20 Aprile 2024
Sun

Jeroen Brouwers, Il cliente Busken, Iperborea 2024, pag. 256. Traduzione dal nederlandese di Claudia Di Palermo e Francesco Panzeri.

Sono importanti le osservazioni dei traduttori, se si parla de Il cliente Busken, testamento letterario di uno dei grandi maestri della letteratura olandese: Jeroen Brouwers (1940-2022) ha trascorso l’infanzia in Indonesia e durante la seconda guerra mondiale, dopo l’invasione giapponese, è stato internato nel campo di Tjideng, nelle Indie orientali, prima di stabilirsi nei Paesi Bassi. Non è stato facile riprodurre “l’esperienza stilistico-sensoriale offerta al lettore” – scrivono i traduttori nella nota finale -, confrontarsi con il suo “acrobatico esercizio di stile e creatività” e con una abbondanza di “asindeti, anacoluti, allitterazioni, onomatopee, neologismi improbabili”. Inoltre il lettore si trova davanti ad una pagina non allineata a fine riga, disordinata e ondulante, la cui ragione non è chiara da subito.

Busken, ottantenne, è diventato un cliente di Villa Madeleine dopo una caduta che gli ha fatto sbattere la testa e la spina dorsale; con enormi difficoltà a stare in piedi, di giorno è immobile su una sedia a rotelle a cui è legato per le gambe e per la vita, per non scivolare in avanti; conta le piastrelle del bagno, trema in tutto il corpo e ha bisogno di aiuto sia nella alimentazione che nell’igiene. Tiene il pannolone e un fischietto al collo per avvisare in caso di necessità: da quando è arrivato a quel ricovero per vecchi, per ribellione e protesta ha deciso di non parlare più, e tutti pensano che sia muto sordo. In una forma di isolamento che fa pensare all’autismo – o forse è orgoglio ferito – rifiuta il contatto con i suoi simili: “io non conosco nessuna della sottospecie di individui di questo luogo”; disprezza i medici e il personale perché “conferivano con me come fossi un animale imbalsamato”, lo trattavano da demente, da affetto da Alzheimer; tutti tranne Moniek, un’infermiera arrivata da poco, il suo angelo dalla voce graffiante e dalla bellezza androgina.

Non si capisce che cosa abbia fatto nella vita, perché nel flusso ininterrotto del pensiero, nella sua fervida immaginazione – le alte navate della mia immaginazione – lui ha svolto le professioni più prestigiose, ha incontrato le persone più illustri. Senza dubbio ora si considera uno scrittore, e da un vecchio fax calano rotoli di carta – i libri che scrive – su cui sono tracciati solo scarabocchi con matite colorate. Ma il pensiero rimane la sua vita: i pensieri si affastellano, si accumulano: dal passato che si incunea nel presente affiora la figura di una madre senza amore, aggressiva, che lo ha deriso per incapacità, ne ha minato la fiducia, talora lo ha disconosciuto. Ne emerge la forte passione per l’alcool e le sigarette: al momento della caduta è stato trovato in mezzo a bottiglie vuote, in un ambiente trascurato e sporco.

Nella sua solitudine esistenziale lui ascolta e osserva, o rimane con lo sguardo fisso oltre la finestra a inseguire le elaborazioni del suo cervello: “io resto vigile, vedo tutto con chiarezza, osservo, registro, afferro ogni cosa”. Ma Busken deve avere una buona formazione, lo si deduce dai suoi riferimenti culturali, da qualche citazione latina, da una grande proprietà linguistica, tanto che annota gli errori degli altri.

Però il tempo lavora a suo danno e lui sbaglia la pronuncia delle parole -“dov’è finita la mia brillante padronanza lessicale” – poi si corregge ma si arrabbia, si agita fino alle convulsioni, sempre zitto. I pensieri si confondono, se i nomi scompaiono sempre più dalla sua mente è costretto a usare circonlocuzioni per riferirsi alle persone. Intanto perde il senso del tempo, “ho perso l’ordine dei giorni e quindi quello dentro di me”. Megalomane, fantasioso sognatore, Busken compensa il suo vuoto esistenziale col sogno, l’immaginazione, l’invenzione di sé, per poter sopportare l’umiliazione del suo stato, la repulsione di fronte al decadimento del suo corpo, la mancanza di libertà, la consapevolezza di impotenza, in un luogo dove è parcheggiato in attesa che tutto finisca: “è nostalgia. Sono solo”. La compagnia dei ricordi, il recupero del sé di un tempo, durano un attimo soltanto: “I ricordi riaffiorano e s’inabissano” e i pensieri “svolazzano come fogli di carta in questo vento”, “sempre di più “volteggiano da un nulla all’altro”.

Il cliente Busken è pienamente consapevole del suo stato, irride al linguaggio usato nell’istituto dove si usa uno “slittamento semantico contemporaneo, parole sostituite da altre parole senza che cambino i concetti di fondo, come paziente da cliente, internato da cliente, morire da scomparire”, anche se a lui non sfugge il furgone nero che attende un corpo freddo portato fuori dalla porta di servizio.

Nel fluire del monologo interiore, Busken fissa il suo progressivo scivolare: “non riesco a portare la mano direttamente alla bocca, che pure si trova da qualche parte”; sa farci sorridere: “Queste sono le loro conversazioni. Ascoltarle è istruttivo. Per fortuna sono sordo”. Sa fissare immagini comicamente realistiche, sogna i lungarni di Firenze insieme a una donna, vorrebbe una sigaretta ma soprattutto un coltello, desiderio ricorrente quest’ultimo, simbolo di ribellione e rivolta.

Il cliente Busken non turba il lettore anche se lo trascina dentro un ospizio per vecchi, ma fa riflettere sulla parabola discendente della vita. Fa tenerezza perché è fragile, solo, dipende da estranei, ma suscita anche ammirazione perché lotta per mantenere la dignità del pensiero, per non spegnere la fiammella che arde ancora, per essere persona fino all’ultimo momento. Il flusso di coscienza è il testamento di una esistenza intera, probabilmente poco generosa, che tuttavia trova il riscatto nel delirio megalomane degli ultimi giorni.

 

Marisa Cecchetti

Marisa Cecchetti vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato a varie riviste e testate culturali. Tra le sue ultime pubblicazioni i racconti Maschile femminile plurale (Giovane Holden 2012), il romanzo Il fossato (Giovane Holden 2014), la silloge Come di solo andata (Il Foglio 2013). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni pubblicate da LietoColle (2010): Nell’aria inquieta del Kalahari.