5 Marzo 2024
Movie

“Caro diario” di Moretti, 27 anni dopo

Ieri abbiamo rivisto dopo molti anni Caro diario. E’ stata un’occasione speciale perché, all’Odeon di Firenze, Nanni Moretti ha tenuto una emozionata lettura di appunti di diario sulla genesi del suo film del 1993. Fu un parto tormentato, anche per semplici motivi organizzativi, quel film girato in buona parte alle Eolie. Nella lunga performance di Moretti abbiamo ritrovato la caratteristica autoreferenzialità, e tanta umanità, ricordi, introspezioni da straordinario e sardonico osservatore della realtà qual è. È stato uno spettacolo bello, sebbene ci abbia un po’ immalinconito: siamo invecchiati con Moretti. Un po’ teso all’inizio, la sala piena nei limiti del praticabile, con tanti e forse troppi giovani  sotto i trent’anni (che a nostro avviso non hanno potuto comprendere il significato di un gran numero di riferimenti della lecture morettiana e anche del film: Moretti è un mito per le sceneggiate di Ecce bombo, per alcuni enunciati di costume tipo “Le parole sono importanti” in Palombella rossa, e politici come “D’Alema di’ una cosa di sinistra” in Aprile). Ha iniziato con una battuta a effetto sull’impressione che gli suscita che i suoi film possano aver bisogno di restauro, subito prima di dire con un piglio autorevole e anche un po’ minaccioso che lui era venuto apposta da Roma per noi 198 e che non ‘esisteva’ che si usassero cellulari per riprendere l’evento e poi condividerlo sui social; analogamente ha verso la fine interrotto l’esibizione intimando duramente a uno spettatore delle prime file che se non la piantava di tenere il cellulare acceso se ne sarebbe andato. Ma al di là di questi episodi tante notazioni acute come al solito, retroscena sulle sue modalità di costruire un film, memorie sobrie di amici che non ci sono più, gli appunti commossi e a tratti letterari sul funerale del grande Fellini (“la sua bara mi sembrava piccola, letteralmente troppo piccola per lui”), un richiamo impietoso a una volgare battuta in uno scritto di Umberto Eco nei confronti di Pasolini ancora vivo, la storia della colonna sonora del film (di Piovani, dopo varie traversie), alcuni riferimenti divertiti alle improbabili militanze giovanili in gruppuscoli pseudorivoluzionari di alcuni amici della troupe, una notazione seria sulla gravità della malattia che lo aveva colpito (e sul fatto che la aveva un po’ alleggerita nell’apposito episodio – o come si direbbe oggi, e ci verrebbe da prendere in giro con spirito morettiano quest’uso orribile: “nell’episodio dedicato”), e ancora sul suo cinema Sacher e una insistita ripetuta sottolineatura – utilissima per chiunque non l’abbia visto – della grandezza delle 26 ore di Heimat 2 di Edgar Reitz, che si proiettava al Sacher nel periodo in cui Moretti era alle Eolie a girare la sua pellicola.

L’applauso che lo ha accolto alla fine è stato caldo ma non scrosciante. I numerosi giovani lo hanno seguito poco, e del resto per seguire e apprezzare Moretti non basta nemmeno esserne coetanei. Poi Caro diario. Che dire? Un’opera che nella nostra graduatoria personale della filmografia morettiana ha guadagnato diverse posizioni e finisce per collocarsi fra le sue cose migliori (certamente da come ne ha parlato è fra i suoi film preferiti, ed è comprensibile).
Diviso come è noto in tre capitoli, il primo, In vespa è una pregevole cavalcata ripresa di spalle per Roma nella solitudine agostana a bordo della sua vespa, tra quartieri eleganti e desolati, con lo sguardo volto verso l’alto a rimirare attici e architetture, con qualche gag di contorno, come quella sul critico cinematografico umiliato per le sue contorsioni stilistiche e le valutazioni elogiative di film-cesso; sempre struggente è rivedere lo spostamento all’Idroscalo, una protratta sequenza in direzione del luogo dove fu ammazzato Pasolini, quasi un pellegrinaggio laico, e dove una allora miserevole lapide senza alcuna iscrizione ne dava ‘celebrazione’. Deliziosa la scena della passione per il ballo e per i ballerini con il successivo incontro con la vera Jennifer Beals e un amico.
In Isole, costruito sull’idea di un soggiorno di lavoro presso l’amico Gerardo (l’attore e regista molto attivo in quegli anni, Renato Carpentieri) da tempo trasferitosi nella caotica Lipari, Moretti assomiglia particolarmente al Moretti classico, quello che mette in scena a partire da se stesso personaggi stralunati, paradossali, incoerenti, calati in un microcosmo utilizzato come sfondo per riflessioni sulla realtà e per sfatare i miti del suo tempo (e tutt’altro che decaduti): il finto rifiuto della tv, le false fughe dal consumismo, il modello genitoriale di coppie al servizio di infanti tanto innocenti quanto rompiballe. Alcune scene sono splendidamente liriche, certo favorite dal paesaggio insulare, nelle quali Moretti viene ripreso in campo lungo a fare da contrappunto ai segmenti dialogati. Splendido l’unico ciak (come segnalato dal regista nella sua orazione iniziale) con il quale si vede Moretti di spalle mentre cammina mani in tasca verso sinistra su una radura mentre sullo sfondo passa lentamente una nave passeggeri che poi esce dalla visuale dello spettatore e splendida la scena in cui è ripreso dall’alto mentre gioca da solo a pallone in uno squallido campo di calcio di cemento scuro.
Infine, poco da dire su Medici, il più duro dei tre episodi, quello che rievoca con brevi tratti il linfoma di Hodgkin che lo colpì e che fortunatamente e con coraggio il regista superò. Un episodio difficile quasi documentaristico, anche di denuncia dello specialismo eccessivo, un po’suggestionante, ma dal finale liberatorio per certi versi: primo piano di Moretti mentre osserva la mdp dedicandosi alla bevuta di un salutare bicchier d’acqua mattutino.

Giovanni A. Cecconi

Professore di storia romana e di altri insegnamenti di antichistica all'università di Firenze. Da sempre appassionato di cinema, è da molti anni attivo come blogger su alleo.it per recensioni, riflessioni, schede informative, e ricordi di attori e registi. È stato collaboratore di Agenzia Radicale online e di Blog Taormina. Ama il calcio, si occupa di politica e gioca a scacchi, praticati (un tempo lontano) a livello agonistico, col titolo di Maestro FIDE.