di - 30 settembre 2018

Cardarelli, poeta delle stagioni disabitate

«Mentre vivi, bevi.»
(Khayyam)

Khayyàm, nei mattini d’estate,
basta avere una foglia in bocca,
il sole dei giardini
ci ubbriaca meglio del tuo vino
che noi non berremo.
Abbiamo, dopo di te,
bevuto in ben altre cantine.
Abbiamo la gola rossa
dei nostri vini d’Occidente,
o mio vecchio, melodico persiano.
Ma la tua dolce infanzia di filosofo
questa è un gran dono.
Tu hai guardato il mondo
tra nebbie e per distanze siderali.
Tu hai potuto iridare
di primordiali curiosità
l’ombra della vita.

Dove tutto non era
che disperata certezza
tu hai fatto domande,
proposto accordi e tutto era concluso.
E quando, non la durezza
della faccia di Dio,
pietosamente a te ascosa,
ma la tua carne stanca
ti rimbrottava,
da quell’oscuro e flebile scontento
nasceva la grazia d’un ritmo.
Così dell’umano
viaggio eludesti
le premesse fatali,
convinto di non saperle
e illuso di doverle ricercare.
E questo era il buon vino,
Khayyàm.
Il dio che ti propiziava
questa bevanda d’inganni
faceva la tua fortuna
e il tuo canto.
E tu libavi alle rose
del tuo ridente sepolcro,
non sospettando, o impavido,
che la tua vita era già
un cimitero fiorito.

 

Dal giovane Cardarelli di Commiato («La vita non chiede che di passare» (in Prologhi) al poeta maturo, già Alla deriva («La vita io l’ho castigata vivendola», in Giorni in piena), passano una ventina d’anni di grandi eventi (la Grande Guerra, la crisi, l’ascesa del fascismo, il conflitto mondiale), eppure sembra solo un attimo, a tal punto lo scrittore perfeziona la sua opera, di raccolta in raccolta, raggiungendo una sorprendente unità e coerenza stilistica capace di amalgamare testi scritti ad altezze cronologiche diverse (basti pensare alla breve sequenza dei mesi nelle Poesie), e di liberare la scrittura dalle contingenze storiche, sprigionare il vissuto dai dati biografici personali, in uno specchio in cui ogni lettore può leggere la sua vicenda esistenziale. Se è vero che in Cardarelli il poeta è lo stile, incapsulato in uno splendido aulico isolamento, la scrittura diventa a sua volta un faro che illumina la via dell’uomo, punto di riferimento al suo vagabondare, e forse ci consente di snebbiare la «leggenda, insolitamente florida» che – ci avvisa la Martignoni, introducendo il Meridiano dedicato al poeta di Tarquinia – rischia di mettere in ombra o sovrastare la lezione delle opere, avvantaggiando l’immagine del poeta calligrafista, intransigente teorizzatore della «Ronda». Proviamo invece a oltrepassare il guscio classicista della sua scrittura e addentrarsi nel tempo della sua poesia (in cui l’autore sperava di non annegare: «Io annego nel tempo»…), smontando le diverse sequenze di testi confluite, come in un imbuto, dopo l’ultimo prosimetrum, Il sole a picco (1929), a partire da Giorni in piena (1934) – più che un traguardo un giro di boa – nelle varie raccolte di Poesie (1936, 1942, 1948, 1949, 1958, comprese Poesie nuove, 1946), con un progressivo diradare di nuovi testi, nel compimento di un canzoniere dalla misura quasi leopardiana, tuttavia sottesa a quella definizione della poesia (posta già in Parole all’orecchio, 1929, ripresa in Solitario in Arcadia, 1947), come «fiducia di parlare a se stessi».

Mi pare che su questo occorra riflettere: Cardarelli, che ha compiuto la prima parte del suo percorso annodando strettamente versi e prosa, a un certo punto usa forbici di precisione e bisturi per dissociare le due forme testuali, sì da proporsi al lettore, almeno sul piano editoriale, nella sua doppia identità di “poeta” e di “prosatore”, per cui non basterà ricordare la lungimirante prefazione del poeta in Giorni in piena (poi ripresa in Il viaggiatore insocievole, 1953, con il titolo emblematico di Poesia pura): «Una delle maggiori presunzioni della poesia pura e quella di ristabilire, in contrasto con tutta l’esperienza poetica e critica dei tempi nostri, la tradizionale distinzione tra poesia e prosa…». La dissociazione comincia prima ancora che la cornice storico-culturale in cui era nata l’idea di una fondamentale contiguità tra versi e prosa: gli anni Trenta, come anche nella narrativa e nel cinema, segnano già uno spartiacque nella letteratura italiana, spalancando le porte a una crisi che la tragedia bellica non farà che confermare e approfondire. In Cardarelli non cessa il bisogno di aprirsi e raccontarsi, anzi si fa più pressante, urgente, come dimostra quel libro decisamente scomodo che è Lettere mai spedite (1946), una sorta di messa in discussione e forse di regolamento di conti con se stesso, ma anche con tutto il milieu letterario dal quale Cardarelli si sente estraneo, emarginato, forse anche per effetto delle sue passate simpatie fasciste. In un momento di delicato riassestamento degli equilibri politici nel sistema culturale italiano, occorre presentare di sé, in coerenza con quanto già pubblicato, e assimilato dalla critica e dai lettori, quel che appare pulsante e vivo, tenacemente in dialogo con gli anni che passano quasi senza lasciare traccia nella scrittura, in cui l’autore trova modo di autotrascendere il proprio “io empirico”. Quel che Cardarelli aveva tentato, con una lucidità che lo colloca tra i primi in Italia, sulla scia dei fondatori del simbolismo europeo – ovvero il connubio tematico e stilistico di poesia e prosa all’interno della stessa raccolta (basti prendere il tema dell’amicizia, che rimbalza in Prologhi, da Amicizia a Commiato a Nuovo addio, in Prologhi) – si realizza specificamente nella fattura di una poesia così detta “discorsiva, prosastica”, sulla scia (avrebbe precisato il poeta) della grande tradizione così detta “lirica” (poeti discorsivi, che fecero poesia ragionando, furono Dante, Petrarca, Leopardi…), ed è in questo stile che Cardarelli, attento a delimitare i confini all’interno dell’aggrovigliata matassa della poesia occidentale, intesse una piccola bellissima ode a Omar Khayyàm (raccolta nell’edizione delle Poesie del 1942), meditando sulla sua poesia, sulle antiche e profonde istanze, e quindi sulle distanze dalla tradizione cui egli sente di appartenere, che però sente fraternamente come un invito alla lettura e al confronto aperto, e alla riflessione sul destino di un poeta che è anche quello dell’uomo, tra gioioso inno al giardino dela vita, e severa consapevolezza della morte che costeggia questa giardino fiorito. Si tratta di una poesia di Cardarelli probabilmente (ma ingiustamente) meno nota rispetto a quelle di solito antologizzate nei manuali per avvalorare un registro poetico ondeggiante fra lirismo vociano e slancio pre-ermetico: penso per esempio ad Autunno e alle tante poesie dedicate alla stagioni e ai mesi, e quindi alle poesie liguri e veneziane, a poi ad Abbandono e a Gabbiani; e a proposito di quest’ultima poesia, forse niente riepiloga meglio la poesia di Cardarelli, che sembra solo sfiorare la vita, come l’immagine di un gabbiano che sfiora, volando leggero, la superficie del mare. Allo stesso modo in cui i mesi e le stagioni appaiono, agli occhi del poeta, come quelle di un pianeta disabitato che attende ancora, nella sua genuina ospitalità, chi sappia viverle e ricordarle.