24 Aprile 2024
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Giuseppe Cordoni, Dalla terra tradita. Trilogia in versi. Quaderni d’Erba d’Arno, Bandecchi & Vivaldi  2019, pag. 184, €15,00

“Agli occhi del ricordo una realtà stupendamente viva. E’ la fertile piana del Magazzeno di nuovo a rivelarmisi dinnanzi proprio lì sulla soglia di un’estate della mia adolescenza. Una tarsia perfetta di grani maturi e vigneti. Un dispiegarsi di prati verde cupo, orlati da pioppi leggeri. Un reticolo di stradoni ricolmi di polvere bianca. Un ventaglio di cromatiche geometrie perfettamente accordate come in un quadro di Mondrian”. Così scrive Giuseppe Cordoni, poeta e critico d’arte viareggino, nella premessa alla sua trilogia composta da “L’insipida abbondanza”, “L’ombra del fico”, “Il pane in prestito”.

Cordoni fa rivivere, in versi liberi che risuonano armoniosi come un unico canto, un passato agreste su cui lui si è formato, nella sensibilità, nella bellezza, nella libertà. Quando le parole erano scarse e i gesti pochi e significativi, quando la condivisione era una abitudine quotidiana, la solidarietà sempre viva, sopra una terra che richiedeva sì tanta fatica, ma che dava cibo e conservava il fascino di gesti antichi. Terra rispettata da “Nodose mani belle/ che non hanno mai/ martoriato la terra/ Solo a sfiorarla dedite”. Erano poderi lavorati come giardini: “Davvero/ v’era ovunque bellezza/ sul podere: anche se mai/ disgiunta dal corale patimento/ che tocca le creature e le costringe/ sempre a misurarsi con la sorte/ del sole e la protesta/ della propria bocca.

Il lavoro dei campi aveva leggi precise che, come riti, scandivano i giorni e le stagioni; la terra era sacra, e lo erano quel pane che si impastava di notte e profumava il forno, e il vino asprigno della vigna.

Il bisogno e la richiesta dell’aiuto divino -perché i raccolti sono sempre insicuri, sottoposti alle intemperanze delle stagioni- si confermava nella partecipazione corale alle cerimonie religiose, alle benedizioni, quando erano le mani pure di un bambino a portare l’olivo benedetto al bordo dei campi: “Come entrando/ in una chiesa/ dovevo genuflettermi,/ segnarmi. A piedi nudi/riverente avanzare sette passi,/ dritta tenendo/ una canna mondata/ ed appuntita, con in cima/ tenero il ramoscello/ benedetto.” E nei giorni di festa “Non si doveva per nessuno motivo muovere foglia. Profanare la festa era peccato e motivo chissà di che castigo. Dicevano verranno le formiche a guastarti il levame nell’arcile.”

Il casale dell’infanzia è stato maestro  di vita, di parsimonia, di sacrificio, di passione per il lavoro, un lavoro duro di mezzadria che comunque dava stabilità alle famiglie.

Poi arrivò l’abbandono, nel 1962, “quando prospettandosi allora miglior sorte, non soltanto fu il podere ad essere abbandonato. Ma anche, e in modo irrimediabile, si ruppe quel colloquio vitale con la terra”. Quella terra versiliese è diventata infeconda, tradita: “Mai più semineremo/ da queste parti. Lo svincolo/ d’asfalto s’è mangiato/ una mezza fattoria. Senz’alberi/ il deserto si dilata; con nessuno/ che adesso vi rammenti/ la vita che vi fu/ nullificata. Solo/ il cemento armato vi resiste.”

Anche le parole, scrive Cordoni, oggi sono “inquinate, ormai svuotate di significato, rese inerti e ormai inabili a gettare ponti stabili fra le creature”.

Invece le sue parole conservano tutto il colore e il calore di quel tempo fissato come un’età dell’oro, non solo con la rude bellezza del lavoro e l’armonioso disegno dei coltivi, con la presenza di figure che sembrano emerse dal mito, ma anche con le prime emozioni e sussulti adolescenziali di fronte al corpo di una giovane al lavatoio, osservata dai rami complici del fico quando le si slaccia la camicetta:  “Nude/ sognate fuori/ con che scatto/ le accese punte rosa/ di quei seni travolsero/ la luce.”

