22 Luglio 2024
Culture Club

Un romanzo criptico

Già durante la guerra Madatov riferì: Ad Ispagan furono importati fino a duecento carichi di armi russe per l’esercito di Abbas-Mirza, ma attraverso Ispagan passò Karim-Khan, cognato dello Scià, inviato agli Inglesi come ambasciatore. E il vecchio aggiunse la postilla: Molto verosimile. Molto verosimile che il fatto non riguardasse lo shah-zade’ Costantino, e che vi fosse un grosso gioco, ma il corso del denaro era vantaggioso.

“La morte del Vazir Muchtar”  di Jurij Tynjanov è un romanzo pubblicato nel 1927. Il titolo significa, dall’arabo, la morte del ministro ufficiale. Che sarebbe un poeta, Griboedov contemporaneo di Puskin. Solo che mentre Puskin sfolgora e muore in duello, Griboedov si lascia avvicinare dai rivoluzionari decabristi, fa una piccola carriera letteraria (“Che disgrazia l’ingegno!” e la sua commedia pre-Gogol) e muore  nell’assedio dell’ambasciata russa a Teheran. Il contesto è quello del Grande gioco ossia la lotta a scacchi di Inghilterra e Russia in Asia. Temi non troppo desueti a quanto  pare.
Si tratta di un romanzo storico che si prefigge la rappresentazione epica di uno scenario russo antecedente di cento anni: la resa prima, la rivincita poi della Persia davanti alle pretese degli zar. Qualsiasi richiamo all’oggi è poco casuale. Ma teniamo presente che nel 1927 il clima era parimenti convulso. Finita e dissipata l’epoca dei liberi rivoluzionari, morto Lenin da tre anni, erano tempi di magra per gli scrittori.  È per questo che “La morte de Vazir” si pone come romanzo criptico.
Criptico fin dal titolo: la morte del ministro ufficiale. Griboedov ha appena ottenuto un trattato dallo Scià favorevole allo zar ma poi, rispedito in Persia attraverso la Georgia, finisce malissimo assassinato insieme a tutte le forze dell’ambasciata russa a Teheran: ed era una novità in quanto prima c’era solo l’emporio commerciale degli inglesi, ma nessuna base politica ufficiosa. Sono appunto gli inglesi tramite l’agente e medico scozzese Mac Neil ad istigare alla violenza i persiani – lo si chiamava Grande gioco ma era assai cruento.
Romanzo criptico si diceva: anche perché è intessuto di pezzi sapienziali alla Bulgakov e rassomiglianti vagamente altre epiche di là da venire di Grossman.
Ma in fondo nonostante questo doppio asse di criticità criptiche è un romanzo storico che rende evidente la perenne attualità del detto che ogni storia è sempre contemporanea. “La morte del vazir” oggi ristampato da Settecolori (26.00 euro) benché correttisismo biograficamente non cede all’aneddotica o al colore locale (certo ha delle escalation di virtuosismo alla Platonov, ma passano subito, sostituite da dialoghi teatrali) e attinge al puro e semplice carattere russo, all’anima slava si sarebbe detto una volta.
Anche questo rende il romanzo meritevole di qualche riflessione considerati i tempi in cui viviamo.

Non c’erano stati tradimenti: non aveva tradito Ermolov, né aveva raggirato Paskevic. Egli era retto, buono, un bravo bambino.
Chiedeva perdono per i suoi errori, per la sua vita tortuosa, per il fatto che si destreggiava; l’abito nero gli stava bene ed egli si adeguava all’abito. E ancora per la freddezza verso di lei, per una strana paura. Perdono perché si era allontanato dalla prima infanzia. E per i suoi peccati.