di - 20 febbraio 2018

Poesie alla vita. Omaggio a Jaime Sabines

Te desnudas igual que si estuvieras sola
y de pronto descubres que estás conmigo.
¡Como te quiero entonces entre las sábanas y el frió! 

Te pones a flirtearme como a un desconocido
y yo te hago la corte ceremonioso y tibio.
Pienso que soy tu esposo y que me engañas conmigo. 

¡Y como nos queremos entonces en la risa
de hallarnos solos en el amor prohibido! 

(Después, cuando pasó, te tengo miedo
y siento un escalofrío.)

 

Ti spogli come se tu fossi sola
e all’improvviso scopri che sei con me.
Come ti voglio allora tra le lenzuola e il freddo!

Filtri con me come se fossi uno sconosciuto
e io ti faccio la corte cerimonioso e tiepido.
Penso allora che sono tuo marito, che con me mi tradisci.

Come ci amiamo allora tra le risa
di ritrovarci soli nell’amore proibito!

(Quando tutto è passato, ho paura di te
e sento come un brivido.)

 

*

 

Lloverás en el tiempo de lluvia,
harás calor en el verano,
harás frío en el atardecer.
Volverás a morir otras mil veces.

Florecerás cuando todo florezca.
No eres nada, nadie, madre.

De nosotros quedará la misma huella,
la semilla del viento en el agua,
el esqueleto de las hojas en la tierra.
Sobre las rocas, el tatuaje de las sombras,
en el corazón de los árboles la palabra amor.  

No somos nada, nadie, madre.
Es inútil vivir
pero es más inútil morir.

 

Pioverai al tempo della pioggia,
farai caldo d’estate,
farai freddo all’imbrunire.
Tornerai a morire altre mille volte.

Fiorirai quando tutto fiorirà.
Non sei niente, nessuno, madre.

Di noi resterà la stessa traccia,
il seme del vento nell’acqua,
lo scheletro delle foglie sulla terra.
Sulle rocce, il tatuaggio delle ombre,
nel cuore degli alberi la parola amore.

Non siamo niente, nessuno, madre.
È inutile vivere
ma è ancora più inutile morire.

*

Di Jaime Sabines (1926-1999) si sa poco o niente in Italia ed è un vero peccato perché è ritenuto a ragione uno dei più importanti poeti messicani del Novecento. Nato da immigrati libanesi emigrati a Cuba (1902), quindi trasferitisi in Messico, nel Chiapas, proprio negli anni in cui infuriava la rivoluzione di Pancho Villa e Emiliano Zapata, Sabines crebbe in una Città del Messico che respirò a lungo un clima di straordinaria apertura politica e culturale, di tolleranza e di incontro, e anche grazie a questo – credo – è riuscito a legare la sua vita alla poesia e la sua poesia alla vita come pochi altri autori del suo secolo ispirandosi a qualcosa di molto elementare, e qualcuno direbbe “anti-novecentesco”, e forse è solo buon senso: cioè che la scrittura in fondo non è che una testimonianza del nostro passaggio sulla terra. Ci sarà chi lascia testimonianza del suo passaggio su un muro con vernice spray, in attesa che i netturbini vengano a pulire, e chi invece predilige altre forme del discorso, più discrete, e fra queste la poesia, e non perché sia la più alta e complessa, a rischio di apparire talvolta poco intellegibile, ma forse perché entra in profondità nelle parole, nel loro modo di incontrare e scontrare la realtà. A tal proposito Sabines sostiene, in una poesia, che esistono due tipi di poeti “moderni”: «quelli, sottili e profondi, che indovinano l’essenza delle cose e scrivono: “Lucifero, luci zero, Luci Eros, la gola della luce partorisce colori collerici”, eccetera, e quelli che inciampano in una pietra e dicono “stupida pietra”». Lui appartiene a questa seconda categoria, non alla prima, dei «más afortunados», sui quali c’è sempre un critico intelligente che scrive un trattato Sobre las relaciones ocultas entre el objeto y la palabra y las posibilidades existenciales de la metáfora no formulada, e così li fa entrare nel «Club de la Fama».

Ironia a parte, Sabines è un poeta che tende a eludere, nella sua scrittura, non solo il cascame letterario, ma anche l’ostentazione di una letteratura che si fa gioco (o beffa?) di se stessa, quasi ignorando l’esercizio severo e delicato sulle emozioni: ciò che a Sabines interessa è arrivare al cuore delle cose, e per questo nutre i suoi versi di un radicalismo esistenziale che gli consente di sollevare ogni velo dal tabernacolo dissacrato del soggetto poetico (in fondo, il poeta è un fingitore…), restituendo all’autore una dimensione umana. C’è una poesia in prosa dal titolo emblematico Un personaje, che rende bene l’idea: il poeta intellettuale tutto d’un pezzo, con i suoi modi solenni e precisi, ironico e fine al momento opportuno, che incanta il suo interlocutore, compiaciuto del prestigio dei suoi celebrati volumi, dei premi che vince e che fa vincere, degli ammiratori che lo adorano, è un «personaje», interpreta alla perfezione quello che gli altri vedono in lui. Ma ecco, in un’altra poesia, Sabines confessa di non saper interpretare nessuna parte, anche se qualcuno gli dice che è un poeta, perché in verità sa che deve sostenere anche altre parti più difficili – quella del marito, del padre, del figlio, del lavoratore, del cittadino ecc. – e va in giro, a piedi, percorre le strade della città come uno qualsiasi, come un Peatón (titolo di questa contro-poesia), e quando ci pensa, finalmente a casa, stesa sul letto, si rasserena, prova «alegría dulce y tranquila».

Sabines è un poeta-pedone, dunque, non si preoccupa di distinguere il tema alto, importante, impegnato, da quello sciocco, marginale, banale: tutto può diventare materia di poesia purché contenga la testimonianza della vita terrena di chi scrive in quanto “uomo”, prima che o in vece che in quanto “Poeta”. Un’arte difficile perché non bastano le parole di tutti i giorni, occorre una capacità di riflettere, in coscienza, a ogni momento, sul valore del tempo che stiamo qui vivendo, delle ore che trascorriamo su questo giardino dell’Eden che continuiamo a maltrattare (senza che, peraltro, nessuno ci venga a cacciare), insomma su una vita presa in prestito, che dovremo prima o poi restituire alla terra cui tutti apparteniamo. Non è stato facile, perciò, scegliere una sola poesia dalla bella antologia (la prima edita in Italia), curata da Marco Antonio Campos, tra le voci più importanti della poesia messicana contemporanea, e tradotta da Emilio Coco, ispanista e poeta di vaglia, Le poesie del pedone (Raffaelli, Rimini 2017), tra le poesie d’amore, che si accendono come fiaccole lungo il sentiero di uno dei temi più scivolosi della poesia moderna, e quelle in morte per il padre, il Mayor Sabines, e per la madre, Doña Luz (per i quali Sabines ha scritto due straordinari canzonieri), senza contare i testi sui vari aspetti dell’esistenza cantati sin dalle prime raccolte, come Tarumba (1956), ampiamente antologizzata. Perciò ho pensato, in questa sede, di sceglierne due, una sull’amore e sulla morte, come i due capi d’acciaio ben tesi che racchiudono il senso di ogni esistenza umana.