di - 1 giugno 2018

Un dazio di realtà

La modernità da liquida è diventata solida. I dazi di Trump, infatti, sono proprio qui a dimostrare due cose: la modernità non è più liquida; il potere non ha divorziato dalla politica. Sembrerebbero due sentenze tese a contraddire il povero Zygmunt Bauman. Fatto sta che per un bel tratto di strada (1989-2018) il grande sociologo polacco ha saputo raccontare quello che ci stava succedendo in maniera mirabile. Poi, per sua sfortuna (o meglio: per sfortuna della sociologia che Lui propugnava), in filosofia si è visto l’affermarsi del Nuovo Realismo e quello che rimaneva della sociologia (Luciano Gallino, Anthony Giddens e altri) ha dovuto prendere atto di quanto era avvenuto. Ma che cosa era avvenuto?

È successo che la Realtà (quella cosa che Baudrillard annunciava e diceva essere stata assassinata dalla televisione) è ritornata a galla. Ma non solo come fatto filosofico. Cioè: non è che, effettivamente, la Realtà era stata uccisa da qualcuno. E da chi poi? Era invece accaduto (nel periodo dalla caduta del Muro di Berlino fino al 2012 e passando per la tragedia delle Twin Towers del 2001) che fosse stata messa in primo piano un’altra cosa, un altro elemento, un’altra caratteristica dello stato delle cose. Presente o meno che essa fosse o che determinati elementi fossero in atto, presenti o assenti. Insomma: dato un sistema delle cose (geopolitico) saltava fuori qualcosa di anomalo, qualcosa di interessante che non era la Realtà. Forse una nuova prospettiva, un nuovo orizzonte, un nuovo campo di senso – come direbbe Markus Gabriel. Vale a dire il virtuale o, altrimenti detto, il liquido. Il mobile e l’effimero. Il precario e il transeunte. Il morbido e il leggero. L’instabile e il protesico.

In una parola: la Realtà veniva considerata – non solo dalla sociologia – come de-realizzata (o, come dice Ferraris, «realytizzata». Il «mondo vero» era diventato un reality. La vita, liquida come la paura e l’amore, era spendibile in un Ipermercato, in un centro Commerciale, in un Parco a Tema, in un call-center. Insomma la vita, economicamente prodotta da un conto-vendita (o da una credit-card) era finita per essere calcolata (attraverso gli scontrini e i codici a barre) in una grande Disneyland planetaria all’interno della quale il tempo dedicato e da dedicare allo svago equivaleva al tempo di lavoro, al tempo di consumo e al tempo di godimento. E al tempo di godimento e di consumo del consumo. Consigli per gli acquisti! E televendite!

Unendo le direttrici della filosofia e della sociologia (la vita tutta intera, infatti, è un fatto sociale e politico: ci si associa per vivere insieme e si hanno le società o comunità o aggregati umani ma c’è bisogno di una direzione politica per non scannarsi fra noi) si ha – in quel periodo che va dal 1989 al 2012 – la prevalenza di una politica fatta di stati globali, Stati-Nazione espropriati dalle prerogative territoriali e geopolitiche; globalizzazione economica e socio-culturale (basata su Multinazionali, affari, finanza globale, paradisi off-shore, crediti, Banche, UE, ma anche vite di scarto come ci ha insegnato a dire proprio Bauman). Vite che – ben prima del tasto «Condividi» di Mark Zuckeberg – non condividevano alcuna base comune (oppure semplicemente – come direbbero Kierkegaard e Heidegger – esistenziale), sulla quale e attorno alla quale sperimentare – come ha sperimentato la conduttrice Maria De Filippi in tv – delle esterne che avevano avuto il potere di aprire, finalmente, il cuore ai sentimenti.

 

No, nulla di tutto questo! Vite di scarto: stoccate – in Norvegia – come il pesce stocco delle isole Lofoten o come «Stocco & Stocco» di Ciccio D’Agostino. Vite stoccate nella grande catena di montaggio (alla fissione nucleare) che prevede la messa in mora di ogni radiazione: sia stata essa emozionale, argomentativa, logica o semplicemente interiore. Tutto questo – inaugurato filosoficamente nel 1979 dalla riflessione di Lyotard e proseguito dagli studi del debolista Gianni Vattimo e di Baudrillard, Derrida, Nancy e Marc Augé – viene improvvisamente meno nel 2012: anno della pubblicazione del «Manifesto del nuovo realismo». La verità è sempre corrispondenza tra la parola e la cosa. Ma a un certo punto questa corrispondenza, nella storia, era venuta meno. Insomma la verità si era trasformata in menzogna. Il mondo vero era diventato una favola. E il consumatore, consumando i prodotti da consumare (le merci) si era, esso stesso, consumato. Il fine del consumo è il consumo della merce e del consumatore. Il fine del consumismo è la consumazione del consumatore.

Karl Marx ha «mollato» tre meccanismi su questo tema: alienazione, plusvalore e feticismo delle merci. L’equazione (facile, facile) economia globale=politica globale non reggeva più. C’è sempre uno spazio (che non è impolitico ma politicissimo) nel quale le decisioni insistono su un territorio non politicizzato: infatti il grande (e inesausto) tema dei diritti umani sta li a insegnarci proprio questo.

