21 Aprile 2024
Words

Stato, mafia, trattativa, servizi

La regola è sempre quella, da Giosuè nella Bibbia ai giorni nostri: il capo del governo o un suo delegato ordina le operazioni al capo dei suoi Servizi, e il direttore dell’Agenzia obbedisce oppure rassegna le dimissioni. Quindi, tutte le sciocchezze sui Servizi “deviati” o “inquinati” sono, appunto, maliziosi errori tecnici. O diffamazioni. Se il Servizio è “deviato” allora quello che è davvero deviato è proprio il Capo dell’Esecutivo, se invece accade qualcosa che non dovrebbe accadere o c’è un errore di esecuzione, o semplicemente qualcosa che va storto, per qualche maligna coincidenza.

Tutte le storie sulle “deviazioni” dei Servizi sono, quindi, o diffamazioni, in nome e per conto di qualche servizio nemico, oppure segnali di incompetenza del capo del governo (e Dio solo sa quanti ce ne sono stati) oppure operazioni mal gestite o male organizzate. Oppure, ancora, azioni con i quali i governi creano il loro capro espiatorio. E questo è ciò che è accaduto più spesso, in Italia, nel secondo dopoguerra.

Certo, noi avevamo, durante la Prima Repubblica, dei capi di Governo che volevano costruire una maggioranza con il PCI, e per questo erano disposti a tutto. Anche a dare ordini in contrasto con le altre operazioni atlantiche, o in opposizione all’interesse nazionale del tempo. E le vendette c’erano, altroché se c’erano. Questa sarebbe una buona indicazione per rileggere il caso Aldo Moro…

Ma ci furono anche operazioni straordinarie dei nostri Servizi: per esempio, contro i francesi che avevano scelto un altro cavallo, il nostro invio al potere di Ben Alì in Tunisia, visto che nel sud di quel Paese passavano molti oleodotti strategici che avevano origine in Libia. La stessa scelta di Muammar el Gheddafi come Rais libico, scelta che fu siglata durante una riunione in hotel ad Abano Terme. Per non parlare della nostra antica penetrazione nelle aree islamiche dell’India britannica, durante il periodo coloniale del primo novecento, quando arruolammo anche il famoso Mahatma Gandhi; o delle operazioni in Trentino Alto Adige, negli anni ’60 del XX secolo, quando i terroristi tedescofoni si facevano aiutare dalla Francia.

Non è, questo dei Servizi, un mondo che si comprende con il diritto astratto, ma solo con la logica dell’azione, che deve essere pienamente coperta dal capo dell’Esecutivo, che è tenuto sempre al massimo segreto, e al sostegno di tutti gli uomini dell’intelligence che stanno eseguendo i suoi ordini. Se, per esempio, gli ufficiali del Servizio avessero detto ai giudici chi loro pensavano essere stato l’autore della bomba nel treno 904, o il nome di quello che aveva messo l’esplosivo alla stazione di Bologna, o tanti altri segreti del cosiddetto “stato deviato”, ci sarebbero stati altri attentati, molti attentati, da parte di chi aveva compiuto i primi.

Abbiamo poi salvato due volte la vita a Gheddafi, contro gli inglesi che volevano riprendersi il petrolio che il Rais aveva concesso a noi; abbiamo anche salvato la vita a De Gaulle, che era sempre nel mirino dell’OAS, ma ci sono tante operazioni, rimaste coperte, che farebbero il vanto anche di servizi ben più famosi dei nostri.

Comunque, non si mettono in mano ai magistrati questioni di altissima sicurezza per lo Stato e la sua sopravvivenza. I processi sono sempre pubblici e la vendetta del nemico immediata. Non si pone “’a fessa in mano ai picciriddi”, per dirla con un geniale proverbio napoletano. Certo, le Strutture hanno fatto molti errori, si sono divise tra correnti DC e vari altri politici di riferimento, hanno fatto qualche regalo informativo a questo o quel dirigente di partito, ma sulle cose serie hanno sempre eseguito gli ordini. Che spesso erano emanati da incompetenti o da furboni che mettevano in crisi il Servizio per salvare la classe politica, che era la vera responsabile di molti disastri. Quella classe politica che anche il PCI ha contribuito a salvare, per poi arrivare all’attuale configurazione della “seconda repubblica”, scaricando molte colpe sugli apparati che non possono parlare né difendersi. La fama maligna dei Servizi ha salvato i politicanti, dalla prima alla seconda repubblica. E tanti ne salverà ancora.

Per quanto riguarda poi la questione della “trattativa” tra Stato e Cosa nostra, la questione è più complessa. Certo, è probabile che ci siano stati contatti tra uomini dello Stato e mafiosi, ma in questo caso si chiamano sempre “informatori”. Quanti ne avevano Falcone e Borsellino! Un’infinità. Ci si fa dire una cosa dalla cosca X, per poi mettere nei guai la cosca Y. Che poi parla contro la X. Così venne fuori il maxiprocesso. Peraltro, non ci sono oggi prove reali contro gli imputati, e nemmeno indizi. Molte prove accettate dal tribunale “grilliniforme” che ha condannato Mori e altri erano peraltro state cassate o ritenute false in altri giudizi. Si crede forse che i pentiti di mafia non abbiano interesse a manipolare la giustizia, per farsela da soli o indirizzarla verso i loro nemici?

Poi, il generale Mori e gli altri condannati sono stati giudicati colpevoli di aver compiuto “un attentato contro un organismo costituzionale” (art. 289 c.p.). Si tratta del governo, naturalmente. Cosa immaginano allora i giudici di Palermo? Che gli imputati abbiano lavorato con Cosa nostra per eliminare l’Esecutivo? Che Mori e Subranni, del ROS dei Carabinieri, abbiano utilizzato la mafia per fare chissà che altra cosa? E il tutto con l’obbligo di rapportare al ministro competente, peraltro.

Naturalmente Giovanni Brusca, il più feroce capomafia del dopoguerra, il pentito più ascoltato, è stato assolto in questo processo, sia pure per prescrizione. Forse i magistrati palermitani di oggi credono che Brusca non abbia compiuto una vendetta mafiosa tramite il loro processo?

Tralasciamo poi tutti gli altri aspetti di questo processo, che sono tragicomici. Certo, la mafia ha parlato con lo Stato, da sempre, ma tramite canali ben diversi da quelli che credono i giudici siciliani, uno dei quali si prepara a una carriera grillina come ministro della giustizia. Certo, spesso il Servizio ha saputo, ma era obbligato al silenzio, proprio per non incorrere nel reato scovato da questa brava giuria. Spero però cha la giuria si legga, finalmente, qualche buon libro sulla mafia. Che so, i testi di Giovanni Fiandaca, i libri dello storico Salvatore Lupo, di Vincenzo Ceruso, del mio bravissimo ex-allievo Scarabelli, che però è piemontese. Insomma, meno scandalismo a basso prezzo, più studio matto e disperatissimo.