di - 24 maggio 2018

Pastorale Rothiana

Philip Roth diede l’addio alla letteratura alla fine di novembre del 2012, all’età di 79 anni. Lo fece con una intervista ad una rivista francese, con queste parole: “Ho fatto tutto quello che potevo, con i mezzi di cui disponevo”, le stesse parole pronunciate da Joe Louis, tanti anni prima, dopo essersi ritirato dal pugilato.
Sono passati sei anni da allora.
E a quanto risulta Philip Roth non ha più scritto.
Così, in questi sei anni, i suoi ammirati lettori, tra i quali mi annovero, hanno dovuto accontentarsi di rileggere le opere a cui sono più affezionati o di cercare nei cataloghi e nelle librerie i titoli ripubblicati tra le opere minori o comunque ritenute tali. La nostra Gang, per fare un esempio.

Sei anni, e con Roth vivo e in ottima salute mentale, come testimoniato da varie successive interviste. Eppure quel suo addio alla scrittura era stato anche, e come non pensarlo così?, un congedo alla vita. Un congedo amarissimo, verosimilmente reso ancora più amaro dalla constatazione del quotidiano ma lento declinare delle forze. Il vitalissimo Roth stava andando incontro a quella morte che aveva raccontato in tanti romanzi ma non aveva più le parole per scriverne un altro, quello in cui il morente era lui e non uno dei suoi personaggi. E tutto questo sapendo di essere lui quei personaggi. Di più: sapendo di aver dato a quei personaggi tutto se stesso, di aver sfidato tramite loro e dunque tramite se stesso tutte le convenzioni della società del perbenismo e dei tabù del sesso, senza omettere nulla, e continuamente mettendosi in gioco. Come Flaubert con Madame Bovary “c’est moi”, Roth era i suoi personaggi, era la loro vitalistica ricerca di sé e della verità, era il loro sarcastico raccontare degli altri per dire di sé, del suo mondo interiore e del mondo in cui aveva vissuto o che stava vivendo. Il mondo, nel caso di Roth, dell’America del maccartismo e del fordismo, come in Ho sposato un comunista e ne Il complotto contro l’America, dell’America della guerra nel Vietnam, affidata alla storia del dolente padre di una figlia terrorista, come nel capolavoro Pastorale Americana: e tutto questo senza mai indulgere alla retorica, ma guardando in faccia la realtà e scavando in se stesso per individuarne le contraddizioni. Ebreo e fortemente legato alla cultura del sogno sionista Roth ha saputo scrivere romanzi estremamente critici, dando voce a personaggi tutti dediti a sbeffeggiare l’ortodossia ebraica, così come ha saputo calarsi nei panni di giovani o meno giovani ebrei americani portatori più o meno sani della malattia dell’erotismo. Ipocritamente criticato Philip Roth ha messo alla berlina l’ipocrisia dei suoi detrattori, grazie ad un vena comica straordinariamente efficace, ma mai fuori misura, e a un talento di narratore tra i più alti della vicenda letteraria del secolo scorso. Tuttavia il suo merito maggiore va ascritto al suo coraggio nei confronti di se stesso, alla sua impavida capacità di rivelare il sé delle più intime pulsioni, delle segrete recondità annidate nell’incoscio e nella cattiva coscienza. In questo Philip Roth è stato un temerario maestro, la cui lezione durerà nel tempo. Lunga vita dunque a Roth e ai suoi libri e pazienza se l’Accademia del Nobel non li ha premiati. Era già successo a Tolstoj, peraltro, al suo amatissimo Kafka, a Joyce e a Proust. E continuerà a succedere mentre noi continueremo a leggerli, certi di star leggendo il meglio.