3 Marzo 2024
Poetry

Natan Zach e la patria della poesia

I VIALI DELL’INFANZIA

I
Suonavano le orchestre nel parco. Il secolo marciava verso sé stesso
e noi sempre più lontani dalle origini.
Quand’ero ragazzino, mio padre mi prese sottobraccio. Nel suo
tono pratico mi disse, lo vedi, qui per noi non c’è futuro.
Tua madre ed io abbiamo deciso di emigrare.
Non capii. Non conoscevo ancora il futuro, ma solo il tedesco.
Mangiavo noccioline ed amavo lo zoo. Aspettavo le scimmie
ma annottava già e non uscivano dal loro nascondiglio. Luci
brillavano sui ponti. Pesci dorati guazzavano nell’acqua della vasca
e le fioraie avevano stille di rugiada nei capelli. Berlino. Città da cui
ricorderò di fuggire e fuggire ancora verso la mia città
da cui non si può fuggire.

Poi il fanciullo maturò, accumulò un po’ di forza,
i suoi incubi divennero realtà, i viali dell’infanzia
si fecero macerie o case dai molti piani.
Ora non scorderà più la parola futuro,
che sempre tornerà,
paurosa come orfanezza.
Qualcosa come alzarsi, partire, ricordare –
di pauroso come morire.

2
Un uomo non sa in fondo ciò che vuole. Un uomo
mette le sue radici, vede la sua fatica fruttificare o viene estirpato e racconta
ai propri figli storie, oppure no. Egli non cambia, il tempo non si ferma per lui.
Di anno in anno mente meno a se stesso, impara
a dominare il corpo finché il corpo non domina lui, parla poco e impara
a dimenticare. Ora
non vuol fuggire più. Solo un po’ di memoria
che forse ad altri permetterà di crescere, germogliare
scordando tutto ciò che lui lasciò dietro di sé.

 

