di - 21 giugno 2018

Annalisa Ciampalini, Le distrazioni del viaggio, Samuele Editore 2018, pag 64.

Suddivisa in quattro sezioni- Fuori da noi, Il posto della mente, Il posto intorno a noi, La notte- la raccolta di Annalisa Ciampalini, regala un paesaggio mentale ed emotivo di serena consapevolezza. Lo sguardo di chi è in viaggio -metafora della vita- non si ripiega su se stesso, non è volto alla ricerca di un altrove che rechi sollievo bensì si posa sulle cose, sulle persone, sull’ambiente che le contiene; umanizza oggetti, piante, case, finestre, in una riconosciuta appartenenza ad un unicum che ci contiene tutti, dove il percorso è già stato definito e sta in una Luce che è al di sopra di noi. Un vibrare di foglia o una emozione provata si riversano sull’Universo intero, un mancato incontro porta sbilanciamento e squilibrio intorno: “anche il paesaggio partecipa e muta/ misura la forza del nostro incontro/mancato”.

Si accostano e si oppongono luce e buio, notti ed albe, presente e passato, montagne e vallate, terra e mare, in continuo mutamento. Come la vita.

Nel disegno di cui facciamo parte il presente assume un valore predominante sulla memoria, ed anche se ognuno di noi è la somma del suo passato, ciò che è stato non si recupera, nel presente invece operiamo ancora le scelte, mettiamo un tassello in più alla nostra vita. Fondamentale è saperlo vivere, il presente, con consapevolezza, nella sua preziosità, importante è saper “posare la vista/ su di una piccola area di grazia/ che racconta la sua forma presente”

I versi della Ciampalini hanno una fraseggio modulato su una spiritualità profonda, morbido e convincente. Lasciano immagini concrete colte nel quotidiano, ma quasi prive del peso della materia. Possono essere ragazze che “studiano nell’oscurità” dentro “coperte di lana variopinta”, può essere il ronzio di un elettrodomestico che accompagna “il pensiero lento” di una ragazza alla finestra, può essere l’immagine di un fiore che si forma sulla superficie di un lago al lancio di un sasso; possono essere gli alberi che sorridono quando gli umani si preparano al riposo, come se fossero guardiani benevoli.

Il silenzio guida al centro del pensiero e dell’anima, fa tacere i secoli, con il loro “trambusto della storia e della gente”, il finito dà la misura dell’infinito e svela la propria dimensione di sogno.

Se in piena luce si smarriscono i confini del reale, se comunque la luce del mattino riporta il bisbiglio delle strade e la ripresa del viaggio, se la luce che verrà “tutto già contiene/ e si dipanerà”, è tuttavia il buio che porta i sogni, “nel buio/ grandi archi uniscono le case”, la notte annulla allo sguardo le differenze, porta oblio. Fino ad evocare il buio esistente prima della Creazione: “stanotte il buio è finalmente denso/ gorgoglia la sua origine perduta”. .

Contro la “muta staticità delle case vuote” si sviluppa il viaggio, oltre la soglia – il limen che ci separa dal fuori-di-noi – , percorso che si apre verso stanze infinite e il grande mare da scoprire.

La casa rimane comunque l’approdo, con “mani calde e forti” che accolgono, il rifugio sicuro quando il lupo d’inverno si lamenta alle finestre e la terra dorme. Anche i gesti allora “si fanno bruni, e stanno tutti tra le mura”