di - 2 settembre 2017

I razzisti americani offendono Colombo

Allora, secondo l’attuale patologia culturale nordamericana, sarebbe stato Cristoforo Colombo a iniziare lo sterminio, sistematico e volontario, dei nativi “indiani” e poi di quelli di colore… La questione dei nativi è totalmente diversa da come narrano questi veri e propri selvaggi postmoderni, questi distruttori di statue colombiane e magari, tra poco, del ponte da Verrazzano o dei Vespucci canals. Nessuna meraviglia per l’ignoranza storica degli americani: quando furoreggiava la “Guerra del Golfo” contro Saddam Husseyn, il 56% della popolazione non sapeva dove fosse Baghdad né lo stesso Iraq. Il problema è che il razzismo e la guerra di rapina contro le tante tribù indiane, il filibuster per prendersi terreni, bestiame e case pellerossa o messicane l’hanno fatto solo e unicamente gli anglosassoni.

La schiavitù dei neri cessa formalmente nel 1865, alla fine della Guerra di Secessione; mentre l’apartheid durissimo contro le razze negre, peggiore di quello sudafricano, ha un termine, sia pure incerto, nei primi anni ’60 del secolo scorso. Fu la Buffalo Division, carristi neri tutti impiegati sul fronte italiano, ad accorgersi che l’ideologia del regime fascista e, ancor di più, di quello nazista riecheggiavano pericolosamente i temi della loro democrazia, e a fondare un patto per l’eguaglianza razziale.

Lincoln (un santo improbabile) in un discorso a Ottawa, nell’Illinois, tenuto il 21 Agosto 1858, quindi prima di essere eletto alla Casa Bianca, afferma che “io non miro affatto a introdurre l’eguaglianza sociale e politica tra la razza bianca e quella nera… Io sono favorevole al ruolo di superiorità che deve svolgere la razza a cui appartengo”. Lincoln tentò di spedire molti ex-schiavi in Liberia, l’attuale stato africano, tentò poi di creare una colonia di deportati di colore ad Haiti. Ma nel 1860 affermò, durante il suo discorso di insediamento alla Presidenza, di “non avere alcuna intenzione, diretta o indiretta, di interferire con l’istituzione della schiavitù negli Stati in cui essa esiste”. Niente male per un santino democratico.

Il diritto riguardante gli schiavi era presente – lo ricordo agli anticolombiani – nelle colonie nordamericane fin da prima della nascita degli Usa nel 1776. La prima colonia britannica nella costa Est, la Virginia, acquista i primi schiavi (dai mercanti arabi e britannici) addirittura nel 1619, il povero navigatore genovese è morto da un pezzo, e anche in miseria. Le “guerre indiane” sono poi simultanee, a ovest, alla guerra d’indipendenza contro la Gran Bretagna, ma soprattutto a Est del Mississippi le numerose tribù pellerossa giocavano il loro ruolo alleandosi sia con gli americani sia con gli inglesi. È però il Trattato di Parigi del 1783 che fa trasferire una gran parte del territorio indiano agli Usa, senza che i nativi ne sapessero nemmeno niente. Vatti a fidare del moralismo antimachiavellico degli anglosassoni.

In ogni caso, le lunghe guerre tra pellerossa e americani o britannici, fino al 1890, l’anno della Junction, sono ben 28, con quasi 100 milioni di nativi morti di malattia o uccisi, in almeno 500 anni ma, soprattutto, da quando le tredici colonie si separano da Londra. Tutte guerre di cui sono responsabili l’ideologia razzista, le armi evolute, le malattie diffuse ad arte, i trasferimenti forzati, la fame endemica, situazioni causate solo e unicamente dall’uomo bianco e anglosassone.

Poi la storia continua: è il democraticissimo Franklin Delano Roosevelt che pensa alla sterilizzazione coatta dei giapponesi e alla loro unione sessuale forzata con gli abitanti dei Mari del Sud. Era stato infatti il Sol Levante che, dopo aver stupito il mondo con la vittoria sulla Marina russa a Port Arthur, si pone come l’Impero Giallo contro quello “Bianco”, catalizzando l’interesse delle comunità black negli Usa che fanno il tifo per il Giappone contro il segregazionismo nordamericano; e l’FBI si occuperà molto di questo problema.

