di - 3 luglio 2018

Riccardo Duranti, Meditamondo, Coazinzola Press, Mompeo Rieti 2013, pagg. 154, 15 euro

Il poeta vorrebbe essere “uno stormo di storni in volo”, ma in verità è solo un “gheppio stranito” oppure un “passero smarrito”. Credo sia condensata qui tutta la poetica di Riccardo Duranti, scrittore tenace e solido che apprezza una sorta di poetare lucreziano e corale, e che infine ritrova per candore o per indole i sentieri riarsi in collina, le pieghe singolari della “sempreverde tenerezza”, i bastimenti di “amori impossibili per evitare il non amore”. Vale a dire che, rifuggendolo, finisce per trovare sempre un io che parla dei sentimenti dell’assenza di qualcosa e attraverso cui si dipanano osservazioni naturali di animali e fiori, o entomologiche dissezioni dell’anima.

Costeggiando nella poesia sia la lingua italiana sia quella inglese, Riccardo si giustifica nei suoi versi di quell’adolescenza coltivata per sempre in uno sguardo puro e cristallino che sa dire, senza veemenza, le cose della natura e del mondo, come “continuando a crescere, tenendosi a galla nel tempo”.

Al tempo stesso c’è nel suo sentimento poetico una consapevolezza lucida e impietosa, come se Seneca lo avesse attraversato con la spada del senso. Infatti, in Coscienza della polvere abbiamo un testo che ci definisce, come esseri umani, “scoria impertinente/nell’alchimia del mondo/illusi di tenere il mare per le briglie” – pensate quanta saggezza nel rappresentare la nostra protervia crescente di “tenere il mare per le briglie”… Con la coscienza linguistica e filosofica di definire un lavoro, quello della poesia, che poco può fare per coltivare un mondo differente, come scrive in questo passaggio: “Le parole/sono lo scheletro estroflesso/dell’anima”.

E poi c’è Michele Strogoff per raccontare dell’amore che impara e sa insegnare a essere salvato dalla lacrime; le preghiere di baci perduti di mattina presto, dati all’aria che ricorda la precedente vita in due; il secchio traforato chiamato ancora cuore. Ecco una poetica dei sentimenti che non trova più un sentimento d’amore cui appigliarsi, ma non recede al disamore. Anzi si imbeve l’anima di piccoli gesti quotidiani, di minime modifiche della natura circostante, in cui tutto si determina in una “afosa solitudine d’attesa” che non è affatto nichilista, perché il “crimine e non amare”.