di - 12 aprile 2018

I dilemmi di Mattarella

L’ipotesi istituzionale, per uscire dalla impasse dovuta al gioco dei veti – per quanto riguarda la formazione del nuovo governo uscito dalle urne del 4 marzo – è un’ipotesi perfetta. Perfetta! Perfetta! Che cosa voglio dire? Il centro-destra non ha la possibilità, come coalizione, di governare – non ha i numeri. La Lega di Salvini se non si allea (con chi?) non ce la può fare. Il Pd è fuori dall’ipotesi di un incarico ma non è fuori dall’ipotesi di un accordo. Insomma la palude definitiva (Giorgio Manganelli).

La palude definitiva era, nel romanzo, quella nella quale ogni sogno e ogni pentimento finivano nel marasma di una impasse storica: che poi era quella venutosi a creare con la caduta del Muro Di Berlino – anche se il romanzo era stato scritto prima. Con la caduta del Muro (Novembre, 1989) che cosa è successo? La modernità è diventata liquida: cioè sono venuti a mancare i punti di riferimento. Che erano, da una parte e dall’altra USA e URSS. Nella liquidità si erge la palude e questa palude non ammette vie d’uscita: cioè si entra nella palude e non si può uscire. E’ la situazione di Sergio Mattarella. E’ la sua situazione: e allora come uscirne? Con un colpo di genio Mattarella non si affiderebbe più al mero conteggio numerico dei risultati elettorali (che formano la palude) ma cercherebbe una via d’uscita istituzionale, con persone a lui vicine.

Si tratta di un’ipotesi già sperimentata in Italia col governo Monti. Si tratta di un’ipotesi da pontiere: le istituzioni infatti sono solide mentre la palude è liquida. La solidità in Italia è delle istituzioni (Corte dei Conti, CSM, ecc.) non è certo della politica… La politica – anche quella di Matteo Renzi – è sempre condizionata dalla società. Le istituzioni no! Quelle vanno avanti anche senza le persone, i sentimenti e le cose. L’ONU non ha bisogno di esseri umani. La UE non ha bisogno di persone… Quindi la soluzione istituzionale che vantaggi apporterebbe agli italiani? Semplicemente uno. Non si tratta di un governo tecnico che ha a che vedere solo con leggi, decreti e decreti legislativi buoni solo dal punto di vista formale: un po’ come Kelsen e la norma delle norme. Formalismi, trascrizioni, registrazioni, iscrizioni: documentalità come amerebbe dire il filosofo di Torino Maurizio Ferraris. Non si tratta di un governo tecnico (poi non importa a chi affidato…) che fa solo cose di routine e cura l’ordinaria amministrazione.

Si tratta di un governo che deve uscire dalla palude. E come uscire dalla palude? Con un secondo colpo di genio: il nuovo Presidente del Consiglio fa le Riforme (come dire … come dire … Ce lo chiede l’Europa!) e, nello stesso tempo, cura la rendicontazione di un possibile assetto politico che poi, in un secondo tempo, dovrà diventare effettiva situazione di stabilità. In parole povere: fa fuori estremismi, populismi e compagnia bella. Si tratterebbe di un governo falciatrice. Una falciatrice che fa fuori tutto quello che di impolitico (Thomas Mann) si è impossessato della politica. E così potrebbe tornare la politica. Che è sempre quella cosa che se tu non ti occupi di lei è lei che si occupa di te.