di - 28 ottobre 2018

Jon Kalman Stefánsson, Storia di Ásta, Iperborea 2018, pag. 480, € 19,50, traduzione dall’islandese di Silvia Cosimini

Negli anni ’50 del secolo scorso a Reykjvik nasce Ásta -il suo nome contiene la radice islandese ast che significa amore- da una coppia innamorata e passionale, lei è Helga, 19 anni, lui è Sigvaldi, 30. Hanno già un’altra bambina piccola.
Helga emana una sensualità conturbante, assomiglia a Liz Taylor, è inquieta, accarezza dentro di sé il bisogno di libertà. Abbandona presto la famiglia così Ásta, di soli sette mesi, viene trovata da una donna umile che la cresce come una madre, mentre sua sorella viene data in adozione ad una coppia. Sigvaldi si crea una nuova famiglia. A sessanta anni lui cade da una scala mentre sta imbiancando e rimane in fin di vita disteso sul marciapiede, mentre una sconosciuta compassionevole gli sta vicino. Tutta la sua vita gli scorre di nuovo davanti, in una sintesi estrema della memoria, sospeso tra la vita e la morte.
Dello scrittore islandese Jón Kalman Stefánsson la casa editrice Iperborea ha pubblicato libri importanti, basti ricordare la trilogia Paradiso e inferno (2011), La tristezza degli angeli ((2012), Luce d’estate, ed è subito notte (2013), senza nulla togliere ad altri come I pesci non hanno gambe (2015) e Grande come l’universo (2016). Ed il lettore si è abituato ad un mondo che qui ritrova, silenzioso, di grandi spazi disabitati ricoperti di neve e di ghiaccio, con notti buie e lunghe, con la commovente bellezza del paesaggio di nuovo inondato dalla luce: “in giugno c’è tanta luce in Islanda”. Ha sentito il peso dell’isolamento e della solitudine che portano a trovare rifugio nell’alcool, e quel bisogno di sentirsi vivi che rivaluta addirittura il significato della litigiosità: “la vita sarebbe stata impossibile qui in Islanda, ovviamente, in questo posto lontano dal mondo, con questo freddo perenne, con queste raffiche di vento e queste poche anime, se non avessimo avuto la determinazione di litigare costantemente col nostro vicino”.
Su questo sfondo si dipana la vita di Ásta, che cresce come donna determinata ed allo stesso tempo fragile, onesta ma anche spregiudicata – qualcuno la offende dicendo che “ne avrebbe fatto di strada con la figa”. E’ sensibile ma capace di separarsi dagli affetti più cari. Colta, fondamentalmente bisognosa d’amore, una figura caravaggesca di luce ed ombra, un connubio di sorriso e pianto, tanto amante della vita quanto capace di prendere decisioni estreme. Del resto “i punti d’incontro delle sue labbra hanno la forma di una lacrima” E se “ciascun essere umano è uno strumento a sei corde [e] una delle corde di Ásta si chiama malinconia. Ma ne ha un’altra che si chiama passione, una che si chiama curiosità. Ha molti registri diversi”.
E’ un romanzo straordinario e complesso -Stefánsson ha abituato sempre più i suoi lettori alla complessità dell’intreccio- dove i pezzi di vissuto di Sigvaldi morente si alternano alle lettere di Asta, ad una lettera arrivata postuma “dagli abissi”, all’intervento dello scrittore che ci trascina dentro la costruzione del romanzo, con un incrocio di elementi che portano a farsi domande, a riflettere. I personaggi, tutti, sono plasticamente scolpiti, si tratti di personaggi semplici come Sigvaldi, appassionati e genuini come Josef con cui Ásta scopre l’amore sui Fiordi Occidentali, o tragici come Helga nel suo surreale rapporto con gli extraterrestri, o sognatori come il fratello-poeta. Non c’è ordine cronologico nella narrazione – come non può esserci nei ricordi di un morente – né c’è un’ unica voce narrante, lo scrittore crea suspense e distribuisce nelle pagine, in modo sorprendente, le risposte alle attese . Intanto in ogni personaggio il lettore può trovare qualcosa di sé.
Ásta è narrata fino alla sua tarda età con continui balzi temporali, così Stefánnson può prendere posizione su certe politiche di oggi: “La nostra punizione a breve termine è Donald Trump”; fare una discreta ironia sul turismo che ha scoperto l’Islanda: “Vendiamo loro il buio, il mare, il vento, addirittura facciamo indossare loro le casacche dei marinai rigide e puzzolenti, offriamo loro dei pasti semplici sotto la pioggia battente e lo chiamiamo lusso esotico”. O esprimersi contro il consumismo sfrenato; “Una persona felice della sua condizione è un pessimo consumatore…dove si trova la felicità si trova anche Dio”. E condannare un mondo sempre più imbarbarito: “Siamo davvero così assetati di sangue da non poter sopravvivere senza farci la nostra dose quotidiana di violenza?”
E’ un romanzo sulla vita e sulla morte, dove la morte sta in attesa costante, ma sottolinea per contrasto la preziosità della vita, che “è un topo che sfreccia”. Importante quindi è vivere in piena consapevolezza il presente, perché “non siamo sicuri di poter viver il domani”: “Com’è bello non vedere l’ora di vivere|! Sai, svegliarsi e non vedere l’ora di fare colazione con le persone che contano per te”.
Se la morte è in attesa di Sigvaldi – ma anche di noi tutti – se la nostra esistenza è così precaria nella sua drammatica bellezza, i ricordi servono a contrastare la morte: “Il miglior modo di contrastare la morte è costruirsi dei ricordi che più avanti potranno accarezzare amorevolmente le ferite della vita”.
Anche in questo romanzo torna la fiducia di Stefánsson nelle capacità taumaturgiche della letteratura e della poesia. Scrivere è una forma di sopravvivenza, è un “lottare contro la morte”, ma se lo scrittore è dunque un uomo fortunato, allo stesso tempo è coinvolto e schiacciato dal peso delle tragedie dei suoi personaggi. Solo la poesia sa cogliere il senso dell’esistenza: Questa maledetta poesia a volte è l’unica cosa capace di definire l’esistenza per com’è davvero”. Ed è più forte della memoria perché: “La memoria è una foresta immensa e misteriosa dove le cose cambiano costantemente e assumono sempre nuove forme”.