5 Marzo 2024
Words

Perché tanto silenzio su Massimo Scalia?

Abbiamo perso Massimo Scalia, maestro ambientalista. Scienza e militanza. Una grave perdita per tutti noi. Parlo, ovviamente, anche in prima persona. Sono stato per tre legislature suo compagno di gruppo alla Camera dei deputati, ma prima ancora come tanti altri della mia generazione sono stato “allievo” suo (e di Gianni Mattioli) per tutta la tematica riguardante la questione energetica, aspetto fondamentale della problematica ambientale.
Mi chiedo da alcuni giorni perché Massimo è stato così poco ricordato dai media. A parte il manifesto, il sito di Italia libera e qualche testata di nicchia, nessuno ha finora ricordato e riconosciuto l’importanza e il ruolo di quella che è stata una personalità scientifica e politica di grande spessore.
Eppure proprio in questi stessi giorni, sull’onda di Cop28 a Dubai, si parla molto di clima, di nucleare, di destino dei fossili, di fonti rinnovabili. Tematiche di grande attualità, dunque, quelle che hanno interessato e appassionato Scalia nella sua attività scientifica, nel suo agire politico e nella sua opera divulgativa. Perché dunque questo silenzio?
Massimo, a suo modo, era una figura anacronistica. Molti aspetti della sua personalità e della sua esperienza di vita stridono con l’andazzo prevalente.
Quanto mai rara, ad esempio, è nel panorama attuale l’implementazione di una visione politica in un’approfondita analisi culturale e in un costante aggiornamento scientifico. In Scalia questa qualità, che è il suo marchio di fabbrica, si accompagnava a una radicalità che non diventava mai slogan vuoto. Il No al nucleare, espresso con grande nettezza, era supportato da un’analisi dettagliata. La lotta alle cosiddette ecomafie (un’altra dimensione della sua attività politica) era sostenuta da una ricerca precisa del fenomeno. La sensibilità verso la situazione internazionale si accompagnava a un’attenta valutazione geopolitica. Nulla, insomma, appariva in lui superficiale, leggero, non fondato. Anche quando – e questa era un’altra sua qualità – accompagnava i suoi interventi con battute, ironia e talvolta anche qualche parolaccia.
Scalia non ha mai goduto di significativa presenza mediatica. Proprio per questo suo modo di essere. Troppo serio, troppo capace, troppo preparato nel suo campo. E dunque poco incline alla superficialità e alla leggerezza che godono di corso legale assai più significativo nel mercato della politica e dell’informazione.
E qui si manifesta forse anche un problema generazionale. Il linguaggio di Scalia, il suo modo di affrontare i temi, era il nostro linguaggio (parlo dell’ambientalismo un po’ d’antan) e probabilmente meno consono alle fasce più giovani. Ne ho avuto una conferma dalla freddezza e dall’ignoranza con cui è stata accolta martedì sera nelle redazioni la stessa notizia della morte di Massimo in seguito all’incidente stradale. I giovani redattori che ne hanno letto nelle agenzie il nome, non hanno battuto ciglio, perché non conoscevano e non conoscono che cosa quel nome e cognome ha rappresentato. La morte di uno dei tanti ex-politici, avranno pensato. E, di conseguenza, nessuno ha dato poi avvio a un ricordo-riflessione da parte di qualche collaboratore scientifico o ambientalista dei giornali.
Un’altra caratteristica da ricordare è la sensibilità politico-sociale con cui Scalia innervava la dimensione ambientalista. Ambiente migliore per una società migliore, per un mondo migliore.
Vorrei poi ricordare due episodi un po’ (ma non tanto) personali del mio rapporto con Massimo.
Il primo riguarda la mia esperienza di capogruppo verde e consiste in un rammarico. A Massimo avrebbe dovuto, con tutti i meriti, essere assegnata la presidenza di un importante organismo parlamentare (non ne faccio il nome per non implicare altre persone, ora fuori dalla politica attiva). La coalizione dell’Ulivo, di cui facevamo parte, scelse invece l’esponente di un altro partito. Non ce la feci (non ce la facemmo) a far prevalere il nostro candidato. Massimo non ne fu certo felice, ma non fece mai emergere la sua delusione.
Il secondo episodio avvenne anni dopo: un incontro casuale, tra di noi, nel parcheggio de La Sapienza, la sua università. Io stavo andando a fare lezione per il mio corso su giornalismo, lui stava portando via le sue carte da Fisica. Era finita per raggiunti limiti di età la sua esperienza di docente e questo gli conferiva un velo di malinconia negli occhi. Sì, perché Scalia – oltre a tutto il resto – amava l’università, amava l’insegnamento, amava la ricerca. E amava la Politica.

[tratto da Il manifesto]