4 Marzo 2024
Sun

David Hopen, Il frutteto, Nutrimenti Editore 2023, pag. 576, € 25,00 traduzione di Nicola Manuppelli

 

Un diciassettenne di religione ebraica cresciuto a Brooklyn in una famiglia  di rigida osservanza, educato in una piccola yeshiva dove si studia prevalentemente la Torah e il Talmud  – unica sua apertura sul mondo la biblioteca dove si rifugia a divorare libri di autori che altrimenti non potrebbe conoscere -, improvvisamente deve seguire la famiglia a Miami, per motivi di lavoro del padre. La città è Zion Hills e la loro abitazione si trova in un quartiere dove vive una comunità ebraica benestante, economicamente influente.

Lascia gli amici di una vita ma non ne soffre, il cambiamento lo attira per il desiderio di nuove prospettive: “mi misi a pensare alla scuola e alle strade, al quartiere e alla città intorno a me, a fondere il clamore del traffico, dei bambini e degli animali, gli insegnamenti della Ghemarà e i pianti e le risa e i canti e le preghiere in un unico suono, una sola emissione, per afferrarla e, nel palmo della mia mano, schiacciarla fino a ridurla al silenzio”.

Il liceo che dovrà frequentare Aryeh è una importante yeshiva aperta a una cultura laica più ampia. Subito accolto dai coetanei, appare tuttavia in netto contrasto con loro per la sua rigida osservanza delle regole nel comportamento, nel cibo, nella preghiera, nell’abbigliamento. Loro vivono più liberi, meno ortodossi.

Come qualcosa di fortemente compresso si dilata appena finita la compressione, anche Aryeh allenta piano piano il laccio che lo lega al suo passato, stupito dapprima da tanta libertà, ma attratto sempre più da ciò che non ha conosciuto e sperimentato.

Il gruppetto degli amici è affiatato e ruota intorno a una figura trainante, Evan, allievo eccellente e stimato da docenti e compagni, da poco orfano di madre. Lui non riesce a elaborare il lutto, lo sente un affronto a sé e alla vita tanto che assume un atteggiamento di sfida contro tutto e tutti, anche contro il Dio della Torah.

Il suo comportamento è irrazionale, istintivo, tendente alla distruzione e alla autodistruzione: gli amici lo capiscono ma non lo giustificano, tuttavia non lo lasciano solo, lo seguono anche nelle proposte più audaci e folli. Diviso tra passato e presente anche Aryeh sta nel gruppo, beve alcool, fuma erba, subisce le iniziative di Evan spinte fino agli eccessi, finché qualcuno ci rimette la vita.

Aryeh scopre l’amore. Ma Sophia, che è stata la ragazza di Evan, bella e misteriosa, sarà sempre oggetto di domande inquietanti.

In famiglia ha la comprensione e la tacita complicità della madre che ha rinunciato a una dose di libertà sposando un uomo rigidamente osservante, ma sente su di sé il giudizio critico del padre. Questo non lo ferma nelle scelte spinte fino a farsi del male, in un rapporto di attrazione e condanna nei confronti di Evan.

Innamorati della stessa ragazza, sono tormentati entrambi da profonde inquietudini: “Hai presente l’innocenza che tutti pensavano che avessi quando sei arrivato?” dice Evan. “Era, come dire, inquietudine, cazzo, solamente sopita. Inquietudine, come di chi è… alienato, diciamo. Avere qualcosa dentro di te che è incompatibile con il mondo in cui ti trovi. Essere in agonia perché sei insoddisfatto delle ricompense fondamentali che ti giungono dall’ordine convenuto delle cose, dalla fottuta… comodità di una adesione indiscussa a una realtà grigia e apatica”.

Il frutteto, romanzo d’esordio di David Hopen, ritenuto a ragione “astro nascente della letteratura ebreo-americana”, scopre i conflitti interiori dovuti allo sradicamento, al capovolgimento dei modelli di vita, nella fase più delicata e problematica della formazione e della crescita; delinea la psicologia dei protagonisti seguendoli nelle loro giornate, a scuola, negli incontri con gli insegnanti e i rabbini, nel confronto su temi religiosi, filosofici e letterari, nella vita privata.

Ma è anche un romanzo che fa riflettere sulla coesione e compattezza impenetrabile di certe comunità ebraiche legate da su rigido conservatorismo e osservanza immutata nei secoli. E sulle possibili conseguenze.

Marisa Cecchetti

Marisa Cecchetti vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato a varie riviste e testate culturali. Tra le sue ultime pubblicazioni i racconti Maschile femminile plurale (Giovane Holden 2012), il romanzo Il fossato (Giovane Holden 2014), la silloge Come di solo andata (Il Foglio 2013). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni pubblicate da LietoColle (2010): Nell’aria inquieta del Kalahari.