di - 28 giugno 2018

Sortition, lettera a Beppe Grillo

Caro Beppe Grillo,
benvenuto nel mondo delle politiche partecipative. Chi come me se n’è occupato per anni aspettava proprio lei. Infatti, coloro che hanno costruito processi democratici dal basso, tavoli partecipativi, pratiche di democrazia deliberativa, si meravigliavano riguardo al medievale pensiero della fantomatica democrazia diretta dei grillini; una miserrima, negligente e falsa democrazia “uno-vale-uno”, dove la piattaforma digitale non è la piazza della discussione, ma soprattutto il decisore pilotante.
Adesso, lei, forse ormai scevro da ripensamenti di capo popolo, ormai fuori dai giochi della politica politicante (di cui adesso si devono occupare i suoi figliocci), può candidamente recuperare una qualche forma di curiosità personale. Ed ecco così il suo approdo alle spiagge delle politiche partecipative.

Il problema è che la sua proposta, in un Paese come il nostro, non sortirà alcun effetto, se non quello di innescare un gran polverone mediatico (ma forse la sopravvaluto, e il suo ascendente sull’opinione pubblica in realtà è ora discendente) su una sua proposta che per la larghissima maggioranza degli italiani (più o meno istruiti) sarà una battuta, una pinzillacchera, nella migliore delle ipotesi una boutade.
Lei dirà che ha fatto sempre così: ha lanciato proposte in anticipo sui tempi che, lì per lì hanno fatto un gran clamore e poi si sono rivelate giuste, predittive, prodrome di realizzazioni. “Questo non credo” – direbbe Razzi. Il M5S è un partito-azienda gestito da una leadership fortissima, con adepti che sono vincolati da contratti, regole, norme. Esso non è un movimento, e neppure un libero partito politico di opinioni. Quindi aboliamo almeno la retorica che voi fondatori gli avete costruito intorno.

 

Veniamo dunque alla sua proposta. Lei scrive che i senatori si possono estrarre a sorte e che questa scelta, confortata dalla ampia letteratura scientifica sul tema, è la migliore scelta possibile e la prova che i politici non servono e sono superflui.
Quindi mi lasci immaginare: avremo una senato dei cittadini totalmente privo di competenze (nella peggiore delle ipotesi), con un gruppetto di burocrati che pilotano i suddetti cittadini inesperti verso il sol dell’avvenire?
Cioè un po’ come quei funzionari del Comune di Roma che hanno fatto fare la prima delibera alla Sindaca Raggi per nominare il suo portavoce, salvo farle presente, soltanto a deliberazioni votate e firmate che la nomina era incompatibile?

Lei è come quegli studenti che al primo anno di filosofia al Liceo prendono Socrate e dicono che tutti dovremmo essere come lui e che non c’è altro filosofo al mondo migliore di lui. E non sanno che c’è filosofia dopo Socrate…
Ieri ha incontrato Casaleggio e ha visto un movimento; oggi ha incontrato Hennig e ha visto un Senato.

Intanto sarebbe utile spiegare che Hennig è un attivista, ispirato nelle sue attività da due filosofi che agiscono nel campo delle teorie marxiste, cioè Antonio Toni Negri e Michael Hardt. E sarebbe altrettanto utile spiegare che mettere in atto una “sortition”, cioè una estrazione casuale dei senatori, comporterebbe, per il meccanismo regolatorio dello Stato italiano, un lavoro di anni, impossibile da pensare, se guardiamo alla totale distonia della classe politica e delle frizioni tra poteri che agiscono ampiamente oggi nel nostro sistema repubblicano.

 

Il tema delle giurie è ampiamente descritto nel filone anglosassone delle politiche partecipative, a differenza del filone sudamericano che si occupa di partecipazione dal basso con i tavoli legati alla discussione dei bilanci comunali. Le prime sono avvalorate da studi e pratiche di giurie popolari che vanno a decidere pezzi o parti di governance nel mondo anglosassone. È una delle pratiche pratiche più studiate delle politiche partecipative, cioè di quella parte di democrazia deliberativa di cui ha scritto ampiamente il filosofo Jurgen Habermas. E poi Luigi Bobbio dopo di lui.
È un mondo enorme e importante della discussione politica e della teoria politica, che non si può ridurre a una proposta provocatoria, perché in questa maniera si intorba l’acqua migliore.
Invece di lanciare idee provocatorie perché lei, Beppe Grillo, non pensa seriamente di sostenere una proposta che insieme al mio collega Claudio Serni facemmo nel 2009 all’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano? Proponemmo di fare una “sortition” per comporre un gruppo di cittadini che con l’aiuto di alcuni costituzionalisti avrebbero discusso, composto e scritto la nuova legge elettorale (abbiamo ancora la proposta, se ne potrebbe parlare adeguatamente). Non mi pare che attualmente la legge elettorale che abbiamo funzioni a meraviglia. E mi pare che nel corso di questi ultimi due decenni la classe politica non abbia voluto fare una legge elettorale seria che potesse dare gambe solide alla democrazia italiana. Quindi perché non provare con una giuria?
Questa proposta, caro Beppe Grillo, a differenza della sua, sarebbe praticabile da subito.

Se lei volesse smetterla di fare il gigione di turno e dedicarsi a sostenere qualche pratica di innovazione concreta per il nostro Paese, noi saremmo lieti di parlarne e di provare a cambiare qualcosa. Davvero.