Ecco allora spalancarsi nei paradisi ipermoderni e super tecnologizzati delle isole Cayman, di Santo Domingo, del Lussemburgo e della Malaysia lo spettro e il fantasma (stavolta non del comunismo come nel 1848) ma della Realtà. Non sempre gli omicidi avvengono senza punizione: certe volte manca la cantante Madonna e il suo The body of evidence: manca il cadavere. E questo cadavere era la realtà!

Il volume collettivo della Casa Editrice «Einaudi» dal titolo di «Bentornata Realtà» in definitiva non ha rappresentato solo l’esposizione di un mero fatto filosofico: esso ha salutato il ritorno della realtà e quindi ha ripristinato la Realtà. Nel mondo, nella globalizzazione. Tanto a Milano quando a Singapore! La Realtà era un fatto esistenziale. La modernità liquida era tale perché non possedeva un contenitore che la potesse contenere. Essa fluiva come l’acqua senza mai potersi dare una forma ma assumendo, semmai, la forma dei vari contenitori che trovava davanti a sé. Questi contenitori ora erano sociali (per esempio le vecchie classi sociali, il welfare-state, gli ammortizzatori sociali, ecc.), ora erano politici (l’ONU, la UE) ora antropologici (la Scimmia Nuda di Desmond Morris), ora letterari (La Lentezza di Milan Kundera).

Stati globali: stati (o spazi di fase) nei quali (e all’interno dei quali) si venivano a trovare tutti i liquidi: gli abitatori della modernità liquida. I liquidati dal liquido fluire della liquidità fluida. Questi liquidi transitavano, come le identità di genere – trans gender – da uno stato all’altro secondo meccanismi fludificati e fluidificanti. Il grande connettore dei fluidi era una tensione essenziale (per citare Kuhn). Una tensione che attraversava (come un’energia) questi fluidi, i quali de-fluivano da uno stato all’altro in maniera meccanica. Ora sei un bell’uomo, ora sei un consumatore, ora sei un cliente di un Ipermercato, ora sei un utente televisivo, ora sei un Cristo sulla Croce, ora sei un Povero Cristo, ora sei un playboy. Stati globali all’interno dei quali la modernità si manifestava come turbo-capitalismo (capitalismo alla Toyota), transpolitica (Vincenzo Susca, Derrick De Kerckhove), pop-filosofia (Stefano Bonaga), giovanimento (Alessandro Agostinelli). E la modernità a quel punto eravamo noi, tutti noi! Tutti noi sotto la Croce e delizia (come potrebbe dire Luciano De Crescenzo) della caduta del comunismo.

Capitalismo, consumismo, merci, affari, faccendieri, portaborse, Giorgio Armani, Roberto Cavalli, Dolce e Gabbana, Masterchef, Real time, McDonald’s: il paradiso postmoderno (dove ogni grande verità diventa arbitrio – come per Trasimaco – del più forte e quindi bugia meravigliosa oconfine della realtà”) dei tavolini e delle sedie , delle cucine in rovere e dei salotti abbinati alle lampade: un’«Ikea» di mondo globale da commerciare a «Piazza Italia» vicino all’ombra di «Zara» con «Stradivarius» che suona qualcosa. La globalizzazione con le sue città globali (Tokyo, Los Angeles, Buenos Aires e Roma). La globalizzazione con i suoi fanciullini che fanno acquisti adescati e accecati dall’ultima offerta e pronti – con lo Smartphone in mano – a ogni nuova ricarica. Sms, chat, Whatsapp, Twitter, like, dislike, tatoo, hipster, Microsoft: onde sonore ed elettroniche di zeri e di uno, su una rete non più a semplici fibre ottiche ma generata da algoritmi di senso virtuale e da «Megatoys», da sex toys, da toy-boy. Il sistema eliocentrico delle tele-comunicazioni e delle comunicazioni via etere implode nel sistema informatico delle algebre e delle logiche booleane. Tutto è un affare. Tutto è merce. Tutto è vita. Vita di scarto. Quest’anno dove andrai in crociera? Io ti offro la felicità al quadrato.

Alla fine – nel 2012 – c’è stato questo ritorno (simile a quello che il filosofo Diego Fusaro prefigurava e salutava alcuni anni prima: quello di Marx) della Realtà. E di fronte alla realtà in genere non ci sono pianti, non ci sono sorrisi, non ci sono desideri e pentimenti: «Non ridere, non piangere, non ti disperare, ma cerca di capire» diceva Baruch Spinoza. E allora ecco arrivare un uomo all’apparenza rude e scontroso ma in Realtà pronto al dialogo e rispettoso degli avversari: Donald Trump. Trump ha cercato di capire questa globalizzazione e ha impedito alla Cina di esportare alluminio e acciaio. La globalizzazione (con un pizzico di Realtà) giunge così al 2018. Passando per alcune date-simbolo: 1989-2001 e 2012. Benvenuto dunque a questo nuovo mondo globale, nato all’insegna della solidità. Una solidità ancora difficile da decifrare e decrittare se non per un particolare: i liquidi hanno trovato un contenitore. Alla fine “i nostri” arrivano sempre. Solo che oggi c’è una novità. I nostri che sono arrivati sono molto più riflessivi che in passato. È finito il tempo in cui le cose si decidevano a colpi di coltello o di rivoltella. Questo è un tempo più filosofico quant’altri mai. Tempo di pensiero e di pensiero di pensiero. Benvenuta alla filosofia che ha salvato il mondo dal tracollo della liquidità.