di - 17 luglio 2018

L’«ora nona» di David Maria Turoldo

Ieri, all’ora nona

 

 

Ieri all’ora nona mi dissero:

il Drago è certo, insediato nel centro

del ventre come un re sul trono.

E calmo risposi: bene! Mettiamoci

in orbita: prendiamo finalmente

la giusta misura davanti alle cose;

con serenità facciamo l’elenco:

e l’elenco è veramente breve.

 

Appena udibile, nel silenzio,

il fruscio delle nostre passioncelle

del quotidiano, uguale

a un crepitare di foglie

sull’erba disseccata.

 

 

 

L’ora nona, che per gli antichi romani corrispondeva al primo pomeriggio, nella liturgia cristiana delle ore è un’ora minore, in cui la giornata volge al tramonto. Un’ora di meditazione, di allontanamento dalla giornata della vita; un momento, per padre David Maria Turoldo (1916-1992), di ideale raccoglimento in vista del congedo, ormai sentito imminente, che avverrà un anno dopo la pubblicazione del volume Canti ultimi, la raccolta che include la poesia sopra citata, e segue di un anno O sensi miei… (Poesie 1948-1988), l’antologia uscita per Rizzoli nel 1990, forse il più importante riconoscimento (grazie alle note introduttive di Andrea Zanzotto e Luciano Erba, e la postfazione di Giorgio Luzzi) che in vita ebbe il poeta.

Toccherebbe partire da qui per indagare l’originalità di David Maria Turoldo nel panorama della poesia contemporanea; ma c’è il rischio di perdersi lungo un sentiero poco battuto, e non privo di rischi, tra le diverse ipotesi sulla progressiva emarginazione, e in taluni casi addirittura rimozione, della poesia spirituale, dal tronco principale della nostra letteratura. Là dove, invece, un tempo, e in alcuni secoli in particolare, vi era una viva attenzione nei confronti della letteratura in cui il poeta affrontava il discorso su Dio o addirittura, senza alcun imbarazzo, misurava le sue forze sulla figura di Cristo. Senz’altro, la familiarità con questi temi pare a volte imporre un timbro più umile ma anche più intenso alle voci poetiche che provano a raggiungere una visione dall’alto delle vicende umane che pure restano al centro della loro meditazione. È questo che accade, per esempio, nell’opera di Clemente Rebora, che si dispiega in una prima fase laica (sia lecito semplificare) e in una seconda sacra. Altra voce di sicuro interesse è quella di Michele Ranchetti (1925-2008), tra i maggiori storici della Chiesa e delle religioni, poeta altresì di acclarato spessore, di là dai premi che ricevette. Un posto speciale merita p. Turoldo, dell’ordine dei Servi di Maria, teologo, filosofo, sostenitore del cambiamento culturale della chiesa, per cui fu definito a ragione «coscienza inquieta», che fa della poesia il nodo interiore della sua ricerca spirituale. La sua opera non nasce, infatti, di contorno alla sua maggiore attività di presbitero, ma all’interno di quella scelta esistenziale preliminare che ha condizionato e nello stesso tempo premiato la sua figura: in altre parole, nasce come «funzione primaria» dello spirito (ebbe a dire, una volta, lo stesso Turoldo) che si esercita su ogni altra esperienza, senza contrapporsi all’ufficio della preghiera, di cui diventa anzi una sorta di controcanto ora pacificato ora drammatico della vicenda di un uomo sulla terra, in cui l’anima recupera la sua vitalità spirituale onde poterla mettere al servizio di un Dio sempre più fragile, o nascosto, e quindi del prossimo, cui secoli di storia non sono bastati per vincere diffidenza e indifferenza.

Eppure, a distanza di anni, qualcosa ancora sottrae la ricezione della poesia di Turoldo agli studi ufficiali, che, di là dall’ostinato snobismo delle maggiori antologie, forse temono di vedere strappato alla cultura laica lo spazio della letteratura. Che sia un timore vano parrà a tutti chiaro nel momento in cui ci si perita di entrare nell’opera dei maggiori poeti del Novecento (da Saba a Caproni a Luzi), i quali di là dalle diverse inclinazioni religiose offrono modo di meditare sulle complesse relazioni tra vita e fede e sulle questioni poste dal divino (compresa la teologia negativa), nonché sulla comprensione del sacro in un’epoca sempre più refrattaria (mi limito a rimandare al saggio di Alberto Frattini, La poesia d’ispirazione cristiana nel secondo Novecento, in «Studi medievali e moderni», 2, 2001, pp. 175-194). Quel che accomuna i poeti che si affacciano o, con maggiore audacia, entrano nel vivo della ricerca spirituale, è la consapevolezza che esiste – di là dagli opportuni ammonimenti della neoavanguardia in merito alla struttura ideologica di ogni linguaggio – il rapporto intimo che esiste tra la ragione della poesia, intesa come espressione di autenticità, e la tensione al religioso, da verificare e conquistare ogni giorno, come speranza di vita.

Probabilmente si tratta di un affare troppo impegnativo, sul piano esistenziale, dal momento che invita chi lo affronta a mettersi in gioco non solo come lettore, ma proprio come uomo, rinunciando al piccolo orgoglio della poesia («Mio pane è l’ambizione / questo quotidiano orgoglio / di cantare…», scriveva lo stesso Turoldo; e ancora: «Questo mio poetare / è ancora un gioco di farfalle…»), mettendo in discussione quelle, ancorché poche, vitali certezze di ogni giorno, di fronte alle ferite del male e alla vanità di tante promesse, davanti alla furiosa ma tutta apparente urgenza di passioni immedicabili. E non è un caso, rebus sic stantibus, se è all’ora nona – quando la giornata rallenta e la preghiera si alza al cielo in un orizzonte che scolora in un’attesa silenziosa – che la consapevolezza di aver vissuto, non per sé, ma per gli altri, si fa chiara: nel senso che allora ci si accorge, ormai preparati a qualcosa di più importante, che bisogna prendere le distanze, andare in orbita, lontano dal Drago che si è intronato al centro del mondo. È allora che la preghiera può diventare poesia, e viceversa.