29 Maggio 2024
Words

Guerra: danni collaterali

In un testo del 2013 intitolato Danni collaterali. Disuguaglianze sociali nell’età globale, il compianto sociologo polacco Zygmunt Bauman ha scritto: «Entrata di recente a far parte del lessico delle forze militari di spedizione, e successivamente divulgata dagli inviati stampa mandati al loro seguito, l’espressione perdita (o danno, o vittima) collaterale denota degli effetti accidentali, inaspettati, o come direbbero erroneamente alcuni imprevisti – e tuttavia dannosi, nocivi, deleteri».
Quattro anni dopo, sempre per mano dello stesso autore, uscirà Retrotopia; in questo testo possiamo anche leggere: «Ecco così spiegata la nuova inversione di rotta del pendolo della mentalità e degli atteggiamenti pubblici: le speranze di miglioramento, a suo tempo riposte in un futuro incerto e palesemente inaffidabile, sono state nuovamente reinvestite nel vago ricordo di un passato apprezzato per la sua presunta stabilità e affidabilità».
Di incerta datazione (o comunque non accreditata definitivamente) è il manuale L’arte della guerraattribuito a SunTzu, il quale dice: «In battaglia, punta a una rapida vittoria, perché a lungo andare la contesa mina il morale delle truppe e ne spunta le armi». Mentre il generale prussiano Karl von Clausewitz, nell’opera Della Guerra, fatta pubblicare dalla moglie tra il 1832 e il 1837, scrive: «La guerra non è che un duello su vasta scala». Combattimento che si svolge secondo determinate regole tra due contendenti, il duello: prevedeva armi uguali per risolvere ogni specie di controversia!

Il 23 febbraio 2022, le armate russe hanno varcato la frontiera ucraina.
A partire da questo episodio si vedono sorgere numerosi problemi che riguardano i concetti espressi dalle citazioni precedenti.
Per esempio, sui danni collaterali gravati sulla UE una riduzione importante delle forniture di gas russo. Stessa cosa per il frumento ucraino. Una corsa agli armamenti che coinvolge anche la UE. Il problema della difesa del territorio (che tende sempre più ad allargarsi) della UE – un problema, invero, che sembrava fuori dall’agenda dei governi fino al momento dello scoppio del conflitto. La NATO vista adesso come «problema»: uno dei cosiddetti motivi (o cause o motivazioni) della guerra Russia-Ucraina è stato individuato anche nel disappunto prima e nell’ostilità dopo di Vladimir Putin sulla richiesta ripetuta e dichiarata dell’Ucraina di voler entrare nell’orbita della NATO. Inoltre, la stessa NATO (che è, pur sempre, un’organizzazione militare di “difesa”) mantiene la sua giurisdizione e il suo potere soprattutto a livello tattico e strategico.

Inoltre, questa “operazione militare speciale” (così l’ha chiamata lo stesso Vladimir Putin) dovrebbe investire un paese indipendente dal 2014 ma all’interno del quale una sua regione (il Donbass, con popolazione a forte componente russa) ha avuto il riconoscimento russo della propria indipendenza. Ciò apre la questione del separatismo, dell’indipendentismo e dell’autarchia in territori non ancora entrati a far parte della NATO, oltre che dell’influenza (su scala europea) degli Stati Uniti d’America, della diplomazia, e degli stessi “confini” della giurisdizione della NATO.
Industria siderurgica, ricchezze minerarie, carbone: il Donbass non è una regione economicamente poco interessante: tutto ciò, a livello di “danni collaterali” apre scenari imprevedibili al momento, ma assolutamente poco felici – specialmente dal punto di vista della globalizzazione.