Tutto è stato cancellato dalle esigenze del progresso, della viabilità, dal cemento nuovo, e del casale rimangono solo ruderi pieni di ortiche e di segni di pericolosi bivacchi notturni: “Ed eccola, da un coma irreversibile/ snidata, balenare improvvisa/ la cascina. Meglio, ciò che ne resta;/ infestati dai rovi/ dei tronconi di muro/ e solo un lembo/ di tetto scalamato./ Come dopo la furia/ d’un saccheggio./ Sono anche da qui già passati/ i profanatori di tombe”.

Sembra tutto più bello, più facile, ora che le case hanno ogni comodità, ora che le autostrade ci permettono di arrivare veloci dovunque: vuoi mettere, dice Cordoni con un’ironia amara, vuoi mettere quanto si sta meglio ora? “Vuoi mettere averla/ in casa, l’acqua corrente./ D’inverno/la mattina ancora buio/ più non esser obbligati/a scongelare – con un fuoco/ di paglia – la pompa/ che si blocca in fondo/all’aia”.

A Natale del 1962 deve essere abbandonato il podere. Un fuoco divoratore e feroce distrugge, si danno alle fiamme strumenti di lavoro, mobili, tutto, ormai la famiglia proiettata verso un futuro diverso: è dolore del distacco, quello che fa cancellare ciò che non si porta con sé? E’ rabbia? Rivincita? E’ liberazione? Via, via, verso un mondo nuovo, con quei mobili buttati alle fiamme, disprezzati, quelli che avrebbero fatto la gioia di ricercatori e antiquari: “Prima di quel trasloco/ decisivo quale smania/ ci colse forsennata/ gettare via in quel rogo/ ultimo di natale/ le cose predilette/ dal passato./ Con quella loro soma/ di memoria/ scomode testimoni/ in una sola vampa/ cancellate.”

Si sente dentro la pelle il dolore degli oggetti bruciati,  sfila sotto gli occhi sgomenti la furia distruttrice: la cassapanca della bisnonna che aveva racchiuso il corredo tessuto a mano- “Fosse per quelle mani minute/ che ghermivano il volo della spola”- fa spuntare la splendida figura della donna, come una novella nonna Lucia carducciana-; l’armadio  manda ancora profumo di lavanda, il tino del bisnonno, l’arcile che aveva visto mani impastare il pane, ed anche i filari delle viti che cadono sotto colpi pazzi di pennato, tutto brucia in un unico grido.

Cordoni ci porta in un mondo che evoca la pace del Titiro virgiliano, a cui contrappone la decadenza dei nostri tempi che hanno cancellato i codici etici su cui si basava la società preindustriale. Evoca animali, piante, campi, raccolti, persone. Splendidi personaggi quasi scolpiti dalla sua parola attraversano tutta la trilogia, può essere il nonno: “La schiena/ contro il fusto,/ lì sdraiato, assaporava/ un sigaro, dinnanzi/ ai primi pomodori/ già invagliati./ A parlarci maturavano/ prima, lui diceva./ Lui pregava così. Senza/ aver preso voti, mai ordinato./ Senza vescovo, senza cattedrale./ Eppure anch’egli/ sacerdote del cosmo/ nonno Carlo”.

O possono essere le figure di poveri all’accatto, che trovano sempre la porta aperta e una fetta di pane -le porte rimanevano aperte perché non c’era niente da rubare.

Nella impossibilità di ricostruire un eden smarrito, al poeta non rimane altro che rievocarlo con amore e chiedere perdono:” In fine/ perdonaci, Signore,/ se lo puoi. Noi, mangiapani/ ad ufo. Persino d’ogni briciola/ con dolo e scienza/ e immane crudeltà/ trafugata all’innocente/ fame d’altre bocche/. Sempre per quanti sono/ sulla terra: uomini e agnelli,/ basterebbero il pane/ e la pastura. Se a spartirli/ vi fosse ancora/ il cuore”.

 

Marisa Cecchetti

Marisa Cecchetti vive a Lucca. Insegnante di Lettere, ha collaborato a varie riviste e testate culturali. Tra le sue ultime pubblicazioni i racconti Maschile femminile plurale (Giovane Holden 2012), il romanzo Il fossato (Giovane Holden 2014), la silloge Come di solo andata (Il Foglio 2013). Ha tradotto poesie di Barolong Seboni pubblicate da LietoColle (2010): Nell’aria inquieta del Kalahari.