si accontenta di conoscere passo per passo il tratto di strada che egli stesso si trova ad avere di fronte. Lentamente, silenziosamente, rinunciando ai grandi sogni e regolandosi (nel suo andare) al contrario di come diceva Alexandre Koyré: «Dall’universo della precisione al mondo del pressappoco». Insomma, del per lo più, del tanto quanto. In soldoni: «Ora spetta all’etica fare il salto di qualità sollecitando l’intera umanità a far diventare reale il possibile che alberga nel profondo dell’uomo, estendendo nel profondo della fraternità oltre il prossimo, fino a comprendere tutte le forme di vita oggi minacciate dalle etiche delle varie culture che, a causa del loro sfondo antropocentrico che tutte le accomuna, vanno trascese perché sono ormai incapaci di difendere la vita». «A differenza del viaggiatore che, anche quando si sposta, non esce mai dal suo mondo abituale e quindi dalle sue abitudini, il viandante ci invita a esporci all’insolito dove è possibile scoprire, ma solo per una notte o per un giorno, come il cielo si stende su quella terra, come la notte dispiega nel cielo costellazioni ignote, come la religione aduna le speranze, come la tradizione fa popolo, la solitudine fa deserto, l’iscrizione fa storia, il fiume fa ansa, la terra fa solco, in quella rapida sequenza con cui succedono le esperienze del mondo che sfugga a qualsiasi tentativo che cerchi di fissarle e di disporle in successione ordinata, perché, al di là di ogni progetto orientato, il viandante sa che la totalità è sfuggente, che il non-senso contamina il senso, che il possibile eccede sul reale, e che ogni progetto che tenta la comprensione e l’abbraccio totale è follia».

L’Etica del viandante, dunque, ci invita a esporci all’insolito: cioè al particolare. Si tratta di un’etica frammentaria, segmentata, intenta più al Processo che – per citare un libro famoso di Alfred North Whitehead – alla Realtà. E, in effetti circola una specie di strano alone romantico all’interno di questo libro di Umberto Galimberti. Un libro che è sorretto da una buonissima analisi (supportata anche da riferimenti storici e filosofici molto opportuni) ma che difetta, in perfetta buona fede da parte dell’autore non c’è dubbio, di una conclusione davvero convincente. Farsi carico del dato di natura, infatti, in termini etici vuole dire far parlare la natura stessa, non far parlare l’essere umano che discute del rapporto che egli stesso ha con la natura. È un inghippo.

Gianfranco Cordì

Gianfranco Cordì (Locri, 1970), ha scritto dodici libri. E' dottore di ricerca in filosofia politica e giornalista pubblicista. Dirige la collana di testi filosofici "Erremme" per la casa Editrice Disoblio Edizioni. Dirige le tavole rotonde di filosofia del Centro Internazionale Scrittori della Calabria.