di - 1 agosto 2018

“Tu e io” sul Divan di Rumi

Tu e io

Felice il momento quando sediamo, tu e io, nel palazzo,
due figure, due forme ma un’anima sola, tu e io.

L’acqua di vita darà immortale gioia al Verziere e agli uccelli,
quando insieme incederemo nel giardino, tu e io!

Le stelle del firmamento scenderanno a guardarci
e la nostra splendida Luna mostreremo a loro, tu e io!

Tu e io senza più tu né io ci uniremo nell’estasi,
lieti e felici e liberi dalle vane parole, tu e io!

E gli uccelli celesti s’addolciranno di zucchero il becco
nel luogo ove noi così a gioia rideremo, tu e io!

Ma ben strano è che tu e io stretti in un solo nido
ora siamo uno in Iraq e uno in Khorasan, tu e io!

In una forma su questa terra, e anche in altro disegno,
nel paradiso eterno di dolcissima gioia, tu e io.

 

Del mistico, poeta e filosofo persiano Jalâl Ad-Dîn Rûmî (1207-1293) si sa poco, ed è giusto sia così. Il mistico non ama parlare molto della propria vita, perché ne ha un concetto così alto che non può confonderlo con i dati anagrafici e gli episodi di cronaca. Eppure, quel poco che oggi si sa di Rûmî basta a leggere e a comprendere alcuni misteri della sua opera, parzialmente tradotta anni fa, in Italia, da Alessandro Bausani, il quale pubblicò, per Rizzoli, nel 1980, una scelta dal Divân (approssimativamente tradotto in italiano, di là dalle suggestione goethiane, come ‘canzoniere’) nel volume Poesie mistiche, riproposta, con qualche lieve modifica, da SE, nel 2018. Una scelta piccola ma significativa, occorre sottolineare, della immensa produzione di Rumi, che scrisse anche un lungo poema noto come Masnavî-yi Maʿnavî (‘Poema Spirituale’), sorta di corano in lingua persiana che si snoda per 26000 versi doppi, quasi a dimostrare l’intrinseco legame musaico fra scienza di Dio e ispirazione poetica; e una raccolta di prose e detti, dal titolo arabo Fîhi mâ fîhi (‘C’è quel che c’è’).

La ragione per cui, in questi giorni di caldo torrido, in cui deflagrano nei bar e nei lidi i tormentoni musicali fra karaoke e danze dimagranti, mi piace soffermarmi su questa poesia di Rumi è che, in fondo, mi piacerebbe fuggire, e niente come la poesia – e in particolare quella mistica! – potrebbe fornirmene una valida ragione. Di là dalle mie personali debolezze, la poesia Tu e io di Gialâl Ad-Dîn Rûmî ha anche una peculiarità che mi offre il destro per riflettere sui valori imperscrutabili della letteratura, e prendere le distanze dai nostri schemi cognitivi così come fece René Magritte ne La trahison des images, ricordando agli spettatori meravigliati che quello che vedevano nel quadro non era una pipa (Ceci n’est pas une pipe): analogamente bisognerebbe avvertire che la poesia di Rûmî sopra riportata non è esattamente una poesia d’amore, ma qualcosa di più. L’amore c’entra, sì, e anche se d’istinto il lettore moderno sarà portato a immaginare che il tu sia riferibile all’amante, in verità esso riguarda il poeta stesso, mentre l’io, sotto le cui spoglie dovrebbe esserci la voce dell’autore, è il suo alter ego, Shams-i Tabrîzî, mistico e filosofo persiano, che Rûmî incontrò, nel 1244, ed elesse come suo maestro, fino ad attribuirgli, dopo la sua improvvisa e misteriosa scomparsa, la paternità del suo libro, come recita il frontespizio originario Divân-i Shams-i Tabrî. In questo gesto d’amore del discepolo verso il suo maestro (che ricorda quello che Platone tribuì a Socrate, facendolo protagonista dei suoi dialoghi), vi è più di un affettuoso e devoto ricordo, vi è la spia di un desiderio più alto: trasformare la propria scrittura in un «dialogo sacro» (come lo chiama Bausani) interno al testo, inciso in ogni parola, cedendo generosamente la parte migliore di sé a colui che seminò pensieri e idee nella propria anima. L’autore, dunque, non nasconde la propria voce, sa che essa è tale perché qualcuno le permise di nascere e crescere, e non gli importa che questo possa ingenerare ambiguità perché quello che conta è l’emozione (Bausani parla di «emotivismo») che Rûmî vuole suscitare nel suo lettore, come se la voce di Dio si sentisse già nella parola con cui viene appassionatamente invocato ad esistere, e non avesse bisogno di alcun calcolo retorico-argomentativo tanto spietato quanto esposto a stratagemmi confutativi. Altrove Rûmî confesserà la sua antipatia per la poesia classica del suo tempo, la quale prescrive l’esatta misura e l’armoniosa compostezza del verso che intende parlare di Dio, di contro a una poesia che fonde l’istintivo entusiasmo, inebriato di Dio (quello, per intenderci, di Shams-i Tabrîzî), con sottili, talvolta visionarie, elucubrazioni (quelle, per esempio, di Ibn al-’Arabi, altro grande filosofo che ebbe un ruolo decisivo nella formazione del giovane Rûmî). A riprova, basti rileggere quel noto passaggio di Fîhi mâ fîhi: «Io faccio della poesia perché gli amici che vengono da me non se ne vadano delusi e tristi […] Altrimenti fra me e la poesia c’è un abisso. Sono stanco della poesia, non c’è cosa peggiore!».

