di - 18 giugno 2018

Je t’aime vomitevolment… (UE in Africa – parte 2)

[PROSEGUE]

Mi chiedo perché spendere tanti soldi e impiegare così tanti militari per risultati modestissimi. Perché non fare invece come la Cina? O, come la Federazione Russa?

Pechino ha già in Africa circa 12.000 imprese attive, alcune delle quali fondate insieme ai governi locali. Non è vero quello che dice Tremonti, il quale ipotizza che l’emigrazione economica derivi, in Africa, solo dall’espansione economica cinese. Anzi, Pechino finanzia oggi ben 3000 infrastrutture critiche intergovernative, possiede già il 14% del debito pubblico totale subsahariano, ma un terzo delle 12mila aziende cinesi e bilaterali (che ho già enumerato) sono manifatturiere, quindi ad alto valore aggiunto, e impiegano soprattutto manodopera locale. In piena sicurezza, laggiù opera anche la Polizia del Popolo cinese, che non è una ONG.

Invece di voler “esportare la democrazia” facendo l’analisi del sangue ai regimi africani, sarebbe bene allora prenderli per quello che sono, e magari piegarli a una strategia di investimenti, di lavorazione di materie prime (soprattutto agricole) e concedendo loro finanziamenti infrastrutturali ad hoc. Sarebbe meno cruento e più efficace forse. E smetteremo di occuparci soltanto della questione migratoria, che è la solita storia del dito e della luna.

Gli europei hanno invece messo in piedi una non ancora pienamente attiva Africa-Eu Partnership, tra i 27 paesi Ue e 59 nazioni africane. Ma si tratta soprattutto di accordi di libero scambio, spesso poco graditi agli stessi Paesi africani. Vecchie storie da pessimi manuali di macroeconomia.

Poi, altri due dati, che Macron sa benissimo: non abbiamo la possibilità informativa per selezionare i migranti economici da quelli che fuggono da ormai improbabili, locali, o cessate, guerra africane.

Omar Al Bashir, il nuovo capo del Sudan del Sud, era all’inaugurazione della Presidenza di Vladimir Putin, insieme al presidente sudafricano, quello egiziano Al Sisi e i capi di Zimbabwe, Angola, Namibia. Anche a Mosca i soldi girano, per l’Africa. Intanto noi ci accolliamo unicamente il disastro migratorio, generato soprattutto, dopo le infauste “primavere arabe”, dal comportamento idiota delle banche internazionali. Che prestano, certamente, molti soldi agli Stati africani, dove alla fine però il gioco si chiude subito aumentando i prezzi dell’export africano. Le banche rientrano, ma il disastro africano è fatto. I prezzi in alto poi si riflettono sui prezzi interni. Insomma, le banche internazionali finanziavano davvero solo i contratti derivati sulle commodities africane, detenuti dai loro clienti del Primo mondo. Geniale, no? Sarebbe intelligente fare invece come i comunisti cinesi, solito paradosso della storia, che finanziano soprattutto l’impresa privata subsahariana.

Per quel che riguarda i Trattati di Dublino, certamente bisogna smetterla con l’idea della responsabilità eterna dei Paesi di primo sbarco. Il Regolamento UE 604/2013, ovvero Dublino III, è stato firmato il 15 giugno 1990 ed è andato in vigore il 1 settembre 1997, quindi la firma è stata all’inizio del governo Andreotti VI e, nel 1997, dell’esecutivo Prodi I. La ratio dell’accordo irlandese era quella di evitare l’asylum shopping, o di presentare domande d’asilo, simultaneamente, in più Paesi UE. I migranti sono accettati, per Dublino III, ma in prima battuta e salvo verifiche, in quanto provenienti da aree di guerra o da Paesi in cui essi sono perseguitati per motivi religiosi, politici o razziali. Ma, attenti, la crisi del Mali risale al 2012 ed è strettamente collegata al disastro libico sarkoziano. Una crisi che si è poi allargata al Mali e al Burkina Faso, e si basa sulla presenza di molti jihadisti nell’area. Poi, c’è stata la crisi della Repubblica Democratica del Congo con la permanenza di Laurent Kabila alla presidenza e i golpe militari in azione. Poi, sono arrivati i soliti occidentali, che credono che tutto si risolva con le elezioni “libere e corrette”. Auguri!

Non ci sono quindi guerre vere e proprie in Africa, in questo momento, ma forti operazioni di destabilizzazione, che sono soprattutto lotte intestine tra tribù e partiti-tribù, con la distribuzione, dalla Nigeria settentrionale al Mali, di jihadisti, spesso finanziati da alcuni Paesi arabi amici del democratico Occidente. Difficile quindi che si realizzi la fattispecie di Dublino III, in questi contesti.

Poi, è ancora presente la rivolta di Batwa-Luba, con i pigmei congolesi incazzati neri contro i Tutsi locali, la continua destabilizzazione del Burundi, dal 2015 ad oggi, ancora la ribellione di Kamwina-Nsapu, sempre nella Repubblica Democratica del Congo, la seconda insorgenza dell’Afar, in Etiopia, con quella dell’Ogaden, infine il conflitto del Delta del Niger e la rivolta jihadista in Mozambico. Tutte guerre intestine, etno-politiche, che non hanno molto a che fare, lo ripetiamo, con la tipologia di Dublino III. E, comunque, non può fare domanda chi abbia “compiuto crimini contro la pace”, dice il trattato. Bene. Come si fa a stabilirlo?

Riscrivere a tempo di record una nuova regolamentazione della migrazione, che non si basi sull’accettazione “a vista”, ma sul controllo dei dati dalle aree di provenienza. La ratio deve essere quella del numero minore possibile da accettare. Poi, sarebbe bene controllare, con mano pesante, le reti pubblicitarie, economiche e informative dei mercanti di migranti. Ci sarebbero tante sorprese, se l’UE mettesse mano a questo tema.