Non aveva tutti i torti, allora, il vecchio Carl Schmitt, quando ci ricorda che la Dottrina Monroe, quella del controllo del Nordamerica su tutta l’America Latina, “è diretta contro l’Europa….il nuovo Ovest avanza la pretesa di essere il Vero Ovest, il Vero Occidente, la Vera Europa”. Durante la guerra del Messico, nel 1847, la “calata della razza del Nord” anglosassone porta la civiltà nelle terre dominate “dall’abietta razza ispanoamericana”, e la propaganda, ma anche l’ideologia ufficiale delle èlites di Washington, prevede la “fine del Messico come nazione”.

Quando, dato il nesso strettissimo tra Manifest Destiny universale Usa e razzismo, arrivano negli anni ’40 del XIX secolo i primi emigranti irlandesi, essi vengono subito bollati come white niggers, negri bianchi.

Se, quindi, lo sterminio dei pellerossa ha inserito nella psicologia politica identitaria Usa una forte dose di razzismo biologico, l’ipocrisia protestante reclama i suoi diritti piccolo-borghesi con le guerre a Cuba (1898), a Portorico e nelle Filippine (1899) in Messico (1913) dove gli americani pretendono di incarnare la civiltà per andare a soccorrere popoli giudicati non all’altezza di governarsi da soli. Lo diceva già Jack London, nel suo bellissimo Tallone di Ferro: “la forza dell’oligarchia risiede nella compiaciuta certezza della propria rettitudine”.

Ed è proprio negli Usa che si diffondono, a livello di massa, le dottrine eugenetiche di Galton e del “darwinismo sociale”. A parte Henry Ford I, finanziatore del nazismo tedesco, traduttore del Mein Kampf hitleriano e editore del periodico antisemita The International Jew, molte sono le radici nordamericane dell’ideologia razzista del nazismo germanico. Madison Grant, nel 1916, con The Passing of the Great Race, propone al pubblico Usa le teorie dell’arianesimo nordico già di moda in Germania, mentre Stoddard, autore di un esplicito The revolt against civilization, parla di una rivolta delle razze “colorate” contro la naturale supremazia dell’uomo bianco. È del 1911 la prima terapia di sterilizzazione forzata, approvata da Woodrow Wilson allora governatore del New Jersey, da porre in opera su negri, gialli, latini e quindi, naturalmente, sugli italiani.

Dovremmo essere allora noi italiani a fare la pipì sulle statue di Wilson e di Jackson, non certo voi, eredi del razzismo biologista più potente al mondo, su quelle dell’innocente Cristoforo Colombo.

Nel 1904 viene aperta, è bene ricordarlo, la Station for Experimental Evolution, con i soldi della Carnegie e della Rockefeller Foundation, che farà approvare una legislazione segregazionista e razzista che durerà fino quasi al 2000. È la “Station” che stabilisce le quote dell’immigrazione dall’Europa. E questi soldi Usa vanno a finire anche a ricerche svolte dal Kaiser Wilhelm Institut, dove molti medici passeranno senza soluzione di continuità dal Manifest Destiny nordamericano ai campi di concentramento nazisti.

Quindi: il razzismo Usa e la discriminazione legale non riguardava, in Usa, solo i neri. Il razzismo biologico nordamericano era in diretta comunicazione con quello nazista, infine non è vero che il razzismo eugenetico e violento dei nazisti sia stata un’invenzione dei soli tedeschi. Hitler era un attento studioso dei testi della American Eugenetic Society, oltre che di Davenport e di Popenhoe, due dei più duri propagandisti Usa della segregazione e dell’eugenetica violenta. The obliteration of the unfit… vi dice niente questa formula?

Ecco, cari e ignorantissimi amici americani, la prossima volta sfogatevi sui vostri miti democratici e anglosassoni, lasciate stare Cristoforo Colombo o Amerigo Vespucci, banchiere dei Medici a Madrid, studioso neoplatonico e amico del Guicciardini. Ha fatto male a regalarvi il suo nome, ora che ci penso.