di - 18 marzo 2018

Tornare a Leopardi

Alla sua donna

 

 

 

Cara beltà che amore

Lunge m’inspiri o nascondendo il viso,

Fuor se nel sonno il core

Ombra diva mi scuoti,

O ne’ campi ove splenda

Più vago il giorno e di natura il riso;

Forse tu l’innocente

Secol beasti che dall’oro ha nome,

Or leve intra la gente

Anima voli? o te la sorte avara

Ch’a noi t’asconde, agli avvenir prepara?

 

Viva mirarti omai

Nulla speme m’avanza;

S’allor non fosse, allor che ignudo e solo

Per novo calle a peregrina stanza

Verrà lo spirto mio. Già sul novello

Aprir di mia giornata incerta e bruna,

Te viatrice in questo arido suolo

Io mi pensai. Ma non è cosa in terra

Che ti somigli; e s’anco pari alcuna

Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,

Saria, così conforme, assai men bella.

 

Fra cotanto dolore

Quanto all’umana età propose il fato,

Se vera e quale il mio pensier ti pinge,

Alcun t’amasse in terra, a lui pur fora

Questo viver beato:

E ben chiaro vegg’io siccome ancora

Seguir loda e virtù qual ne’ prim’anni

L’amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse

Il ciel nullo conforto ai nostri affanni;

E teco la mortal vita saria

Simile a quella che nel cielo india.

 

Per le valli, ove suona

Del faticoso agricoltore il canto,

Ed io seggo e mi lagno

Del giovanile error che m’abbandona;

E per li poggi, ov’io rimembro e piagno

I perduti desiri, e la perduta

Speme de’ giorni miei; di te pensando,

A palpitar mi sveglio. E potess’io,

Nel secol tetro e in questo aer nefando,

L’alta specie serbar; che dell’imago,

Poi che del ver m’è tolto, assai m’appago.

 

Se dell’eterne idee

L’una sei tu, cui di sensibil forma

Sdegni l’eterno senno esser vestita,

E fra caduche spoglie

Provar gli affanni di funerea vita;

O s’altra terra ne’ superni giri

Fra’ mondi innumerabili t’accoglie,

E più vaga del Sol prossima stella

T’irraggia, e più benigno etere spiri;

Di qua dove son gli anni infausti e brevi,

Questo d’ignoto amante inno ricevi.

 

 

 

 

 

