4 Marzo 2024
Voice of Jerusalem

La Torah non salva più dalla morte

Il coronavirus è la più grande sfida alle comunità ebraiche ultraortodosse dai tempi dell’Olocausto. Succede in questi giorni a oltre un milione di haredim(gli ultraortodossi, appunto) che finora hanno continuato a esistere in maniera autonoma, dentro la società israeliana ma separati dal resto. E lo spiega molto bene il corrispondente di Haaretz, Anshel Pfeffer, in un articolo dello scorso 2 aprile.

Le comunità degli ultraortodossi sono chiuse – solo poche persone hanno rapporti con il mondo esterno, autorizzati dai rabbini perché servono alle comunità attraverso il loro lavoro – e non sono rappresentativi di quelle comunità. Gli ultraortodossi vivono quasi sempre in famiglie numerose e in minuscoli appartamenti. Vivono in ambienti e quartieri sovraffollati – la città di Bnei Brak è la più affollata d’Israele, ha una media di 27.000 residenti per chilometro quadrato – e secondo le statistiche del Ministero della salute sono molto più a rischio d’infezione da coronavirus rispetto agli altri israeliani.

Certo, il profondo sospetto nei confronti di qualsiasi interferenza esterna, la mancanza di accesso alle informazioni a causa del divieto dei rabbini di avere una televisione o una radio, di leggere i giornali secolari, di accedere a internet e di avere cellulari può essere fatale quando una pandemia avanza rapidamente.

Ma c’è qualcosa di più profondo che rende gli haredim particolarmente esposti: loro sono qui da sempre a imparare la Torah, e sono sopravvissuti nonostante tutto; non gli puoi insegnare nulla, non c’è niente di nuovo sotto il sole. Quindi non parlare di coronavirus e di dottori, loro hanno la migliore medicina, su cui la scienza non potrà mai migliorare: la Torah che protegge e salva.

È la convinzione nella continuità, il più grande mito degli ultraortodossi: la convinzione che il loro stile di vita sia la millenaria tradizione ebraica, e che tutti gli ebrei debbano studiare la Torah per tutta la vita.

Certo, questa è un’invenzione. Gli haredim hanno chiuso volontariamente le comunità circa 200 anni fa come reazione all’illuminismo e all’emancipazione. E la pratica di studiare la Torah ogni giorno, tutto il giorno, esiste solo dalla metà degli anni ’50 del secolo scorso, quando la concentrazione della maggior parte degli ebrei ultraortodossi in Israele e negli Stati Uniti ha permesso loro di vivere così, in povertà, nell’assistenza, ma di vivere.

La creazione di queste «società di studenti» è stata spinta dal trauma dell’Olocausto. Migliaia di ebrei ortodossi sopravvissuti abbandonarono la fede, ma quelli che sono sopravvissuti intatti nella fede dopo la guerra hanno ricostruito un mitologico ricordo del «mondo della Torah». Ma è un ricordo non vero all’originale: nel loro massimo splendore, le grandi scuole dell’Europa orientale non contavano più di qualche migliaio di studenti, geni eccezionali, figli di rabbini e ricchi, mentre la stragrande maggioranza degli ebrei ultraortodossi lavorava per vivere.

Le scuole di oggi in Israele, con centinaia di migliaia di studenti di tutte le età, non sono più quel mondo. Sono una nuova creazione che ha potuto nascere solo in un paese in cui i rabbini e i politici che li rappresentano hanno stretto un accordo con lo Stato per sostenere la loro autonomia senza interferenze, finanziata dal contribuente israeliano.
Le comunità ultraortodosse ovviamente non la vedono in questo modo; per loro l’esistenza delle scuole è la conferma celeste che i rabbini hanno ragione.
E perché dovrebbero credere diversamente? La realtà israeliana si è ordinata secondo la loro convinzione, la Torah è vita e i rabbini sono infallibili.
Nel 1991, durante la Guerra del Golfo, quando i missili Scud di Saddam Hussein arrivavano in Israele, gli haredim si rifiutarono di tagliarsi la barba per indossare le maschere antigas. L’anziano rabbino Shach ordinò che le scuole religiose restassero aperte, nonostante tutte le altre in Israele venissero chiuse. Il rabbino Shach promise che l’apprendimento della Torah avrebbe impedito ai missili di cadere su Bnei Brak, la «città della Torah», e la sua profezia si realizzò. I missili colpirono la vicina Ramat Gan e non avevano testate chimiche, quindi le maschere antigas non furono necessarie. La Torah salvò Bnei Brak.

Oggi il rabbino Chaim Kanievsky, che più o meno riveste la stessa posizione che aveva il rabbino Shach, ha iniziato la crisi del coronavirus allo stesso modo, ha insistito che lo studio della Torah continuasse sfidando gli ordini del governo di chiudere tutte le scuole. Domenica, dopo che è diventato chiaro anche a lui che le sinagoghe e le scuole religiose sono diventati focolai di contagio e il numero di casi COVID-19 a Bnei Brak è aumentato vertiginosamente, ha ordinato che venisse chiusa ogni sinagoga e che le preghiere fossero tenute a casa in privato. È difficile immaginare un colpo più grande all’autorità rabbinica.
C’erano già molti segni dell’erosione dell’autorità rabbinica: molti haredim insistono per andare a lavorare nonostante il parere dei rabbini, aumenta l’età media dei matrimoni e cala il tasso di natalità – alcune donne haredi non sono più disponibili a esistere solo per procreare la prossima generazione di studenti della Torah. In conclusione, Bnei Brak non è più protetta, e la Torah non salva più dalla morte. Gli ebrei che hanno dedicato le loro vite allo studio sembrano morire più degli altri ebrei.
Un milione di uomini e donne cresciuti nell’ultraortodossia postbellica stanno affrontando la più grande sfida dai tempi dell’Olocausto.