di - 21 Settembre 2022

Elisabeth Ȧsbrink, Abbandono, Edizioni Iperborea 2022, pag. 320, €18,50, traduzione dallo svedese di Alessandra Scali.

 

Dopo 1947, il romanzo in cui la Ȧsbrink (1965), sulla base di un lavoro di ricerca, spiega come determinate scelte di quell’anno abbiano condizionato la Storia degli anni successivi, ancora una volta la scrittrice e giornalista svedese affronta un tema storico, supportata da una indagine lunga e complessa. La sua è una “lotta contro l’oblio” perché “chi non vuole ricordare perde se stesso”.

Con una struttura mirabilmente organizzata ora ci accompagna attraverso la vita di tre donne: Katherine la figlia, Sally la madre, Rita la nonna, in una discesa dentro se stessa: “All’inizio pensavo di intitolare questo libro semplicemente Solitudine– scrive la Ȧsbrink nella prefazione. “E’ un romanzo e quindi tutto ciò che racconta è vero. Ma potremmo anche definirlo una saga familiare…Il mio scopo era dare una volta per tutte un nome all’ombra che mi ha seguito per una vita intera”.

Così riprende un filo già apparso e dipanato in 1947, cioè la storia del popolo ebraico: questa volta si concentra sul destino degli ebrei sefarditi cacciati definitivamente dalla Spagna nel 1492. Molti approdarono a Salonicco dove si integrarono e contribuirono alla crescita della città, finché non furono oggetto dei toni antisemiti della chiesa ortodossa, poi sterminati negli anni tragici di Hitler, con tutto ciò che avevano costruito.

Per arrivare a capire perché Katherine, nata nel 1965, sia diventata “la guerriera di Salonicco”, bisogna conoscere la storia dei suoi avi. Che cosa cerca in quella città?

Cerca tracce del nonno e degli ebrei di Salonicco, perché se il nonno materno Vidal Coenca -questo il suo nome- non fosse fuggito in tempo dalla Grecia, avrebbe fatto la fine delle altre migliaia di ebrei morti in Piazza della Libertà, o costretti ai lavori forzati, o di quelle migliaia che furono caricati su diciannove vagoni per i lager nel 1943. E non sarebbe esistita Katherine.

Ma lì non si trovano tracce, le lapidi del cimitero sefardita sono state imbrattate, divelte e usate per pavimentare strade e costruire edifici. Camminando per Salonicco si rende conto che “oggi non c’è nessuno che si ricordi chi potrebbe a sua volta ricordare come vivevano i miei antenati”.

Il senso dell’abbandono è la condizione esistenziale di tutti i protagonisti del romanzo della Ȧsbrink, e l’essere ebreo vi è legato strettamente.

La madre di Katherine, Sally, ha paura a camminare per le strade di Londra negli anni trenta quando pullulano di fascisti, perché la peluria scura sul labbro superiore la contraddistingue, la mette in pericolo –becouse you are so dark- perciò non vuole sentire pronunciare la parola ebreo, perché “racchiudeva tutto ciò che feriva, bruciava, faceva male, la sprofondava nella vulnerabilità e nel tradimento. Quella parola era il sinonimo stesso di abbandono”.

Il padre di Sally, Vidal, si è preso cura di lei e della moglie Rita, ma non ha potuto vivere con loro, perché, in quanto ebreo, sarebbe stato un crimine, avrebbe fatto ricadere la vergogna –herem- sulla sua intera comunità sposando una cristiana, e avrebbe subito l’ostracismo. Sally, fino a sette anni, lo ha sentito come un estraneo che arrivava il sabato.

Ma anche Sally, che lascia presto la famiglia per andare a insegnare Inglese in Svezia, ha sposato un ebreo ungherese – che la madre era riuscita a salvare, bambino, dal treno per la Polonia, arrivato nel 1956 in Svezia come rifugiato politico e divenuto medico.

