di - 10 maggio 2018

Manicomi e legge Basaglia, ieri e oggi

“La cosa importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile diventa possibile”. Sta, forse, tutto in questa frase il senso della legge rivoluzionaria che 40 anni fa segnò la fine dell’era degli ospedali psichiatrici in Italia, ovvero la chiusura dei manicomi. A pronunciarla il ‘padre’ di quella legge – la 180 del 13 maggio 1978 – lo psichiatra Franco Basaglia, che diede vita al Movimento per il superamento degli istituti psichiatrici. Da allora è cambiato il volto della malattia psichiatrica nel nostro Paese, ma restano tuttavia molte le criticità da affrontare, a partire da un sistema di assistenza per il quale i finanziamenti sono ancora insufficienti.

La 180, sottolinea lo psichiatra Massimo Cozza, coordinatore del Dipartimento salute mentale (Dsm) ASL Roma 2 (il più grande d’Italia con circa 1,3 mln di abitanti), “ha restituito dignità ai malati e ha indicato nei servizi territoriali i luoghi di cura. La legge demanda infatti alle Regioni l’organizzazione dei Dsm. Il ricovero da obbligatorio è diventato volontario, lasciando comunque la possibilità del trattamento sanitario obbligatorio negli ospedali generali”. Prima della 180 era vigente la legge 36 del 1904, per la quale venivano internate nei manicomi le persone “affette per qualunque causa da alienazione mentale”. Dopo un periodo di osservazione, i pazienti potevano essere ricoverati definitivamente, perdevano i diritti civili ed erano iscritti nel casellario penale. Nei fatti, afferma Cozza, “i manicomi svolgevano un ruolo di controllo sociale dei supposti ‘devianti’, dove si ritrovava chi era ai margini della società, dai malati di mente ai piccoli delinquenti alle prostitute, e dove si praticavano elettroshock e contenzioni. Tra i ricoverati vi erano anche gli omosessuali.
Nel periodo fascista, poi, i ricoverati aumentarono, con un’utilizzazione di tali istituti anche per i dissidenti, e dal1926 al 1941 passarono da 60mila a 96mila”.

Gli ultimi dati disponibili in Italia prima del 1978 risalgono al 1954, e vedono 95 manicomi con 120mila posti letto. Poi la svolta, ed a completamento del percorso anche le leggi 9 del 2012 e 81 del 2014 che hanno decretato il superamento pure degli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), dopo la denuncia delle loro drammatiche condizioni. Nel 2017 si è completata la chiusura di tutti e 6 gli Opg italiani. In alternativa agli Opg sono ora attive le Rems (Residenze per le Misure di Sicurezza), strutture sanitarie residenziali con non più di 20 posti letto. All’aprile 2017, si contano 30 Rems con 596 ricoverati.

Il panorama dell’assistenza si è dunque completamente trasformato, ma anche oggi non mancano le criticità. La situazione attuale è infatti, denuncia Cozza, “a macchia di leopardo con grandi differenze regionali. Uno dei problemi resta la carenza di personale: quello dei Dsm è di 29.260 unità, sotto lo standard di 1/1500 abitanti indicato dal Progetto obiettivo salute mentale 1998-2000, secondo il quale gli operatori dipendenti dovrebbero essere circa 40mila. Inoltre i fondi sono insufficienti”. Un dato allarmante riguarda anche l’assistenza ai più giovani: “In Italia ci sono solo 325 posti letto di neuropsichiatria infantile”, afferma Antonella Costantino, presidente della Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza (Sinpia). Risultato: “Solo un terzo dei ragazzini che hanno bisogno di un ricovero in neuropsichiatria infantile per un disturbo psichiatrico acuto – rileva – riescono ad essere ricoverati effettivamente in questo reparto”.

 

IN CURA PER PROBLEMI MENTALI 807MILA ITALIANI

Sono 807.035 le persone con problemi di salute mentale assistite nel 2016 dai servizi specialistici sul territorio, in lieve aumento rispetto al 2015 quando si raggiungeva un totale di poco più di 770mila. Il dato emerge dall’ultimo Rapporto sulla salute mentale, relativo al 2016, del ministero della Salute. Nel Rapporto – dal quale mancano però i dati della Valle d’Aosta e della P.A. di Bolzano – si sottolinea come 349.176 persone siano entrate in contatto per la prima volta durante l’anno con i Dipartimenti di Salute Mentale.

