di - 27 novembre 2018

La promessa del PD

Alla segreteria del Pd ci sono alcune candidature certe: quella di Nicola Zingaretti che Paolo Gentiloni, appoggiandola, ha definito «coraggiosa» e una vera «novità»; quella di Martina che sta organizzando iniziative a più non posso; quella di Minniti che un po’ sottotono sta girando molte tv e incassando preferenze da molti notabili di partito, anche e livello locale.
Quindi  quale sarà la strada di questo nuovo Pd? C’è la necessità di nuove scelte che naturalmente dovranno essere «coraggiose» e che dovranno essere delle vere «novità». Serve una strada per orientarsi nel mondo – diventato improvvisamente piccolo – dei sovranismi e dei populismi. Puntare tutto sulla sovranità nel proprio territorio e puntare tutto sull’accoglimento dei desideri della gente. Parlare alla pancia della gente. Insomma questo monto tripolare che è l’Italia del 2018 si presenta sotto l’aspetto della penuria (solo il territorio) e della facile caratterizzazione di politiche dettate non dal buon senso ma dal senso comune (populismi). Un mondo piccolo e ristretto nelle sue aspettative. Quale strada intraprenderà il Pd a questo punto? Esiste un populismo di sinistra? Esiste un sovranismo di sinistra? Forse il vero albero maestro della navigazione che dovrà intraprendere il Pd sarà quello di allargare gli orizzonti, parlare di progetti, di sogni, di idee da portare avanti. Non fermarsi solo sull’effettuale. Smuovere le coscienze della gente verso una strada non immediatamente realista ma fatta di promesse per un futuro migliore.

La categoria della «promessa» è quella che dovrà inventarsi il nuovo Pd. La «promessa» di un’Italia migliore. Meno televisiva. Meno ciarliera ed effimera. Un Italia che lavora e che produce ma che sa anche accontentarsi, alla sera, della lettura di un libro. Insomma la «promessa» di un avvenire non immediatamente schiacciato sulla dimensione del presente. C’è in questa «promessa» un elemento di aleatoreità, di irrazionale, di fantastico. Non sano realismo e Realpolitick ma qualcosa di immaginario (e di immaginato) che possa scuotere tutti dal torpore. Promettere un altro mondo possibile. Promettere un altro tipo di vita che non sia strettamente legata ai problemi di ogni giorno e alle grandi voglie di viaggi, di abiti firmati, di corse a inseguire i vips del momento. Il nuovo segretario del Pd dovrà adagiare le proprie politiche su questa categoria della «promessa». La «promessa», come i matrimoni, è un oggetto sociale. Ovvero esiste qualcuno che promette qualcosa ed esiste qualcuno che riceve questa promessa. Come direbbe Platone «divino» (Platone lo diceva di Eros) è chi promette, non chi riceve la promessa. Questo che cosa vuol dire? Che solo chi è posseduto dalla voglia di promettere può governare questo paese. Solo chi prospetta scenari futuri può alla fine ascendere al ruolo di governante di questo Paese. Chi riceve la promessa alla fine deve solo votare per chi promette. Essendo un oggetto sociale la «promessa» fa parte di quelle cose che mantengono una relazione, un link, un connubbio. L’etica della relazione, a questo punto, è quella che dovrà inseguire il Pd. Il nuovo Pd magari di Zingaretti, di Martina o di Minniti. Le cose sono intrecciate, sono mescolate, sono miscelate insieme. Non esistono politiche monodimensionali. La promessa di una relazione è la relazione di una promessa. E la relazione di una promessa prevede che chi riceve la promessa sia pronto a far si che essa manifesti gli effetti. Ma gli italiani sono pronti?