di - 31 agosto 2018

VINTAGE – Un’elegia civile di A. Sokurov: “Francofonia” (Fra-Ger-Ndl 2015)

I francesi non lo hanno voluto a Cannes. Il film non ci è passato. Se ne possono capire le ragioni, nonostante l’ammirazione per Parigi che traspare da quest’opera del sessantaquattrenne siberiano Aleksandr Sokurov. Fa sempre male riaprire vecchie ferite.

Ci sono momenti nell’esistenza individuale e nella storia in cui si sente il bisogno di fare bilanci, dare giudizi, offrire eventualmente speranze per il futuro, anche con tonalità di registro retorico elevato (ma la retorica è anche una straordinaria scuola letteraria e filosofica). E, nella sua anomalia di ‘cinema nel non-cinema’ o di ‘non-cinema nel cinema’ Francofonia è alta opera d’arte, costruita innanzitutto attraverso una riflessione sull’arte: nel rapporto col potere, e sul potere, la forza che essa stessa intrinsecamente possiede («Uno Stato ha bisogno di un museo per esistere»); è allo stesso tempo un film storico (la lente immortale della storia magistra vitae), e politico. Francofonia ha suscitato in chi scrive una raffica di sollecitazioni, emozioni, reinterpretazioni del presente. Il tutto scaturito dalla integrazione tra scene girate con un alternarsi di piani sequenza, immagini di repertorio reali o costruite (perché nella Parigi occupata c’era chi usava la cinepresa, si dice all’inizio), sovrapposizioni tra realtà e immaginazione, e la voce narrante fuori campo (Sokurov, nella versione italiana un ispirato Umberto Orsini).

Parigi è città aperta dal giugno 1940. Per quattro anni la Francia sarà in parte occupata dai nazisti, e governata dal maresciallo Pétain. Il Louvre è però sgomberato dai previdenti dirigenti nazionali delle belle arti, in gran parte costretti a fuggire verso sud, e i suoi capolavori nei limiti del possibile messi al riparo dalla minaccia della guerra, o della barbarie nazista, in sparsi castelli di Francia. Gli stessi tedeschi sanno benissimo, e varano circolari per evitarlo, che gli acquartieramenti dei soldati possano procurare gravi devastazioni. L’arte, e dunque la civiltà, è in pericolo, e questa idea tanto ovvia quanto decisiva, viene espressa con quella che intendiamo una finzione e una metafora: un mare in tempesta nel quale una cargo con dei containers (con dentro proprio materiali preziosi del museo parigino) viene sballotatta tra i flutti: il capitano di questa imbarcazione è contattato da un regista, Sokurov stesso (sempre ripreso di spalle); il tutto si svolge attraverso lo schermo del PC, in una sorta di instabile e drammatica comunicazione via internet. Si può pensare anche alla deriva dell’arte odierna, come si è fatto, ma questo sembra un po’ forzato, banale. Al centro della trama, se di trama si vuol parlare, ci sono due personaggi effettivamente vissuti, entrambi con modalità e dignità diverse rappresentativi di un tema attualissimo: il film non manca di alludere al contesto iracheno e siriano di oggi e alla disperata ricerca da parte degli archeologi locali di porre in salvo i tesori dei loro musei e dei loro territori dinanzi al nuovo totalitarismo islamista. I due protagonisti sono il direttore del Louvre Jacques Jaujard (bravissimo Louis-Do de Lencquesaing), e il curatore dei musei della Renania e ufficiale nazista, Prof. Dr. Franziskus Wollf Metternich (Benjamin Utzerath), chiamato a occuparsi della “Kunstschutz”, la gestione e la protezione del patrimonio artistico e monumentale di Francia, anzi, come tiene a precisare, d’Europa. Entrambi, e soprattutto Jaujard, sono allo stesso tempo al servizio di un regime tirannico (Clichy-Terzo Reich), e conservatori dell’arte sotto minaccia in tempi funesti, quella francese, ma anche tedesca, di tutti. E’ questo il tema a cui si accennava poco sopra, già anteriore alla sua manifestazione e reinterpretazione più nota, quella del tacitismo, o più precisamente del servizio sotto il tiranno, della sua legittimità, persino della sua rispettabilità. Dopo i primi incontri,più tesi, tra i due si svilupperà una forma di collaborazione. Lo stesso Metternich opera con una qualche sensibilità, in quanto richiamato da Ribbentrop a trasferire i beni francesi in Germania, indugia a lungo, col pretesto di motivazioni burocratiche, fino ad essere richiamato per inadempienza agli ordini nel 1942 in patria. Quando il tiranno sarà abbattuto i due avranno un destino diverso, ma una sostanziale riabilitazione. Nemmeno la Francia, in questo quadro, è così innocente, è solo una vittima: non mancano i dubbi sullo slogan repubblicano ‘liberté, égalité, fraternité’ incarnato da una danzante allegorica Marianna e dunque sulla nostra democrazia ‘reale’ né, soprattutto, le ironie su Napoleone (che compare, sparisce e ricompare fuoriuscendo dai quadri che lo rappresentano e materializzandosi davanti alle opere d’arte del Louvre e vantandosi di aver procurato personalmente quei capolavori al suo paese e anzi di avere fatto le sue guerre con quell’unico scopo). Napoleone fu anch’egli causa di lutti per intere popolazioni. Del Louvre è elogiata la straordinaria genesi, opera di generazioni e generazioni di re e governanti, consiglieri, architetti, della più diversa formazione e tendenza, sino al Grande Louvre della Piramide voluta e inaugurata da Mitterand negli anni ’80 del XX secolo. I Musei sono, o dovrebbero essere, il prodotto progressivo di una collettività, di una nazione, senza schermature, ideologie, censure. Tutto è molto complesso, stratificato, sfumato senza essere più contraddittorio di quanto lo sia il mondo. Sokurov si formò a Mosca, come documentarista, negli anni ’70, e non ebbe vita facile, subì l’ostracismo della censura e mancò di appoggi pubblici sino alla fine dell’URSS. Autore di “Moloch” (1999) di “Taurus” (2000), e poi di “Faust” (Leone d’Oro nel 2011), certamente ostile al bolscevismo, è anche però un russo che non può fare a meno di rendere omaggio al suo paese per la eroica vittoria di Stalingrado e per il sacrificio immane del suo popolo dinanzi all’avanzata della Panzerdivisionen durante la II guerra mondiale. La sua Russia è innanzitutto quella di Tolstoi, e di Cechov (ma pensando a Arca Russa, si direbbe anche di Pietro il Grande), che vengono visti nel letto di morte, e invitati a svegliarsi, per vedere, conoscere quali grandi tragedie siano accadute dopo di loro e da quali tragedie forse il mondo contemporaneo e le generazioni future potranno scampare, appellandosi all’arte e all’umanesimo. L’obiettivo, o meglio l’augurio, è di evitare l’inabissamento del genere umano.

