20 Aprile 2024
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Francesco Costa, Dive del cinema, Giulio Perrone Editore 2022, pag. 352,  € 20,00

Molto interessante il libro di Francesco Costa, Dive del cinema, non solo per chi di cinema è appassionato, ma anche per coloro che in questo modo possono conoscere il significato, il ruolo e l’importanza della donna nel mondo del cinema, a cominciare dai tempi del muto. Un libro che rende omaggio alla forza, alla creatività della donna nella cultura occidentale, che ha “polarizzato per oltre un secolo gli affetti e le passioni di milioni di spettatori di tutto il pianeta”

Per parlare di cinema si parte dalla proiezione del 6 gennaio 1896,  L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat, grazie ai fratelli Lumiere, proiezione durata quarantacinque secondi, che provocò la fuga a gambe levate degli spettatori, “nel timore di vedersi cascare sul cranio l’intero convoglio ferroviario”

Di ogni periodo storico l’autore sottolinea gli aspetti socioeconomici e politici che il cinema porta sugli schermi attraverso i suoi interpreti; di ogni diva dà notizie sulla vita privata, sconosciuta prima della notorietà e spesso dolorosa, rendendo la diva più vicina, più persona. Di ognuna elenca film e premi, di ogni film offre tutte le informazioni possibili. Delle attrici riporta la foto. Tutto questo risponde già ad ogni necessità di consultazione rapida e di informazione.

Il divismo è nato quasi da un’esigenza dei tempi, quando la gente non scappava più dalle sale, intorno al 1910: “in una società che privilegiava l’interazione di tecnica e scienza, privando il mondo del senso del magico, il divismo […] portò allo scoperto il bisogno umano di proiettarsi in esseri speciali la cui vita si presumeva piena di avventure e di bellezza, di erotismo e di felicità”. La donna calamitò l’attenzione, la femminilità si prestò ad un processo di divinizzazione e per tutti la contemplazione della bellezza “assumeva una dimensione onirica”.

Nell’Italia del 1910, “quando la condizione della donna gridava vendetta”, il fascino femminile fece da richiamo, attirò il pubblico in sala e costrinse i maschi a guardarla mentre lei portava alla follia e talora al suicidio uomini che non riuscivano a sottrarsi al suo fascino.

Così si percorre un secolo, ricordando la prima apparizione di una diva seminuda, Lyda Borrelli, che fece in Salomè la danza dei sette veli davanti a re Erode; e Francesca Bertini per cui nel 1915 si coniò il termine diva, dalla voce “rasposa” ma perfetta per il cinema muto, la cui fama varcò l’Atlantico.

Sempre valida, purtroppo, questa riflessione sugli anni venti: “ogni volta che gli uomini si sono fatti la guerra, uccidendosi sui campi di battaglia, la condizione femminile ha fatto un passo avanti”: la donna, soggetta fino ad allora alla tirannia di padri e mariti, allo scoppio della prima guerra ebbe il suo momento di riscossa, sostituendosi in ogni ambito lavorativo agli uomini partiti per il fronte. Difficile poi tornare alle faccende domestiche e tantomeno adeguarsi alle leggi del ventennio fascista.

Nei ruggenti anni venti anche gli USA presero la rincorsa ed Hollywood propose un tipo di donna spericolata e sessualmente intraprendente, estranea al cinema italiano del fascismo, dove la donna non ambiva più a prendere un posto nella società ma, creatura lacrimevole, doveva difendersi da loschi seduttori.

Abbastanza comune a tutte le dive di Hollywood un matrimonio con uomini potenti, famosi o miliardari, molti divorzi, e spesso un’infanzia  difficile, povera. Ma i successi compensavano, tanto che di Mary Pickford, la “fidanzata d’America”, la ragazza dai riccioli d’oro, uno dei riccioli fu messo all’asta per una raccolta fondi e fu venduto per quindicimila dollari!

Nomi cambiati ad arte, biografie talora inventate, le attrici americane interpretavano ruoli che “incarnavano la voglia di rivalsa delle donne” e portavano al dissesto morale e finanziario  gli spasimanti. Donne come Gloria Swanson -sei mariti e oltre ottanta film- che nel 1926 percepiva dalla Paramount uno stipendio di settemila dollari a settimana -gli incassi del film allora dipendevano dalla diva, ed il nome del regista appariva in piccolo- Lei ha lasciato un’autobiografia, prezioso documento sull’epoca del cinema muto.

In Europa ricordiamo intanto Greta Garbo e Marlene Dietrich -che ha cantato per le truppe alleate rifiutando l’invito di Hitler a tornare in patria-.

Alcune non sono solo attrici, se dobbiamo a Hedy Lamarr, che ebbe folgorante successo nel ’49 con Sansone e Dalila, l’invenzione di “un dispositivo con cui trasmettere a distanza informazioni su frequenze radio per comandare a distanza siluri e mezzi navali”, grazie al quale si è giunti al funzionamento dei telefoni cellulari, di wireless Internet e dei sistemi satellitari.

Prosegue la storia del cinema attraverso le dive fino all’inizio del terzo millennio, passando dalla involuzione del periodo fascista, con le censure su larga scala e i ruoli di bamboleggiamento attribuiti alle donne – tra cui si salvano Alida Valli e Valentina Cortese – e con la nascita di Cinecittà; periodo che vede la fuga di millecinquecentotrentadue professionisti del cinema dalla Germania nazista.

Si fanno i grandi nomi della Hollywood degli anni ’30 e ’40 – come non ricordare, tra le tante, Katharine Hepburn, Bette Davis, Ginger Rogers, Ingrid Bergman? E poi il cinema francese, e quello italiano del secondo dopoguerra con Anna Magnani di Roma città aperta, con Gina Lollobrigida, Silvana Mangano di Riso amaro.

E’ una analisi di ampio respiro quella di Francesco Costa, impossibile da sintetizzare, perché ciò porterebbe a selezioni ingiuste. Tralasciati quindi nomi di attrici molto famose del nostro cinema più recente, italiano e straniero, per non correre il rischio di creare solo un elenco, si rimanda al libro come strumento per soddisfare ogni curiosità.

Marisa Cecchetti

Marisa Cecchetti vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato a varie riviste e testate culturali. Tra le sue ultime pubblicazioni i racconti Maschile femminile plurale (Giovane Holden 2012), il romanzo Il fossato (Giovane Holden 2014), la silloge Come di solo andata (Il Foglio 2013). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni pubblicate da LietoColle (2010): Nell’aria inquieta del Kalahari.