di - 23 aprile 2018

La Repubblica Parlamentare non può giocare in attacco con la maglia di Buffon

I quasi due mesi, per ancora non formare un governo, non sono soltanto un’evidente responsabilità di coloro che si sono dichiarati vincitori delle elezioni del quattro marzo scorso, nel nostro paese, ma sono il fallimento evidente di oltre ventanni di vita della cosiddetta seconda repubblica. E’ il punto di caduta di una classe dirigente che, di fronte all’evidente crisi di rappresentatività e di capacità decisionale della politica, non ha affrontato il tema di fondo; cioè se la nostra forma di governo (la repubblica parlamentare) ha ancora il necessario vigore ovvero se bisogna ragionare su un cambio radicale (presidenzialismo, semipresidenzialismo, cancellierato?). Il sistema elettorale poi dovrebbe essere la conseguenza – l’integrazione- della forma di governo (chi scrive per esempio è per il semipresidenzialismo alla francese, con doppio turno elettorale, che mi pare ben aderisca al nostro tessuto socio-politico). Invece, in tutti questi anni, la classe politica, per incapacità o mancanza di coraggio poco importa, ha cercato escamotage che, di fatto, avevano lo scopo di archiviare (senza mai dirlo apertamente o spiegare il perchè) la repubblica parlamentare, facendole giocare un ruolo non suo, cioè quello di una repubblica presidenziale o, tutt’al più, di una sorta di premierato non dichiarato; un po’ come chiedere a Buffon di fare il centravanti, senza però cambiargli neanche la maglietta. Questo escamotage è stato tentato utilizzando la legge elettorale (dal porcellum all’italicum), perché lì si indicasse il Presidente del Consiglio, con una sorta di suggerimento a furor di popolo (sostanzialmente un obbligo) al Presidente della Repubblica che, a Costituzione invariata, di norma, affida “liberamente” l’incarico di formare il Governo. La sua prerogativa più rilevante. Non aver affrontato il vero tema, cercando scappatoie di corto respiro, è stata una colpa grave anche del Governo Renzi, che pure aveva tentato una riforma costituzionale (bocciata clamorosamente dagli elettori), che si è ben guardata dal toccare la forma di Governo, così come del resto non ha cancellato il Senato, ma ha ragionato solo in termini di “semplificazione” dei passaggi di formazione del governo (con la fiducia solo alla Camera), senza tuttavia affrontare il tema essenziale della forma di Governo, lasciando tutto com’è, cercando di utilizzare, anche in questo caso, la legge elettorale (l’italicum) per giocare il ruolo di formatrice del Governo. Così siamo ancora qui. Con una pessima legge elettorale, un sistema parlamentare a cui i leader hanno chiesto e chiedono di fingersi sistema presidenziale; un annaspare soluzioni che non arrivano,  piccoli inutili mostriciattoli istituzionali. Insomma, tutti bocciati in diritto costituzionale. Soprattutto in riformismo.