20 Giugno 2024
Voice of Jerusalem

L’annessione della Cisgiordania

Tanto prima o poi bisognava parlarne. Dell’annessione, dico. E allora leviamoci il dente, ora che il momento è caldo.

Riassumo in pillole oltre 50 anni di storia. Nel 1967, con quella che fu chiamata “guerra dei 6 giorni”, Israele sconfisse i paesi arabi che volevano di nuovo attaccarlo, e conquista il Golan alla Siria, la Cisgiordania alla Giordania, la Striscia di Gaza e il Sinai all’Egitto. Mentre il Sinai fu restituito all’Egitto, a Israele sono rimasti il controllo di Gaza, Cisgiordania e Golan. Ma mentre l’Egitto non volle indietro Gaza, e sul Golan è calato il silenzio negli ultimi 10 anni, l’attenzione internazionale è rimasta sulla Cisgiordania, non più richiesta dalla Giordania ma dai palestinesi, prima da Arafat poi dai suoi successori.
Nel 1993 furono siglati gli accordi di Oslo, che avrebbe dovuto iniziare un negoziato che in 5 anni avrebbe definito lo status finale di quei territori a partire dalle posizioni delle due parti: i palestinesi che vogliono indietro i territori del ’67 (quelli dentro i confini della ‘Linea Verde’) e Israele che in realtà non ha mai detto qual è il suo obbiettivo.

L’uccisione di Yitzhak Rabin nel 1995 ha inceppato il processo. Da allora, tanti rilanci e nuovi stop, e una guerra di mezzo, il Muro di separazione che avanza rispetto ai confini del ’67, tanti nuovi insediamenti israeliani, buchi nella groviera della Cisgiordania, collegati a Israele da strade controllate dall’esercito che frazionano il territorio in isole abitate da palestinesi.
Non si sa quando di preciso i governi israeliani hanno iniziato a parlarne apertamente (non certo fino a quando negli Stati Uniti c’era Obama presidente, quindi non fino a fine 2016), ma negli anni recenti il tema verso i palestinesi è l’annessione dei territori.

Il nuovo governo addirittura l’annessione ce l’ha nel suo programma. L’accordo è che a partire dal primo luglio il Primo Ministro Netanyahu presenti una proposta al governo, che poi venga approvata dal Parlamento, e che venga realizzata se vi sarà il consenso degli Stati Uniti. E potrebbe essere fatta entro le elezioni americane di novembre; questa è una “once-in-a-lifetime opportunity” e potrebbe non ripresentarsi, non sapendo se Trump rimarrà (certo, con gli ultimi disastri, e con tutte le associazioni ebraiche americane che appoggiano Biden e che sono importanti soprattutto negli ‘swing States’, non sembra messo bene).

Intanto i motori si stanno scaldando attorno al tema. Lo scorso 23 aprile, via video-conferenza, l’inviato delle Nazioni Unite Nickolay Mladenov ha avuto il suo primo approccio da quando si è formato il nuovo governo. “L’annessione di parti della Cisgiordania costituirebbero una seria violazione della legislazione internazionale” – ha detto, “assesterebbe un colpo devastante alla soluzione 2 popoli 2 stati, chiuderebbe la porta al rilancio dei negoziati, e minaccerebbe gli sforzi per far avanzare la pace regionale”. Pur se l’ipotesi è ormai più teorico-politica, anche a detta dei palestinesi moderati, la sua posizione non è isolata.

“La posizione dell’Unione Europea sullo status dei Territori occupati da Israele nel 1967 resta immutata”, ha detto il capo della politica estera Josep Borrell a margine di quell’incontro. “L’UE non riconosce la sovranità israeliana sulla Cisgiordania”.
L’ambasciatore francese Nicolas de Rivière è andato oltre: l’annessione “non passerà incontrastata e non sarà trascurata nelle nostre relazioni con Israele”.
Affermazioni uguali nella sostanza sono state fatte dalle missioni di Germania, Irlanda e Gran Bretagna.

Ma intanto il giorno prima (il 22 aprile) il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha detto che l’annessione “alla fine è una decisione che deve prendere Israele”.
E il governo israeliano non è certo stato zitto. Un comunicato ufficiale afferma che la posizione di Borrel non è quella di molti stati europei.

Comunque, come in molti altri Paesi, il governo non rappresenta tutti i cittadini. Quindi il governo israeliano non rappresenta tutti gli israeliani, né tutto Israele, né tanto meno tutti gli ebrei. E voci di dissenso certo non mancano. Un articolo su Haaretz firmato da Hagai El-Ad, direttore dell’associazione B’Tselem che si occupa di diritti umani nei Territori Occupati, apre con il titolo “No, Gantz, le democrazia e l’annessione non vanno insieme”.