di - 24 marzo 2018

“Call me by your name” (L. Guadagnino, USA-ITA-FRA-BRA 2017)

Osannato da pubblico e critica, questo film di Guadagnino, che ha avuto la sceneggiatura del da sempre sopravvalutato James Ivory (qui premiato senza particolari meriti con l’Oscar), è tanto pretenzioso quanto modesto. E dunque melassoso più che commovente. Guadagnino – autore tra gli altri di Melissa P. (2005), Io sono l’amore (2009), A bigger splash (2015) – non esattamente opere di portata epocale – si cimenta qui col tentativo di costruire un affresco socio-culturale su una certa realtà italiana, e non solo, degli anni ’80, avendo come perno il tema dell’omosessualità. E’ infatti la storia del sentimento liberato del giovane Elio (Timothée Chalamet), di famiglia ebraica, figlio di un illustre archeologo, verso un allievo del padre, Oliver (Armie Hammer). Questi è un dottorando di ricerca statunitense anch’egli ebreo. Passa alcune settimane in una villa lombarda insieme con la famiglia del suo tutor e in compagnia di altri numerosi amici, in allegra brigata. Oliver dapprima capisce e finalmente ricambia le attenzioni del ragazzo; fra i due si sviluppa una vera storia d’amore, narrata nella sua faticosa e imbarazzata genesi, e nel suo fatale decadere, una volta che la vacanza sarà finita.

Su questo film sono state fatte riflessioni di notevole efficacia, dagli accenti fortemente critici, da Daniele Balicco (Una consacrazione impropria… in Le parole e le cose del 7 marzo scorso: http://www.leparoleelecose.it/?p=31415). Esse riguardano soprattutto le ragioni profonde del successo del film, e la questione della empatia, della identificazione, verrebbe da dire del transfer, fra lo spettatore e un certo ambiente altoborghese e illuminato (ma fasullo) molto più che con la storia d’amore tra Elio e Oliver. Due sono i passaggi di questo contributo ai quali vorremmo aggiungere qualche semplice notazione.

La prima formulazione di Balicco è la seguente: “Al nostro regista palermitano interessa la vita dell’alta borghesia internazionale, quella sorta di patriziato urbano colto (anche se rappresentato con tutti i cliché con cui i semi-colti pensano la cultura), cosmopolita, poliglotta, ricchissimo, liberale nei costumi e nella politica”. Verissimo. E la cultura, così come la ricerca e il mondo universitario, sono banalizzati sino alla caricatura inconsapevole. Il poliglottismo  vistoso, che di cultura elevata e università rappresenterebbe una componente costitutiva, fa sorridere: nel film si parlano almeno quattro lingue (italiano-francese-inglese-tedesco) senza che il passaggio dall’una all’altra risponda a una logica apparente; la scoperta nel lago di Garda di una statua bronzea di età classica o ellenistica (non sapremmo dire) è quasi ridicola, ma come rinunciarvi dato il settore scientifico di cui si occupa il padre di Elio? Però una volta portato a riva il pezzo pregiato tutto sembra chiudersi lì, quasi fosse una scena mozzata; alcuni dialoghi sono mera ostentazione di erudizione fine a se stessa: Buñuel – come non conoscerlo? – definito a tavola da un amico della famiglia “genio del surrealismo” (certo, e con ciò?); letture e commenti di passi di filosofi antichi e contemporanei; ma anche l’improbabile Oliver (una specie di John Travolta di serie B) che dopo il suo arrivo e una iniziale considerazione da  vero dottorando, che suscita ammirazione generale, si rivela un ragazzone tutto preso dal ballo, e dagli sbaciucchiamenti con le amiche di Elio per poi arrivare alla passione per Elio senza apparenti iati: è curiosa la costruzione di questo carattere, non è normale il suo oblìo pressoché totale verso lo studio, l’infischiarsene bellamente di quello stile composto e serioso da ricercatore in pectore che ogni dottorando ha davanti al suo professore. E lo stesso Elio, giovane coltissimo e più maturo della sua età, lettore accanito, dal quale ci si aspetterebbero gusti sofisticati, che invece ascolta una musica di livello infimo, anche se era musica di quegli anni (ma ce n’era di migliore).

La seconda formulazione che interessa riguarda “la deformazione soprattutto storica… Le campagne industrialmente coltivate della bassa padana sembrano uscite da una pagina di Carlo Levi: terre un po’ magiche alla fine del mondo, popolate quasi esclusivamente da vecchi contadini rimbambiti. Girando in bicicletta, i due protagonisti trovano qua e là immagini nostalgiche del Duce. Ad Oliver che si sorprende, Elio risponde laconico: «gli italiani sono questo». Poco importa che il film sia ambientato all’inizio degli anni ’80 e che un italiano su tre – soprattutto in quelle campagne – voti ancora per il PCI. E poco importa che l’Italia stia per diventare la quinta potenza economica del mondo…”. Effettivamente anche qua, Bertolucci e in primo luogo Olmi sono lontani anni luce. La descrizione della realtà padana è mal riuscita e per vari aspetti la ricostruzione storica, che vuole ammiccare anche al presente (in una tivù si vede uno sketch con il giovane Beppe Grillo), è inesatta. Rispetto a quanto rilevato da Balicco, non saremmo così sicuri tuttavia che nelle campagne padane il PCI ottenesse nel 1983 (la data drammatica della pellicola) consensi così ampi.

La parte finale è dominata dalla caratterizzazione dei genitori di Elio come figure di larghe vedute che incoraggiano il ragazzo a godersi la sua passione, e  poi lo consolano quando è finita, complimentandosi con lui per aver saputo coraggiosamente vivere un momento irripetibile della vita. Sottintendono forse: superando le barriere delle convenzioni e le censure delle mentalità corrente e mostrandosi forte quando gli arriva la notizia che Oliver si sposerà. Solo che di queste convenzioni e barriere e conflitti nel film non c’è traccia: l’ambiente “intellettuale”, altoborghese, agiato (giovani amiche e innamorate di Elio incluse), ambiente nel quale lo spettatore fragile vuole identificarsi, non è mai rappresentato come capace di concepire simili miserie umane; e anche questo è un elemento che toglie un ulteriore oncia di credibilità alla pellicola.