Fino al 1991 Russia e Ucraina erano una cosa sola; appartenevano a un unico Stato. Addirittura erano quella che, nel periodo della Guerra Fredda (1946-1989), veniva definita una “superpotenza”. Perciò l’Ucraina ha potuto affrontare questa nuova guerra con una preparazione militare e con un arsenale del tutto sovietico, mentre la Russia possiede armi di distruzione di massa (la bomba atomica).
Questa nuova guerra ha comportato una “corsa agli armamenti” (non dissimile da quella verificatesi nella Prima Guerra Mondiale quando Russia Germania, Regno Unito e Francia, Italia e Impero Austroungarico entrarono in competizione per accrescere il loro potenziale bellico). Questo ulteriore “danno collaterale” porterebbe a conseguenze catastrofiche o comunque a una nuova ondata di paura –simile a quella che generava la “deterrenza reciproca” nel periodo dei due Blocchi – che sta invadendo (e già lo ha fatto) l’Europa e non solo.
La Russia, al momento dell’invasione, era un membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Dal 1° dicembre 1991 anche l’Ucraina fa parte dell’ONU, ma esiste tra questi due stati una forte disparità: la Russia, in quanto nazione che ha vinto la Seconda Guerra Mondiale e dunque membro permanente, non ha lo stesso peso dell’Ucraina. A questo riguardo numerose sono le polemiche di questi giorni su cosa possa fare l’ONU. E questo investe in pieno quello che sarà l’assetto geopolitico dell’intero Pianeta.

Per quanto riguarda la seconda citazione con la quale ho aperto questo articolo, occorre fare riferimento al testo classico di Spengler, Il tramonto dell’Occidente. Lineamenti di una morfologia della storia mondiale, nel quale il filosofo afferma: «Ma per noi, posti da un destino in questa civiltà e in questo punto del suo divenire in cui il denaro celebra i suoi ultimi trionfi e in cui il suo erede, il cesarismo, ormai avanza silenziosamente e irresistibilmente, strettamente definita la direzione di quel che possiamo volere, e che valga la pena di vivere. A noi non è data la libertà di realizzare una cosa anziché l’altra. Noi ci troviamo invece di fronte all’alternativa di fare il necessario o di non poter fare nulla. Un compito posto dalla necessità storica sarà in ogni caso realizzato: o col concorso dei singoli o ad onta di essi».
Per Spengler l’Europa (e quindi l’Occidente) era destinato (con tutta la sua NATO – potremmo dire, oggi) a perire di fronte al necessario, che oggi è costituito dalle dinamiche “inemendabili” della globalizzazione. Eppure, questa guerra dimostra, se mai ce ne fosse stato bisogno, che la retrotopia di cui parlava Bauman ci sta portando a un’intensificazione dei valori atlantici, occidentali, europei, statunitensi a scapito di un futuro che le stesse dinamiche della globalizzazione (i dazi imposti alla Cina da parte di Donald Trump, ad esempio, dell’8 marzo 2018) sembravano ipotecare verso le rotte di un «pensiero unico» e, a livello economico, di un “Washington consensus” fortemente intaccato dalla mossa putiniana di attacco all’Ucraina. Globalizzazione da una parte e retrotopia riguardante la vecchia Unione Sovietica dall’altra: tramonto dell’Occidente o sua intensificazione in una “iper-globalizzazione” della quale è ancora difficile scorgerne i contorni?

Il cuore di tutto quanto il problema qui affrontato si risolve nella terza citazione. Questa guerra si sta prolungando oltremisura e non se ne vede la fine: una guerra novecentesca in pieni anni digitali. Viene quasi da pensare che nella narrazione che tutti i postmodernisti ci hanno fatto del periodo della Guerra Fredda e della globalizzazione (1989-oggi) ci siano stati dei punti di attrito, delle fake news, delle inesattezze, delle bugie vere e proprie.
Questa guerra è anche frutto e figlia del cosiddetto “sonno della globalizzazione” che non è stata capace di uniformare il pianeta culturalmente, piuttosto che farlo solo economicamente. Per quanto riguarda l’ultima citazione di questo articolo, il duello – se le armi non sono pari – a questo punto non è fra due nazioni ma fra due “stili di pensiero”.
E poi: la guerra è sempre brutta, si sa. Ma se una persona mi insulta e mi danneggia in ogni modo e io alla fine gli tiro uno schiaffo, la colpa certamente è mia, ma forse anche di quella persona…

Gianfranco Cordì

Gianfranco Cordì (Locri, 1970), ha scritto dodici libri. E' dottore di ricerca in filosofia politica e giornalista pubblicista. Dirige la collana di testi filosofici "Erremme" per la casa Editrice Disoblio Edizioni. Dirige le tavole rotonde di filosofia del Centro Internazionale Scrittori della Calabria.