24 Aprile 2024
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Alessandro Agostinelli, L’ospite perfetta – sonetti italiani, Samuele Editore, 2020, pp.66, euro 10

Gli italiani non sono abituati all’ironia. Preferiscono il sarcasmo, cioè l’ironia nella sua forma cattiva e guerresca, senza essere un popolo guerriero. L’ironia è soprattutto “dissimulazione” come nelle domande, quasi retoriche ma mai del tutto, che Socrate pone ai suoi interlocutori platonici o senofontei. Mentre il sarcasmo (tardo latino sarcasmus) che poi deriva sempre da un termine greco sarkazein, ovvero “mordersi le labbra per la rabbia” è spesso preferito dai nostri connazionali.

Ma l’ironia fa più male. Perché questa impossibilità, ormai comprovata, degli italiani all’uso e alla comprensione dell’ironia, al gioco linguistico significante ma leggero, al wit, al doppio senso che non sia banalmente sessuale? Perché aveva ragione Alberto Savinio: “gli italiani non hanno psicologia”. Hanno istinti e poi, sopra di essi, formalismi crostacei che li tengono a bada, finché dura, ma la percezione complessa dell’anima di chi stanno guardando è minima, forse assente. È il generale con i pennacchi o il facchino sudato che gli italiani guardano, non la naturale, immediata e inevitabile complessità di una persona. Che può essere perfino tutte e due le cose insieme.

Quindi c’è sempre stata poca letteratura “socratica” e ironica nel nostro Paese: mi viene solo in mente, come antefatto di questi sonetti italiani di Alessandro Agostinelli raccolti nel libro “L’ospite perfetta” (Samuele Editore), l’Antologia Apocrifa di Paolo Vita-Finzi, con il brano di Giovanni Gentile non apocrifo ma riprodotto qua talis. Poi, chi altri? Qualcosa di Umberto Eco, ma anche Achille Campanile o lo stesso Guareschi. Ma in questi ultimi due casi siamo nel semplice comico, non nell’ironia, cioè un altro mestiere, che presuppone quasi sempre un Trono o un Altare da buttar giù.

Il comico forse anticamente con il significato di “corteo festivo”, nasce probabilmente dai culti dionisiaci, ed è festoso e allegro, ma sempre senza quei problemi che l’ironia tira fuori con il suo bisturi verbale. Gli italiani sono comunque ossessionati da sempre dai comici, hanno votato in massa il partito sciocchino creato da un mediocre comico genovese, ma non capiscono le battute che non riguardino il sesso, il cibo, l’immagine esteriore, i tic verbali o gli abiti. Popolo dell’esteriorità, il che non vuole affatto dire che gli italiani siano un popolo dell’Estetica.

Agostinelli ha scoperto che il mondo della chiusura da coronavirus, del famoso lockdown, poteva essere anche una fase pienamente, ironicamente carnascialesca. E ne ha scritto di conseguenza, prendendo dalla tradizione che ha visto la nascita stessa della letteratura italiana. Quindi subito il dolce stil novo del Cavalcanti e poi l’immancabile Cecco Angiolieri, con il verso perfetto “S’i fosse virus invaderei lo mondo” e con le ironie duplici del testo “s’ì fossi medico mi toccherei”, perché  l’ironia non può non valere sempre, anche contro di sé. È questo il gioco inevitabile. Ovvio che non poteva mancare Petrarca. E di lui un sonetto che tutti abbiamo studiato a scuola: Solo et pensoso i più deserti campi, con questo “cavolo” di Amore che viene “ragionando con meco, et io con lui”.

Certo, un vecchio Iniziato come chi scrive potrebbe immaginare altri tipi di Amor, ma non ci credo: questi grandissimi poeti miravano belli dritti e sicuri all’obiettivo unico di Cecco Angiolieri: s’i fosse Cecco, com’i sono e fui, torrei le donne giovani e leggiadre: e vecchie e laide lasserei altrui. Qui Agostinelli supera il suo normale tasso, già altissimo, di ironia: “S’i fossi Ale, come sono e fui, berrei il gin tonic di alta qualità e [questo è perfetto] i brutti libri lasserei altrui”.

Certo, se dovessimo eliminare i brutti libri, scritti da semianalfabeti divenuti famosi in TV e manipolati dagli editor dovremmo fare ben altro che la ripetizione annuale di Fahrenheit 451.
Basta con le sofferenze d’amore, le pene del pene, il mito anti-futurista della femmina onnipossente, la retorica amorista, che va diretta, pensateci un attimo, dalla Provenza petrarchesca alla Riviera di Ponente sanremese.

Esilarante, ma sottilissima, la lavorazione a cui Agostinelli sottopone l’Ariosto. Già accusato dalle parrucche della storia letteraria italiana di essere uno che usa, Dio ce ne scampi, l’ironia, il povero Ludovico, emiliano come pochi, si trova a essere trasportato da Agostinelli in un altro mondo. Da Chiuso era il sol da un tenebroso velo si arriva, con necessaria durezza, a “chiuso ero in casa per la quarantena”, verso che può sembrare ovvio, ma è esattamente corrispondente a quello ariostesco.

E l’Alfieri? Quel trombone che poco piaceva a Carlo Emilio Gadda, che era un matematico della letteratura, quindi un perfetto critico? Il Misogallo crea la condizione perfetta dell’aironai, del “colpire nascondendo la mano”: dal vecchio e notissimo “giorno verrà, verrà il giorno, in cui redivivi ormai gli Itali staranno” ci si riduce a questo verso, del tutto privo di pompa, del testo di Agostinelli: “giorno verrà, che ‘sto coronavirus/sarà morto per bontà della scienza/ e invece invero quei francesi visus/ del morbo non potranno sentir l’assenza”.

Sottile, e qui finisco l’excursus delle poesie “pandemiche” di Agostinelli, il lavoro che egli fa su Gozzano, dove si passa da dopo la tregua è dolce risapere a “post-quarantena è dolce uscir di nuovo”, perfetta banalizzazione ironica del testo gozzaniano. Ironia piena, semplicizzazione forzata della retorica, sanissimo abbattimento della tradizione pomposa del linguaggio letterario.
Ecco, è l’ironia sapiente, la chiave del nuovo libro di Alessandro Agostinelli.