Il campo della mistica è quello in cui po’ tutte le religioni si incontrano e si intendono: perciò tanti versi del mistico Rûmî potranno riportarci ai nostri poeti (sono stati fatti i nomi di Jacopone e di San Francesco, cui potremmo aggiungere quello di un altro grande mistico, catalano, vissuto negli stessi anni, Ramon Llull, autore fra l’altro di un Libro dell’amico e dell’amato), e ad accomunarli – di là dalla singolare coincidenza anagrafica (che meraviglioso secolo fu il Milleduecento!) – è il modo in cui l’emozione poetica si traduce nelle nelle odi del Divân, ora con una espressione più pacata e discorsiva, ora più concitata e accorata, sacrificando quel che nella poesia tradizionale pareva un postulato formalistico insopprimibile (dalla simmetria delle immagini alla eleganza delle metafore), e intrecciando due stili fondamentali: quello visibile, narrativo (come, nel caso di Tu e io, l’ambientazione nel Verziere), e quello che rimanda il significato letterale di ogni immagine a un livello superiore, «metaneddotico» (si può dire con Bausani), o addirittura anagogico (se intendiamo questa parola lato sensu, nella sua dimensione etimologica). Come ogni realtà terrena, anche una storia d’amore si nutre del senso che la proietta e la attende nell’aldilà, prestandosi in tal modo a riflettere la realtà simbolica di cui essa, per avere senso, si nutre. L’amore di Tu e io si nutre, appunto, di una tensione verso l’oltre, cioè della ricerca di un assoluto sempre più assoluto («la cosa che mai non si trova, quella io desidero», scrive Rûmî in un’altra ode) che si bagna alle fonti neoplatoniche del sufismo, e intanto sembra scorrere non lontana dalle acque della lirica occidentale che in quegli anni scopriva il dolce stil novo, e si avviava ormai alla visione della Commedia dantesca. Il poema dantesco segnerà un ampliamento semantico decisivo per quella “letizia” che, ancora intesa semplicemente nella Vita Nuova, come gioia, piacere, soddisfazione di chi guardava passare Beatrice, assumerà il valore di beatitudine, gioia paradisiaca, felicità celeste, il sentimento che provano le anime in Paradiso riunendosi al cospetto di quell’Amore nel quale esse possono ritrovare e realizzare finalmente il loro, così come augurava anni prima, nel suo piccolo, la poesia di Rûmî.