30 Maggio 2024
Voice of Jerusalem

Israele rivota: grande confusione sotto il cielo

Le elezioni in Israele sono state annunciate da qualche giorno soltanto – e sono ancora lontane, il prossimo 23 marzo – ma la politica è in grande movimento, e l’offerta si sta al momento scomponendo e ricomponendo. È soprattutto il campo del centro-sinistra, dove si è creato un vuoto, che sta tentando di riorganizzarsi. Ed è una grande confusione.

Ora siamo a sei partiti che si contendono il voto degli israeliani di centro-sinistra. Chi si sente più centrista può scegliere Kahol Lavan (‘Blu e Bianco’) di Benny Gantz, anche se il partito è in caduta libera, quattro parlamentari hanno lasciato il partito ma lui nonostante lo spergiuro (otto mesi fa ha formato un governo con Netanyahu dopo aver promesso di non farlo mai), adesso afferma che dopo le elezioni lui guiderà un’alleanza tra i partiti che si oppongono a Netanyahu. Oppure possono scegliere il suo vecchio partner Yesh Atid (‘C’è un futuro’) di Yair Lapid, che sta parlando con la riapparsa Tzipi Livni (vi ricordate la bionda Ministra degli Esteri che nel 2006 che, pur di incontrare Prodi in vacanza in Maremma, atterrò all’aeroporto di Grosseto?) anche se pare sia solo per soldi (il piccolo partito della Livni ha ancora in cassa parte del contributo elettorale dell’ultima volta che fu eletta).

Chi è per la tradizione può ancora scegliere il Labor, che ha fondato lo Stato, che i sondaggi però danno come prossimo alla scomparsa, e il suo leader Amir Peretz non si ricandida per guidare il partito – “adesso”, ha detto, “il Labor si deve ringiovanire, scegliere un nuovo segretario e una nuova leadership”.
Quelli più a sinistra possono sempre votare per il vecchio affidabile Meretz, che stavolta vorrebbe assegnare due seggi a donne arabe. Oppure ancora, per i più radicali, c’è la ‘Joint List’ di arabi comunisti, religiosi e nazionalisti: sempre che rimangano assieme.

Invece per quelli in cerca di nuove opzioni ci sono gli ‘Indipendenti’ di Ofer Shela – ex numero due di Yair Lapid, che appena una settimana fa se n’è uscito per cercare di raccogliere gli a loro volta fuoriusciti / fuori-uscendi dal partito di Gantz, ma che al momento è stimato all’uno per cento. Ma soprattutto il Sindaco di Tel Aviv, Ron Huldai. Martedì scorso ha comunicato la costituzione di un nuovo partito, “Gli Israeliani”, sulla base di principi quali preservare la maggioranza ebraica del paese, assicurare la sicurezza del paese, costruire una grande coalizione. “Centinaia di migliaia di cittadini israeliani sentono di non avere una casa nell’attuale sistema politico, e noi riporteremo loro la speranza”, ha detto.

Al momento, è una grande e confusa offerta a quel 45% dei cittadini che alle ultime elezioni hanno votato per partiti di centro-sinistra. Non è poco, il 45%, per un’area politica data per morta. E non certo perdente, se si riuscisse a formare una nuova coalizione, considerando che la destra, senza gli alleati ultra-ortodossi, conta un po’ meno, il 40%.

Ma quello che manca, ovviamente con l’eccezione della ‘Joint List’ quasi esclusivamente araba, è un nuovo programma, una piattaforma innovativa. Il discorso di Ron Huldai è dimostrativo di questo: un lungo aspro tono su come gli israeliani non dovrebbero abituarsi ai rudi accordi che per tanto tempo hanno ricevuto dai governi Netanyahu; ma, a parte il suo successo personale come Sindaco di Tel Aviv (carica che ricopre dal 1998), non ha offerto agli israeliani una piattaforma innovativa. Non molto dettagliato, il suo discorso, così come quello con cui Gantz è entrato nell’arena politica due anni fa. Ed abbiamo visto com’è andata a finire.

Quindi, sei partiti con piccole differenze tra loro. Tutti promettono di buttare giù Netanyahu, sebbene molti di loro siano stati al governo con lui, prima o poi. Tutti parlano di valori, ma non riescono a specificare quali sono, questi valori.
Insomma, il centro-sinistra israeliano non manca di elettori. E non manca di partiti o candidati a primo Ministro. Ma manca una visione, una ragione avvincente perché quegli elettori debbano votare per loro.
È un rischio forte. Che quegli elettori – in maniera più marcata quelli di centro, ovviamente – siano tentati di votare per Gideon Sa’ar, il nuovo sfidante di destra di Netanyahu, che sicuramente ha un ‘killer instinct’ provato negli anni e l’esperienza delle arti oscure della politica. E allora, perché non votare per Sa’ar, se la cosa più importante è la fine del regno di Netanyahu?