Credo che sia compito del critico guardare più alla qualità estetica ed etica della letteratura, che al suo colore etnico, e sarà forse per questo che avverto nella parola e nel verso di Natan Zach, meno la sua origine e la sua condizione ebraica, di quanto non avverta invece, all’interno del più ampio e drammatico contesto storico del Novecento che tutti riguarda, la sua vicenda umana ed esistenziale, e quindi – con parole sue – quella sua condizione di «uomo in viaggio» iniziata nell’infanzia («parlare quattro lingue al di sotto di sei anni è pure / cosa che confonde, una torre di Babele che a malapena deambula») e per forza di cosa coltivata in età adulta.
Nato nel 1930 a Berlino da padre tedesco e madre italiana, il piccolo Nathan emigra nel 1936 in Palestina – allora sotto protettorato britannico – alle prime avvisaglie delle persecuzioni naziste. In Palestina, che diventerà all’indomani della seconda guerra mondiale, la culla del nuovo stato di Israele, realizzando in qualche modo l’antico sogno di un ritorno alla “terra promessa”, e innescando un interminabile conflitto con l’etnia araba musulmana, Zach troverà modo di riscoprire le sue “origini” non in una dimensione spirituale, verrebbe da dire libresca, ma più concretamente politica e persino militare (visto che prestò servizio nell’esercito in uno dei passaggi più difficili della proclamazione del nuovo stato), e forse – per riprendere ancora le parole della poesia sopra citata – di dare senso a quel “futuro” che il regime nazista aveva negato a milioni di uomini e donne in Germania. Ma il futuro di Zach è la poesia, la letteratura, la traduzione (soprattutto da Else Lasker-Schüler e Allen Ginsberg, senza dimenticare l’attenzione per il canto popolare arabo, in collaborazione con Rashid Hussein), e quindi il lavoro editoriale; e del 1955 è la sua prima raccolta, Prime poesie, del 1960 la seconda, Poesie diverse, del 1966, Tutto il latte e il miele, che guarda, dal punto di vista di una generazione che ha conosciuto nel giro di pochi anni l’illusione e il disincanto, ai temi della vita quotidiana, e avvia un ripensamento del ruolo della poesia in una chiave ironica, esorcizzando quel coinvolgimento emotivo («Io sono un romantico amarissimo…») che aveva come effetti principali dovizia figurativa e sostenutezza di linguaggio. Il poeta tenta, in tal modo, di riconquistare il parlato, nella sua nuda, persino cruda, ma mai inerme asciuttezza (come si vede nella poesia sopra citata), che si traduce in un punto di vista “basso” capace di esprimere l’umiltà di chi, quasi per caso, si trova nei paraggi (titolo di una raccolta di Zach), come nomade e randagio, e tuttavia sa di non potersi vantare: quell’umiltà che permette di rileggere in una prospettiva nuova le vicende personali nella trama sfuggente degli eventi storici, e quindi le diverse questioni politiche e culturali che si pongono a uno stato-nazione, quale Israele, che non esce per miracolo, come un “futuro” improcrastinabile, dalla profezia di un grande libro, bensì da uno dei passaggi più tragici della storia dell’uomo.
All’attività poetica che si svilupperà negli anni in raccolte di forte impatto, e troverà un punto di arrivo nell’edizione in tre volumi di tutte le sue poesie nel 2008, Zach affianca quella di insegnante (dal 1960 al 1967 insegna in istituti d’istruzione superiore di Tel Aviv e Haifa; quindi si trasferisce in Inghilterra dove ottiene, nel 1979, il Dottorato di Ricerca all’Università di Essex; e torna in Isreale, per insegnare all’Università di Haifa) e quella di saggista (ricordiamo Tempo e ritmo in Bergson e nella poesia moderna e Pensieri sulla poetica di Alterman, pubblicato nella rivista «Achshav», ‘Adesso’, di cui è anche uno dei redattori, nel 1959, e un manifesto del gruppo Likrat, ‘Avanti verso’, che rivoluziona il verso della poesia, sganciandolo dalla tradizione, contro quei poeti intesi a farsi portavoce dei sentimenti di un popolo, o di una presunta opinione pubblica, e in particolare contro il poeta, che pure ebbe una funzione decisiva nella formazione di Israele, Nathan Alterman).
È forse tanto importante ripassare brevemente queste notizie biografiche su Zach per comprendere la poesia I viali dell’infanzia che ho scelto fra tante poesie bellissime tradotte e ottimamente introdotte da Ariel Rathaus, dall’antologia Sento cadere qualcosa. Poesie scelte 1960-2008 (Einaudi, Torino 2009)? Non si tratta di assegnare un punto a favore di Sainte-Beuve o di Proust; credo, invece, che tanto basti a intuire che ci troviamo di fronte a un poeta ch non dimostra nei confronti del proprio paese il sentimento della terra promessa, anzi matura una sorta di dissenso verso ogni interpretazione escatologica di quella che può essere considerata solo una provvisoria sistemazione geografica («Città natale, abitazione, patria, già allora solo parole…»), e in tal senso si colloca in un orizzonte culturale molto più ampio di quello che la pur ricca tradizione linguistica in cui scrive gli assicura; dall’altro guarda ai materiali della sua memoria come un percorso di non ritorno, in cui fra approdo e abbrivo, visione ultima e disegno iniziale, c’è un rapporto irreversibile, quasi a riprova di una eterogenesi dei fini, per cui vale la pena ricordare solo sapendo di aver perso l’identità («Tornare non si può più. Ricordare è solo / sapere che l’istante stesso in cui l’uomo ricorda non esiste»). La poesia di Zach, caratterizzata da una concisione ironica e colloquiale, che sa “cadere” perché solo cadendo può “rivelare”, si lascia naturalmente accostare alla lezione di quei poeti del novecento che, sotto ogni latitudine, hanno saputo spogliare l’uomo dalle varie maschere che per sopravvivere ora a regimi totalitari e liberticidi, ora a modo loro liberali e nondimeno cooptanti, omologanti, ha dovuto indossare, per ammirarlo di fronte alla storia, fra disagio e spaesamento, erranza ed esilio, nella sua fragilità. Il poeta non ha nulla da declamare, sa ormai di poter parlare solo per sé, se intende raggiungere il caro hypocrite lecteur limitandosi a quanto gli è toccato vivere come uomo del suo tempo, non perché investitosi di un ruolo che la società (e il potere) può piegare ai suoi interessi. La condizione etnica, ammesso che se ne possa ancora parlare, con tutti i suoi drammatici risvolti, diventa un’occasione per giungere alla radice della condizione esistenziale dell’uomo, su cui la poesia può portare una luce profonda, mai vista prima, e l’abbraccio caldo e immenso di una parola che raggiunge la sua patria, il suo “altrove”.

Salvatore Ritrovato

Salvatore Ritrovato (1967), poeta, critico, docente di letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università di Urbino. Fra le sue ultime pubblicazioni, la nuova edizione di La differenza della poesia (Puntoacapo, 2017), e la breve raccolta di versi, Cercando l’isola (Fiorina edizioni, 2017).