Sally sente fin da piccola l’abbandono, che si amplifica dopo il divorzio, quando lei rimane sola con la figlia Katherine in tutta la Svezia, quando la bambina deve prendersene cura, deve tenere in vita la “mamma nuvola” che si distrugge di pianto e di ansiolitici. E intanto nasconde il profondo senso di solitudine e il bisogno del padre, il “padre nuvola”, che non può nominare davanti a Sally, come non può nominare una serie di parole bandite dal quotidiano, tutte quelle che riportano al padre. Nei momenti di maggiore sconforto si rifugia sotto un abete a cui ha dato il nome del padre.

E la nonna materna Rita? Una degli otto figli di una famiglia tedesca, ha vissuto la miseria per la incapacità del padre di prendersi cura dei suoi; è vissuta nei bassifondi di Londra quando lui non è riuscito a imbarcarli, a Portsmouth, per l’America. Poi li ha abbandonati alla fame ed al degrado, finché Emilia, la madre di Rita, non ha rialzato un po’ la testa lavorando come sarta.

Rita e Vidal si incontrano in una sala da ballo, dove lei è stata trascinata dalla sorella Mabel, e dove Vidal si è rifugiato, contro le sue abitudini, per mitigare l’angoscia dopo essere stato al capezzale del padre morente.

Erano i tempi- inizio anni ’20 del secolo scorso- quando in Inghilterra c’era un surplus di donne e per loro era difficile sposarsi rispondendo al pensiero comune sulle femmine: get married, have children, settle down-sposarsi, fare figli e stare tranquilla.

Vidal, che era nato nel 1890,  un ebreo spagnolo nell’impero ottomano che si sentiva a casa, nel 1912 aveva seguito la famiglia in Inghilterra al  momento delle persecuzioni dei Giovani Turchi. Poi le difficoltà per ricostruire una attività, la necessità di proteggersi allo scoppio della guerra del 1914, in quanto gli ebrei erano stati amici dei Turchi, di conseguenza considerati nemici degli Inglesi.

Vidal e Rita, i nonni di Katherine, hanno un vissuto di dolore e privazioni che li unisce anche senza bisogno di parole, hanno un futuro fatto di silenzi, perché ogni parola suonerebbe superflua e pericolosa. Ma hanno due figlie e la loro quotidianità si ripete nella consapevolezza di una posizione sociale che non fa più temere.

La narratrice ci fa incontrare Rita nel 1949, in una “giornata particolare”, quella che segue il giorno delle sue nozze con Vidal, finalmente celebrate, quelle che la fanno sentire al posto giusto, dopo avere per tanti anni mantenuto il segreto di non essere una moglie, nonostante l’anello al dito. Il giorno che segue le nozze è come tutti gli altri, non c’è una luna di miele tardiva.

Rita ora ha tutto, anche se non ha più vicino la figlia Sally,  e alla sera ha accanto Vidal, silenzioso come suo solito, tuttavia l’uomo che si è sempre preso cura di lei e continua a darle il bacio sulla guancia prima di andare al lavoro – see you tonight, sweetie. Ci vediamo stasera, dolcezza.

I lavori quotidiani sono scanditi dalla ripetitività, la necessità di far quadrare i conti è un pensiero costante in quel difficile dopoguerra. Ma ora che è sposa saluta con più sicurezza i vicini, i passanti, mentre cura i fiori del suo front garden: “I rituali della quotidianità sono la sua vita, la casa piena di spifferi il suo regno, e lei ne è indiscutibilmente il centro. Come mai allora continua a dubitarne?”

Il passato è la forza che contrasta col presente, che tende a renderlo  insicuro, questo nella percezione di chi ha tanto patito. Tuttavia, mentre Rita dà fuoco a un mucchietto di foglie gialle “il falò che brucia la rende improvvisamente consapevole del sangue che le scorre nelle vene…E’ viva, vive quel mattino fresco. Questo dato di fatto, che in un giorno qualunque sarebbe per contato, oggi la riempie di una felicità inaspettata, come un fuoco d’artificio che per un istante illumina il buio: eccola, è lì! Rita esiste, il giorno esiste e sono una cosa sola”.

Ma nel romanzo della Ȧsbrink, accanto al senso di solitudine di abbandono, resta trasversale il dolore, come è già stato scritto in 1947: “Il dolore per la violenza, la vergogna per la violenza, il dolore per la vergogna”.