di - 5 novembre 2018

Gregorio Magini, Cometa, Neo 2018, pagg. 243, € 15,00

Se l’epoca dell’affermazione della borghesia europea aveva trovato il suo miglior rispecchiamento letterario nel modello del romanzo di formazione, l’epoca del suo inarrestabile autodisfacimento ha generato invece un modello contrario, il romanzo di de-formazione, individuato da diversi interventi critici ma non sistematizzato come fatto, per esempio, da Franco Moretti col modello precedente. Così l’etichetta è stata forse abusata per la facilità di riferimento, quasi a voler indicare un più superficiale “qualcosa è cambiato”, ma talvolta utilizzata senza l’adeguata profondità di riflessione che l’applicazione di un nuovo paradigma richiederebbe. Con Cometa di Gregorio Magini ci troviamo in un terreno in cui il ribaltamento paradigmatico (di cui alcune radici recenti si possono ritrovare in Italia nella narrativa cosiddetta pulp) pare a tratti davvero sul punto di compiersi, anche perché è ormai valicato un irrimediabile spartiacque generazionale.

Attraverso l’interplay di due personaggi emblematici della generazione dei cosiddetti nativi digitali (e anche per questa etichetta il riferimento non superficiale è a cosa significhi, dal punto di vista cognitivo, oltre il saper essere buoni smanettoni col pc), Magini mette su pagina la duplice storia intrecciata di una “maturità” che non arriva mai, in un percorso continuamente depistato da avventure e disavventure sentimentali, idee geniali e conseguenti imprese fallimentari, “cose – non sempre divertenti – da non rifare mai più”, abusi di sostanze, sviamenti vari e trip di ogni genere. Il titolo stesso del romanzo, tra i suoi mille significati, allude immediatamente anche a una dimensione picaresca proiettata in dimensioni inconsuete.

Raffaele e Fabio, rispettivamente un satiro irrequieto e un misantropo nerd, come li autodefinisce stringatamente la quarta di copertina, sembrano due facce di uno stesso personaggio sdoppiato per dare propulsione a un materiale preesistente ricco, intelligente e ben messo a fuoco ma che aveva bisogno di movimento narrativo; la narrazione procede dunque non sulla scorta di una traccia romanzesca tradizionale ma per accensioni e digressioni in cui l’identità e la focalizzazione dei due sembra a tratti sovrapporsi e confondersi, dando al narrato una connotazione ancor più sovraindividuale. L’eros, l’amore, lo studio, l’amicizia, le ambizioni professionali, la coscienza politica sono galassie attraversate con senso di estraneità da Raffaele e Fabio, nel cui profondo risiede una superironica impossibilità di immedesimazione e sedimentazione, come dire, di fedeltà profonda ad alcunché, quasi un divieto di accesso a una dimensione dell’esperienza come percorso di accrescimento (questa l’essenza della de-formazione nel plot, rispecchiata formalmente nella struttura del romanzo).

Ecco il quid: l’ironia. Scudo protettivo e arma di combattimento nell’esperienza ma anche croce e delizia del libro. L’ironia è come una catena legata a un fulcro: ti tiene abbastanza lontano ma non ti permette di prendere definitivamente il largo e inoltrarti in un’altra dimensione; anzi, raggiunta la sua massima estensione, ti costringe a fermarti o a fare una repentina inversione di direzione e a girare intorno al centro da cui tentavi di allontanarti. Quella di Magini è infatti una cometa che disegna la traiettoria di uno shuttle sparato sin dall’incipit (al fulmicotone) ad alta velocità nelle altezze iperboliche di un “italian psycho” per poi precipitare “tutti giù per terra” a declinare con verve tragicomica e icastica, con un vago retrogusto elegiaco, il paradigma di una generazione per cui il compimento dell’epopea risulta negato e impossibile. Forse proprio per eccesso di ironia, cioè di autodifesa preventiva. Il perfetto rispecchiamento, dunque, di una generazione alla catena. Da leggere.

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