di - 19 marzo 2018

(VINTAGE) Racconto di un paese per vecchi: “Nebraska” (di Alexander Payne, USA 2013)

Inseribile nell’ampio filone dei film dedicati al rapporto tra genitori e figli, Nebraska affronta questo “universale” con un taglio misurato , sensibile e realistico. Il racconto è di quelli difficili, ispidi, poco accattivanti: costellato dalla rappresentazione delle meschinità e le tristezze della vecchiaia (cattiveria, stordimento mentale, avidità), con presenze giovanili per lo più odiose. Gli spazi aperti del Montana (la regione nella quale gli astri appaiono come ingranditi) e del Nebraska riprodotti nel bianco e nero del film compongono un retroterra stilizzato, ma tetro sino a essere a volte quasi spettrale, in sintonia con le ghost towns americane lungo le quali si spostano i protagonisti. Gli ambienti chiusi dei pubs (e viene in mente lo splendido pezzo di Bill Callahan, The Sing) sono le sedi predilette di perdigiorno e anziani irretiti dalla coazione a ripetere il loro nulla; quelli delle villette familiari abitati da coppie ormai sole o da comunità di parenti-serpenti, ricettacolo di squallore quotidiano fatto di cibi in scatola, e di televisione abbrutente e violenza strisciante.

L’anziano Woody Grant (Bruce Dern, palma d’oro a Cannes nel 2013 come migliore attore protagonista) riceve per posta un titolo di vincita a seguito di un concorso di un milione di dollari: quello è scritto a caratteri cubitali, le condizioni della vincita, in formato minore. Il denaro si ritirerebbe a Lincoln, il capoluogo del Nebraska, lontano poco meno di mile miglia dal paese del Montana dove Woody, un alcolista incallito, scarruffato e sciatto, vive con la moglie Kate (June Squibb), una donna ancora relativamente in gamba, ma acida, bisbetica, incazzata contro il mondo e capace di volgarità inaudita (come quando si alza la gonna dinanzi alla lapide funeraria di un suo mancato spasimante dicendo “guarda cosa ti sei perso!”), nonché intenzionata a mandare il marito in una casa di cura per vecchi, d’accordo con il figlio maggiore. L’anziano, sulla via della demenza senile, collega questa colossale presunta botta di fortuna con la possibilità di acquistare un furgone tutto suo. Non si rende conto minimamente della sproporzione tra la cifra che pensa di ottenere e il desiderio che vorrebbe realizzare. Scappa da casa a più riprese incamminandosi trimpellante lungo vie deserte o trafficate. I familiari cercando di spiegargli che si tratta di una truffa ma il vecchio non ne vuol sapere. Dei due figli maschi, l’uno è un giornalista televisivo che sembra avere imboccato la via del successo grazie alla malattia di una collega, mentre David (Will Forte), il più giovane è dipendente di una ditta di elettronica. David prende una decisione, apparentemente insensata. Accompagnerà suo padre verso Lincoln. Il viaggio in auto prevede una sosta a Hawhtorn nel Nebraska, cittadina di cui l’intera famiglia è originaria. Così Woody rivede vecchi amici, concittadini, provinciali anch’essi per lo più di cattivi sentimenti: l’arrivo del milionario (tutti sono convinti lo sia, nonostante l’opera dissuasiva di David, e poi del fratello e della madre che li raggiungono per una specie di rimpatriata familiare) è un evento che persino la stampa locale, che vive di una cronaca inesistente, vuol celebrare. L’anziana giornalista del paese distilla una delle poche gocce di autenticità, di nostalgia irrorata di un lontanissimo amore: ha avuto una famiglia felice, ma la sua vera passione fu Woody, che però ha scelto un’altra. E’ opportuno non spingersi oltre nell’evocazione della storia, perché il film riserva una piccola sorpresa, lungo la long way home di ritorno. Piuttosto, occorre dire che il nucleo essenziale della pellicola, l’affetto del figlio minore per suo padre è di grande verità. Un affetto per così dire puro, verso un genitore che poco ha dato ai suoi e del quale nel corso del viaggio David apprende altri retroscena di vissuto, che lo colpiscono ma non ne scalfiscono l’atteggiamento. Indulgenza è probabilmente il sostantivo che più si addice a descrivere il tipo di amore sentito da David, una indulgenza profonda riempita della consapevolezza che suo padre verosimilmente non vivrà ancora a lungo. E molto originale, tutt’altro che scontato, è anche il fatto che nel corso del viaggio i due stanno insieme, ma il vecchio continua a essere se stesso (non è un personaggio positivo, è solo una maschera umana) non si apre a tenerezze mantiene la sua personalità cocciuta, confusa. Il figlio invece nonostante il sacfricio cui si sottopone, le situazioni talvolta pesanti in cui si trova coinvolto fa di questo viaggio complicato un’esperienza vitale, partecipa, protegge, asseconda, all’occorrenza no: chi ha a che fare con persone anziane “richiedenti” attenzioni, o regredite allo stadio di bambini che vogliono cose, sa bene quali siano gli istinti che suscitano. L’amore di David per il vecchio padre controlla questi impulsi, li supera, sino alla generosità di scegliere di andare incontro ai desideri del proprio genitore.

Un Bruce Dern che con la lunga barba incolta sfuma la sua recitazione quasi esclusivamente con il linguaggio degli occhi, e una camminata barcollante destinata a rimanere tra quelle celebri nella storia del cinema (come quella saltellante di Dustin Hoffman in Un uomo da marciapiede), non è certo l’unico attore a brillare. Formidabile è anche l’interpretazione di June Squibb attrice di teatro, che solo dagli anni ’90 si è dedicata al cinema con ruoli da caratterista.

(19/01/2014)