12 Aprile 2024
Movie

“Molecole” di A. Segre (Ita 2020)

In un torrido Spazio Uno di Firenze, il pubblico si guarda tra il curioso e il rassegnato. Distanziamenti e mascherine lo rendono un po’triste e ancora più torrido. È meritoriamente proiettato in questa storica sala d’essai fiorentina, in una fase di riavvio delle attività, il bel mediometraggio (68’) del talentuoso regista di prevalente ma non esclusiva vocazione documentaristica Andrea Segre. Il suo lavoro più bello è la storia di finzione Io sono Li, del 2011, struggente vicenda d’amore (e di solitudine) incompiuta tra una giovane immigrata cinese a Chioggia e un maturo slavo trapiantato e integrato (?) nella cittadina da alcuni decenni.
Molecole è stato presentato in pre-apertura all’ultimo festival di Venezia, invero senza riscuotere particolare successo. Il film ha tra i suoi protagonisti la voce fuoricampo, profonda e ben impostata, di inconfondibile inflessione veneta e padovana, di Segre stesso: essa accompagna l’intera visione, enfatizzandone così il carattere autobiografico. È certamente un’opera su Venezia ai tempi del Covid 19 ma è innanzitutto la rievocazione commossa del rapporto di Segre con suo padre Ulderico, a dodici anni di distanza dalla prematura scomparsa. Un viaggio nelle memorie familiari – punteggiato da numerosi filmatini in Super8 girati dal padre di Segre quando era ragazzo – con una genesi ben dichiarata: dal febbraio 2020, Segre si trova a doversi trattenere per il lockdown per un mese e mezzo nell’isola della Giudecca e si mette a ricordare, osservare, riflettere. Tutto è cambiato a Venezia e nel mondo ed è questa anche un’occasione per ritrovarsi con se stessi e porsi al lavoro con nuove e inattese prospettive. La riscoperta di Venezia si attua con, ed è inscindibile dal, recupero sentitissimo di ciò che è più intimo e personale. La pellicola inizia con alcune scene che ritraggono dialoghi tra amici pescatori della laguna (la pesca solitaria può rendere felici), un’intervista con un funzionario in pensione che quando era attivo si occupava del problema dell’acqua alta, un incontro con Elena, una giovane insegnante di voga per i turisti, a sua volta amica di famiglia dei Segre. L’autore si chiede se oggi si può vivere a Venezia, o se, come aveva fatto suo padre che si era trasferito per lavoro a Padova, la si può e con quali sentimenti abbandonare. Abbandonarla è anche lasciarla alla deregolazione dell’economia basata sul turismo di massa e alle speculazioni del mercato delle case, è espropriarla ai veneziani, ormai ridotti, se vogliono rimanervi, a vivere spesso in condizioni di emergenza in appartamenti al piano terra magari invasi dall’acqua due mesi l’anno. Emerge presto dunque come filo rosso del lavoro il rapporto di Andrea con Ulderico, rapporto fatto di un amore lasciato correre, lasciato percepire nel suo andamento silenzioso, mai espresso, ma che il regista – che da bambino non capiva – sembra ora cogliere o voler cogliere in tutta la sua forza, in una sorta di sintonia magica e di gioco di rimandi con le serenità delle acque vuote, con i loro riflessi specchiati, con la rappresentazione dei canali, delle viuzze e di S. Marco prive di turisti e di carnevale. Una città rinata alla sua storia. La basilica è vuota tranne che di gabbiani e viene ritratta con alcune magnifiche riprese dell’interno luminescente d’oro, e con un affettuoso omaggio a un grosso pavimento di marmo grigio grezzo increspato, che i veneziani chiamano “il mare”. La simmetria insistita, ripetiamo, è quella tra i silenzi della città desertificata è quelli di suo padre: Segre vuole parlare di sé, non ha timori di autobiografismi eccessivi (il rischio a tratti rimane), trattando di relazioni che sono anche relazioni universali come quelle tra padre e figlio: il padre fisico-chimico, assorto nelle sue ricerche, con il quale Segre rientra in contatto postumo ponendogli domande, cercando di “capire” (un termine che torna spesso nella sceneggiatura). Forse trovando buone risposte. Sembra doversi dedurre che sia nel periodo della Giudecca che il regista ritrova pure rovistando nei cassetti una lettera che gli aveva scritta, gelosamente e significativamente conservata, alcuni passaggi della quale risuonano recitati e rirecitati come un refrain ritmato nel corso della narrazione, vede e cerca di reinterpretare i sentimenti racchiusi in rare vecchie fotografie che lo ritraggono col padre, filmati anche della elegante nonna materna.
Il titolo del film deriva dall’ambito di studio e di lavoro del chimico-fisico Ulderico. Una googleata che abbiamo fatto mostra il prestigio di questo personaggio (fratello di Giuliano, altra figura di spicco della cultura veneziana), professore ordinario a Modena e Reggio dopo avere iniziato a Padova la carriera accademica, e l’affetto da cui era circondato.
Alla già più volte richiamata natura personale del film contribuiscono anche, come in un gruppo di famiglia che non vuole lasciare esterno nessuno, la compagna di Segre e la piccola figlia Dafni: “mi è sembrato giusto metterci queste immagini private, convinto che il livello personale riuscisse a parlare a tutti”. Ed è stato così anche se si tratta di vedere se forse non si sia accentuato troppo questo elemento. Alla fine della proiezione fiorentina Segre si è messo ampiamente a disposizione del pubblico e dell’organizzazione, “da remoto”, illustrando motivazioni e retroscena del suo Molecole.

Giovanni A. Cecconi

Professore di storia romana e di altri insegnamenti di antichistica all'università di Firenze. Da sempre appassionato di cinema, è da molti anni attivo come blogger su alleo.it per recensioni, riflessioni, schede informative, e ricordi di attori e registi. È stato collaboratore di Agenzia Radicale online e di Blog Taormina. Ama il calcio, si occupa di politica e gioca a scacchi, praticati (un tempo lontano) a livello agonistico, col titolo di Maestro FIDE.