di - 28 ottobre 2018

PD e Forza Italia confondono il tramonto con l’alba

Un recente ed autorevole studio sul voto alle politiche della scorsa primavera, in Italia, pubblicato da Il Mulino, documenta quello che in molti avevano comunque intuito, cioè che le forze di governo (particolarmente il Movimento Cinque Stelle) hanno fatto man bassa di voti tra i cosiddetti “non garantiti” (basti il dato del 65% di operai che ha votato le due attuali forze di governo, fragorosamente abbandonando il tradizionale sostegno alla sinistra). Quindi Partito Democratico e Forza Italia hanno ottenuto sostanzialmente il voto dei cosiddetti “garantiti” (pensionati, ceto medio alto, dipendenti pubblici, grandi imprenditori,ecc.). Guardare in faccia a questo dato, significa dover prendere atto che un’opposizione all’attuale Governo, che pone al centro delle sue critiche lo spread, le agenzie di rating, l’Europa, è destinata (come dicono tutti i sondaggisti) a rimanere inchiodata nel suo marginale gradimento. Questo dato è di particolare rilevanza per il Partito Democratico che, al di là di qualche frazione di decimale, non sposta il suo consenso, nonostante gli errori anche gravi dell’attuale Governo, restando dentro una percentuale di gradimento, che lo rende sostanzialmente ininfluente. Infatti, è del tutto evidente che Lega e M5S, accentuando (volontariamente) lo scontro con Europa, Bce, Agenzie di rating rafforzano o consolidano il già forte consenso nella parte più sofferente del paese (piccola imprenditoria divorata dalla crisi e dalle tasse, disoccupati, operai mal pagati, commercianti e liberi professionisti con poco lavoro e molti costi,ecc.); in altri termini è del tutto evidente che lo spread che sale interessa ben poco a chi, comunque, non non si può, nè si è potuto permettere un mutuo o non ha investito in bot o fondi. Anzi, chi vive ai margini della crisi o comunque ne sente il morso, probabilmente, immagina o spera che un atteggiamento di rottura come quello ad oggi messo in campo dal Governo possa travolgere gli attuali assetti e cambiare in meglio. Allora i riformisti di sinistra dovrebbero sposare una strategia del tanto peggio, tanto meglio, armarsi contro i mercati e contro l’Europa, fare anch’essi della rabbia degli esclusi un programma di governo? Certo che no, ma è altrettanto certo –a mio modesto parere- che dovrebbero cambiare il punto di vista, non rinunciando alla missione di cambiamento della società che, da sempre, è la ragione fondante dell’essere di sinistra. I riformisti al Governo, non solo in Italia, invece, hanno dato il senso dell’ineluttabilità ed immodificabilità di quanto stava accadendo nel mondo e nella nostra società. Anzichè resistere per cercare di orientare, cambiare il corso degli eventi, la sinistra di governo è apparsa come la forza garante dei nuovi assetti imposti dalla globalizzazione e da mercati privati di regole. Cambiare il punto di vista non significa rifugiarsi in una sorta di nuova autarchia ovvero cancellare i mercati, nazionalizzare, centralizzare (direzione che pare assumere l’attuale compagine di governo), ma partire con più coraggio, e anche fantasia innovatrice, dai bisogni degli ultimi, guardando da lì i mercati e la globalizzazione, le regole finanziare, i parametri europei e, da lì, se necessario, proporre i necessari cambiamenti o sfidare l’esistente. Faccio un esempio concreto. Il Governo Gentiloni ha il merito indubbio, con il Reddito di Inclusione (arrivato peraltro con colpevole ritardo rispetto alla condizione drammatica di molti cittadini), di avere introdotto, nel nostro paese, la prima misura universale contro la povertà. La debolezza (il punto di vista sbagliato!) è che, per stare dentro i parametri di bilancio, ha finanziato solo un quarto del bisogno, quindi tre quarti della famiglie in povertà si sono sentite dire che avrebbero dovuto attendere che il Governo finanziasse i circa sei/sette miliardi mancanti. Questo è stato un grave errore (nel mio piccolo l’ho anche scritto, quando il REI fu approvato). Un governo attento ai “non garantiti” (ed un Governo di sinistra deve esserlo per costituzione) avrebbe dovuto gettare il cuore oltre l’ostacolo, mettere in campo più coraggio, superare (peraltro di ben poco) i vincoli di bilancio, sfidando chi si fosse opposto a Roma come a Bruxelles come, di contro, oggi, piaccia o meno, fa l’attuale Governo per introdurre il Reddito di Cittadinanza (per le critiche a quella proposta rinvio ai miei precedenti articoli proprio su Alleo).

Rompere, scartare di lato, ridefinire le priorità, spostare lo sguardo, queste in sintesi le parole d’ordine –a mio modesto parere- che la sinistra riformista dovrebbe far proprie per tentare di tornare protagonista nel paese. E per questo ambizioso obiettivo –non vedo altre soluzioni credibili- ci vorrebbe una nuova classe dirigente, storie diverse, facce non “contaminate” dagli errori di questi anni. Invece, il Congresso del Partito Democratico è ancora chiuso dentro lo spazio angusto dello scontro fra i cosiddetti renziani che attendono (cito l’ex ministro Calenda) il terzo avvento di Matteo Renzi e gli antirenziani che, però, dell’antirenzismo sembrano avere bisogno per esistere. Come del resto, in Forza Italia, sembra non ci sia futuro se non aggrappandosi ad un vecchio signore ultraottantenne.

Confondendo il tramonto con l’alba.