L’arte è universale, unica, indivisibile, esprime l’identità e la natura dei popoli in una linea di continuità ininterrotta. Un dubbio riguarda quale sia l’arte che ha in mente il regista. Si direbbe in prima istanza quell’arte occidentale e mediterranea europea, che ha una sua caratteristica forte nella ritrattistica, nella raffigurazione dello sguardo, invece scansata dall’iconografia e dall’arte musulmana (la cultura dell’Islam è criticata da Sokurov non solo nelle sue forme attuali, si legga una sua per certi versi sorprendente intervista nell’inserto domenicale del Sole-24 Ore del 13 dicembre scorso: http://cristinabattocletti.blog.ilsole24ore.com/2015/12/13/sokurov-nelle-sale-il-17-con-franconfonia-avverte-europa-molle-sei-in-pericolo/). Sokurov parte dalle informi raffigurazioni neolitiche dei corpi, evoca i giganteschi monumenti dei palazzi assiri, i volti dei sovrani mesopotamici scolpiti sino alla perfezione dai loro artisti di corte, che miravano alla perfezione per la paura di scontentare i loro monarchi (una lenta arrampicata della mdp presa lungo la barba, il volto, il copricapo di uno di loro è straordinaria anche dal punto di vista tecnico), poi contempla la scultura classica (mostrandoci non a caso un’immagine di Seneca, altra figura centrale nel rapporto tra “intellettuali” e potere) e la ritrattistica straordinaria della pittura europea di età moderna.

Molto ci sarebbe ancora da dire. Molto d’altro scopriremmo rivedendolo, riascoltandolo. Tutto si può e si deve criticare. Senza averne cercate, ipotizziamone alcune, di queste critiche; sul piano stilistico-formale: un montaggio disordinato? un assemblaggio di ibridazione mal riuscita tra elementi diversi – teatro, cinéma-verité, documentario, fantastico?; sul piano dei contenuti: eurocentrismo russofilo? elitarismo culturale? Per noi, critiche di questo tipo mosse a un’opera così ricca hanno il senso di chi cerca il refuso in un mirabile scritto di riflessione filosofica e storica.

05/01/2016