L’89,8% di queste ultime (310.031) ha avuto un contatto con i servizi per la prima volta nella vita. Gli utenti sono di sesso femminile nel 54% dei casi, mentre la composizione per età riflette l’invecchiamento della popolazione generale, con un’ampia percentuale di pazienti al di sopra dei 45 anni (66,9%). In entrambi i sessi risultano meno numerosi i pazienti al di sotto dei 25 anni mentre la più alta concentrazione si ha nella classe 45-54 anni (25,1% nei maschi; 23,4% nelle femmine); le femmine presentano, rispetto ai maschi, una percentuale più elevata nella classe over-75 anni (7,6% nei maschi e 12,4% nelle femmine). Quanto alle patologie, i tassi relativi ai disturbi schizofrenici, di personalità, di abuso di sostanze e di ritardo mentale sono maggiori nel sesso maschile rispetto a quello femminile, mentre l’opposto avviene per i disturbi affettivi, nevrotici e depressivi. In particolare, per la depressione il tasso degli utenti di sesso femminile è quasi doppio rispetto a quello maschile (28 per 10mila abitanti nei maschi contro il 47 nelle femmine). Il Rapporto analizza pure il consumo di farmaci: per gli antidepressivi la spesa lorda complessiva è di oltre 338 milioni di euro in regime di assistenza convenzionata, con un numero di confezioni superiore a 34 milioni. Per quanto riguarda l’assistenza psichiatrica territoriale, il costo complessivo ammonta a 3,6 milioni di euro. Nel 2016 sono attivi 1.460 servizi territoriali, 2.282 strutture residenziali e 898 strutture semiresidenziali. Rispetto al personale, la dotazione complessiva del personale dipendente all’interno delle unità operative psichiatriche pubbliche, al 31 dicembre 2015, risulta pari a 31.586 unità. Un dato riguarda poi gli accesi al Pronto soccorso: nel 2016 quelli per patologie psichiatriche sono stati 575.416, pari al 2,8% del numero totale di accessi. Solo il 13,2% degli accessi porta però ad un ricovero, di cui la metà nel reparto di psichiatria.

 

ITALIA AL 20° POSTO IN UE PER SPESA SALUTE MENTALE

In quarant’anni, da quando è entrata in vigore la legge Basaglia, sono venti milioni gli italiani “curati senza manicomi”, ma oggi “in assenza di risorse adeguate, il sistema dell’assistenza psichiatrica in Italia rischia il crollo”. E’ l’allarme lanciato dalla Società italiana di psichiatria (Sip) a tre giorni dal quarantennale della ‘legge Basaglia’ che sancì la chiusura dei manicomi, ovvero la legge 180 del 13 maggio 1978. I numeri delle malattie mentali sono in costante aumento, afferma la Sip, e tra poco più di 10 anni supereranno quello delle malattie cardiovascolari collocandosi al primo posto a livello mondiale. Ma le risorse investite nel settore dell’assistenza psichiatrica “sono state inversamente proporzionali: oggi l’Italia – afferma il presidente Sip Bernardo Carpiniello – è al 20/mo posto in Europa sia come numero di psichiatri sia come spesa per la salute mentale, che è pari a circa il 3,5% della spesa sanitaria a fronte di numeri doppi o tripli di Paesi come Francia, Germania e Regno Unito dove tale spesa si colloca al 10-15%”.

Sono circa 800mila nel 2016, secondo gli ultimi dati del ministero della Salute, ricordano gli psichiatri della Sip in un incontro alla Camera sui ‘Quaranta anni della legge 180’, le persone assistite nei Dipartimenti di Salute Mentale, con 370 mila nuove visite per problemi legati alla psiche. Al centro dell’attenzione per questo anniversario, spiega Carpiniello, “restano però anche molti punti da risolvere, soprattutto legati alle risorse, che lasciano – nonostante i numeri – l’area della salute mentale sempre ai margini rispetto ad altre branche della medicina. In base ai dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, rispetto ai 42 paesi Ocse l’Italia è al 20/mo posto come numero di psichiatri per 100mila abitanti, al 14/mo come psicologi e come infermieri”. Quanto alla spesa per la Salute Mentale, spiega, “l’Italia è al 20/mo posto in Europa. Secondo i dati Ministeriali relativi al 2015 e 2016, il budget medio nazionale per la salute mentale è infatti circa il 3,5% di quello complessivo della Sanità, a fronte di stanziamenti in Paesi Europei di rilevanza simile all’Italia, come Francia, Germania e Regno Unito, compresi fra il 10 e il 15%”. Di contro, avvertono gli psichiatri, quello che si sta registrando è un “aumento delle malattie psichiatriche che dipende anche dalla comparsa di nuove patologie con la scoperta di nuove malattie legate alla modernità e alle nuove dipendenze”. Tuttavia, “con grandi principi, ma senza risorse, è difficile fare la storia, pur di fronte ad un passo straordinario come l’abolizione dei manicomi – precisa Claudio Mencacci, che dirige uno dei più grandi dipartimenti italiani di neuroscienze e salute mentale, quello dell’ASST Fatebenefratelli-Sacco di Miano -. Se 40 anni fa la legge 180 fu prima di tutto un gesto politico che giunse in coda ad altre battaglie per i diritti civili, una scelta per aiutare i ‘malati dimenticati’ e che ha portato l’Italia ad esempio nel mondo, oggi serve ben altro – afferma – per continuare il lavoro iniziato dal professor Basaglia”.

[a cura di ANSA]