Quando Giacomo Leopardi scrive Alla sua donna ha venticinque anni ed è appena tornato da un noioso e deludente soggiorno a Roma. Il primo ciclo degli idilli si era concluso nel 1821, con il Sogno, e il 1822 aveva prodotto solo l’Inno ai Patriarchi, con una ripresa sperimentale dei moduli metrici della canzone. Il poeta è in una fase di riflessione, e la sua attenzione è rivolta alla comprensione e alla definizione del “piacere”, della “felicità”, della “noia”. C’è qualcosa di inappagabile nel desiderio di felicità, e forse di equivoco in quel ritenerla un diritto (così come, non molti anni prima, avevano rivendicato i coloni americani contro la madrepatria) e quindi di realizzarla sulla terra, senza contare le speranze di riceverla in premio in una vita ultraterrena. Se è vero che non esiste piacere che, una volta raggiunto, possa soddisfare interamente l’uomo, in quanto il “vero” provvede a disilludere, a disingannare, come è possibile credere in un sogno di felicità che sia a portata di mano? Quanto più profondo è il desiderio di qualcosa, tanto più terribile sarà il dolore della sua vanità, e quindi più vasta la noia. E questo vale per tutti i valori su cui fondiamo la nostra esistenza: anche per la bellezza, la Beltà. Chi ha voglia di leggere Alla sua Donna come una poesia d’amore, e intravedervi qualche riferimento concreto a un amore recente, è avvertito nel Preambolo all’Annuncio delle Canzoni: non si fa all’amore al telescopio. La “Donna” del poeta è la poesia stessa, e la sua «alta specie» un sogno di bellezza che in questa canzone (apprezzata da subito, in una memorabile lezione, da Francesco De Sanctis) assurge a idea platonica, forse l’unica ad essere priva, per imperscrutabile decreto divino, di «sensibil forma». Se consideriamo – come ci avverte il poeta in apertura – che questa bella Donna non abita più il nostro pianeta, ha abbandonato i suoi paesaggi, nessuno la incontra per le strade e nei campi, ci si domanda allora di che cosa stiamo parlando. Diversi critici osservarono opportunamente che questa canzone funge da “cerniera” fra la prima importante fase della poesia leopardiana e la seconda (quella dei canti pisano-recanatesi, del 1828, inaugurata da Il Risorgimento) che ripartirà dopo le Operette morali, cui Leopardi comincia a lavorare intensamente proprio nel 1824. Ora mi permetterei di suggerire che questa canzone, se è vero che ci ricorda la “fuga” della bellezza dal mondo, funge pure da cerniera (così come altri mirabili testi della grande poesia del primo ottocento come Ode to the Nightingale di Keats) tra una visione antica, classica, della poesia, e una nuova, moderna, detta allora romantica: è come se ci dicesse che c’è un ‘prima’ e un ‘poi’ nella storia degli uomini, e questo trascende la dura e spesso tragica sequenza di fatti politico-militare, e si impianta nella percezione interiore della realtà, nella coscienza di dover imparare a guardare con occhi diversi il mondo. Il poeta è in questo stare in mezzo, a metà strada (per riprendere il metaxú di Platone), fra un linguaggio che ci trattiene ancora ai giorni in cui la Beltà appariva scolpita nelle forme armoniose di un’opera, in un sorriso d’immortale serenità, e un altro linguaggio che cerca di fare i conti con il «secol tetro», e il suo «aer nefando», ovvero con quel mondo nuovo alle porte – strade di fango, fogne maleodoranti, cieli oscurati dal fumo delle ciminiere ecc. – che balzerà drammaticamente in primo piano, qualche anno dopo, nella poesia di Baudelaire, e dilagherà nell’opera di Dickens e Dostoevskij. Ma alla metà degli anni Venti, Leopardi, tornato nella sua ospitale couche recanatese, riposa il suo sguardo davanti agli antichi paesaggi di una regione ferma da secoli alla civiltà contadina, e sente giungere dalle valli l’eco del “faticoso canto” dell’“agricoltore” (inutile, sottolineare la presaga modernità volponiana di quel “faticoso”!); e tuttavia colpisce la sua straordinaria sensibilità a superare una comoda visione arcadica del presente, che pure avrebbe avuto a portata di mano, ed entro la quale, come al riparo da una siepe, avrebbe avuto protezione. Leopardi non si accontenta di ammirare la siepe: deve andare oltre. E il bello è che questa sua disposizione, per quanto nasca in Alla sua donna da una semplice occasione epistolare (un rapido scambio epistolare con l’amico belga André Jacopssen, reduce da un breve flirt con una giovane fiorentina), diventerà un’esca che minerà tutto il Novecento (il pensiero corre immediatamente a La Beltà di Zanzotto, in cui il poeta si mette alla ricerca di una verità che superi il “vuoto spinto” di silenzio tra sé e il mondo, e risani la frattura tra la propria insufficienza a misurare il vissuto e il caos di rumori e vari e vani segni del mondo che manipolano e falsificano l’essenziale), quasi a ricordare che il desiderio di Bellezza, in quanto arte di trovare ciò per cui vale la pena vivere, ciò che conta sulla terra allontanandoci dal dolore e dalla noia, è solo un ideale, e probabilmente vive “Altrove”.

E allora che resta da fare al poeta? Forse non resta che interrogarsi – come fa Leopardi, in questo ravissement in versi che sale di strofa in strofa verso una maggiore consapevolezza della distanza che ci separa dal mondo – sulla possibilità, se ancora ne resta, di immaginare e desiderare ciò che, almeno in apparenza, non esiste, ma che tuttavia si offre (secondo la stessa tradizione lacerata come un velo dall’irruzione del moderno) in un fantasma dalle sembianze femminili. Infatti qui si apre, da una parte, lo spazio dell’inesplorabile, un Altrove che dà la facoltà al poeta, e ai suoi lettori – ha osservato Rigoni – «di riscattare e beatificare “questo arido suolo” e questa “funerea vita” – se mai esistesse»; e dall’altra una nuova dimensione dell’esistenza, in cui risorge prepotente il desiderio di osservare le cose semplici e i paesaggi umili, scoprendo la fisicità dei gesti semplici e degli affetti: solo in tal modo sarà possibile apprendere il farsi e il disfarsi quotidiano della nostra preziosa fragilità (sia la giovinezza di Silvia sia la ginestra abbarbicata sul Vesuvio), e conoscere una forma più alta di resistenza al non-senso che corrode ogni passaggio della storia: la solidarietà umana.