di - 9 ottobre 2018

“Sulla mia pelle” (di A. Cremonini, ITA 2018)

La tragedia di Stefano Cucchi (1978-2009) è stata tradotta in opera cinematografica da Alessio Cremonini, e come tale presentata ad apertura della sezione Orizzonti dell’ultimo festival di Venezia. Come è noto Cucchi fu arrestato e condotto a Regina Coeli per presunte (probabili) questioni di droga e non è più uscito vivo dal carcere, o meglio dall’ospedale dove a seguito di un aggravarsi delle sue condizioni era stato ricoverato. L’impatto mediatico di alcune immagini che lo ritraevano privo di vita e completamente livido è stato grande e ha suscitato un legittimo scalpore e molti interrogativi. Ma sin dagli inizi non tutti (quelli inclini all’ipotesi di una strumentalizzazione politica e giornalistica della vicenda) hanno creduto alla versione (avvalorata dai familiari e seguita da gran parte di legali e pubblica opinione) di lesioni gravissime procurate da alcuni carabinieri, così come non tutti hanno accolto la tesi di un omicidio preterintenzionale.

Si fa qualche fatica a giudicare il film di Cremonini secondo parametri estetici e tecnici, come un’opera d’arte. Esso ha il taglio e il ritmo di una fiction fortemente aderente alla cronaca e di tipo televisivo (ciò che non stupisce date le esperienze pregresse del regista). Lo spettatore è posto davanti a dei fatti che senza nessun compiacimento, senza indulgere mai a descrizioni di violenze, Cremonini ha ripreso con una scansione temporale ordinata, inesorabile.  Si tratta, ripetiamo,  del resoconto essenziale, equilibrato, impietoso, privo di qualunque tentazione agiografica o di scivolamenti sul patetico, di una storia e di un caso giudiziario del quale rimangono parzialmente non chiarite – ma ormai solo molto parzialmente –  più che le responsabilità dell’accaduto  le cause cliniche della morte. Cucchi aveva a che fare con la tossicodipendenza, consumo e forse spaccio. Cremonini (come i Cucchi) non lo occulta. L’arresto avvenne quando Cucchi fu visto cedere un qualcosa (droga?) a una persona. Ma una volta incarcerato, processato per direttissima e tenuto in custodia cautelare, il suo è stato un calvario, per tanti versi inspiegabile: perché picchiarlo a sangue e poi lasciarlo in preda alle sofferenze più atroci, perché le sue disperate richieste di ottenere un avvocato -un elemento sul quale molto insiste la sceneggiatura –  non sono state ascoltate, perché la famiglia è stata tenuta distante da qualunque contatto con il giovane (di fatto la prima comunicazione sostanziale fu quella dell’avvenuto decesso)? E quali dinamiche (e eventuali complicità) si sono create tra le forze dell’ordine e i medici?

Gli attori sono stati diretti con mano ferma e sono sembrati tutti molto “dentro” le parti. La figura della sorella di Stefano, Ilaria, che più di ogni altro si è battuta in questi anni per arrivare alla verità delle cose (interpretata da una Jasmine Trinca ormai maturata come una delle più brave attrici italiane), rimane sullo sfondo, e del resto la narrazione la riguarda poco giacché essa è completamente incentrata sulla vittima, un Alessandro Borghi quasi perfetto.

“Il film racconta gli eventi per far sì che tutti possano farsi un’idea” ha dichiarato in un’intervista il regista. Ed è così. Si esce dalla sala con molta amarezza.

Sulle problematiche strettamente giudiziarie si veda una messa a punto in:  https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/06/20/cucchi-la-cassazione-rigetta-ricorso-dei-carabinieri-misure-talmente-brutali-da-produrre-quelle-gravissime-conseguenze/4440572/