di - 30 agosto 2018

Vita e opere di Karl Marx

Una strana diade apre questo discorso. 1) L’importanza dell’opera di Karl Marx e 2) l’ignoranza nella quale è rimasta circondata la figura della sua persona. Il suo nome, infatti, ricorre (e ricorreva in anni passati) come concetto ma non come precisa immagine di una persona. Di una persona in carne e ossa. Che cosa veramente è stato Marx? Chi è stato Lui su questa Terra? Quali erano i suoi affetti, se ne aveva? Che desideri aveva? Cosa lo faceva commuovere? In questo mio discorso cercherò di ripercorrere le tappe della vita di Karl Marx alla ricerca non di Spinoza – come Antonio R. Damasio – ma dell’uomo e dell’intellettuale Karl Marx: alla ricerca della sua essenza di uomo. E della sua essenza di uomo su questa Terra. E, nel contempo, cercherò di rendere visibile un pezzetto (uno scorcio) della filosofia (che, come Diego Fusaro ci ha insegnato: caratterizza più dell’economia politica la contezza del suo pensiero) di Karl Marx: quel pezzetto (e quello squarcio) che ci è, oggi, utile per affrontare i nostri giorni con serenità e giudizio. Questo inizio di secolo XXI°: queste notti e questi giorni globali. Buona lettura e … come direbbe un marxista a un non-marxista: «buona fortuna». La socialdemocrazia tedesca aveva, a suo tempo, diffuso una certa immagine di Marx divenuta poi – non sappiamo se malgrado tutto o a causa di niente – canonica e tradizionale. Ma quest’immagine era in fin dei conti vera? Qual’era nei particolari quest’immagine classica? La tradizione ci ha consegnato un ritratto di Lui come una persona all’interno della quale il lottatore prevaleva sul filosofo. Questa immagine si è cristallizzata fino all’arrivo di Franz Mehring. Mehring ha aggiornato quest’immagine. Marx ne risulta alla fine sì certamente un uomo di lotta ma un uomo che si oppone, spera e lotta intanto che pensa e lavora ai suoi libri. Essendo tra le altre cose anche un freddo analista della società del suo tempo (che, oggi, grazie a Ferraris diremmo della «realtà» del suo tempo) Egli sottopone tutta la propria esperienza (di vita, di lotta, di politica, di amore e passione) a un autocritica spietata e puntuale. C’è un periodo che risulta decisivo per la vita di Marx: l’esilio in Inghilterra. Ovvero il periodo durante il quale si scioglie la Lega dei Comunisti. In questo periodo, Mehring accosta alla vita di Marx due concetti derivati dalla sua (di Marx) esperienza terrena: 1) l’amicizia con Friedrich Engels; 2) il rapporto di Marx con l’intera società del suo tempo e 3) la politica intesa come un Tutto che nello stesso tempo avvolge e svolge il pensiero marxiano. Data questa chiave interpretativa: Mehring riesce così a prendere le dovute distanze dalla interpretazione tradizionale e quindi a restituire alla totalità dei suoi lettori un Marx inedito. Mehring parte, per tessere la sua trama biografica del grande pensatore tedesco, dalla «grandezza senza pari di Marx»: perché in Lui l’uomo di pensiero e l’uomo di azione erano indissolubilmente legati. La sua opera è legata, a fili intrecciati, con la sua vita. Ma perché noi che siamo suoi postremi posteriori ci ricordiamo solo l’opera? Perché nessuno ha mai pensato che Marx avesse avuto anche una vita? Fu più importante il filosofo o l’uomo? E chi era, in definitiva, l’uomo Marx?

Per affondare il bisturi sull’uomo bisogna conoscerne la carne. Per conoscere la carne dell’uomo bisogna vedere e rendersi conto se questa carne era fatta di sangue, ossa e di qualcos’altro. Per vedere se era fatta di carne e di ossa bisogna conoscerne il DNA. Per conoscerne il DNA bisogna conoscere le molecole e le proteine. L’uomo Marza, attraverso la sua vita e il suo pensiero, era come il Re di cui si dice … Il Re era nudo! E tale rimase allora e dunque nella storia! Nudo! Solo Karl, solo l’innamorato, solo il piccolo studioso di provincia, solo il tedesco … Senza proletari e senza borghesi, senza economia politica e senza carne della carne dei proletari. Nudo … Come si dice sia stato Adamo! Karl Heinrich Marx nacque a Treviri il 5 maggio del 1818. Il nonno paterno si chiamava Marx Levi e fu un rabbino di Treviri. La nonna, Eva Moses, morì nel 1825. Hirshel era il padre di Marx. Morì nel 1838. Sposò Henriette Pressburg, un ebrea olandese. Il matrimonio fra Hirshell ed Henriette fu alquanto felice. Oltremodo. Karl ebbe una giovinezza serena e tranquilla. Quando il giovane Karl (e non il «Giovane Hegel» come direbbe Lucaks) compì 20 anni: morì Hirshel. Nell’autunno del 1835 Karl si iscrisse all’Università di Bonn. A 18 anni Karl si fidanzò con una sua vecchia compagna d’infanzia: un’amica intima della sorella Sophie. La ragazza sarebbe stata destinata a passare alla storia: come la macchina filatrice inventata da James Hargreaves, si chiamava Jenny Il suo nome per intero era Jenny von Westphalen. Una ragazza di non comune bellezza. Aveva appena superato i 22 anni. Era maggiore di Karl di quattro anni. Era anche molto corteggiata e ambita. Ma Jenny, dal canto suo, conosce «le leggi del mondo/ e te ne farò dono» (Franco Battiato): Jenny sa che l’aspettano dabti a sé incertezze e sofferenze. Ma, d’altro canto, sa anche che terrà fede, con animo saldo, nelle sofferenze e nei momenti bui sempre all’uomo che ha scelto. Al suo amore romantico e infelice. Al genio ma anche all’uomo che combatteva per un’ideale.

Jenny tenne sempre fede all’uomo della sua vita perché seppe comprendere la missione della sua vita. Marx non era un Dio: Marx era un uomo che aveva commercio coi destini di Dio: lui sapeva precisamente e perfettamente che le cose su questa Terra sono complicate e ardue: e si comportava di conseguenza. Del resto, qualcuno ce lo ha anche detto: questa «è una valle di lacrime» … Jenny capì Marx. Ne capì l’uomo e ne capì la sua missione: e fece in modo che la vita e l’opera di Karl si fondessero in una sola cosa. Che Karl fosse tutto quello che avrebbe scritto ma anche tuttii fiori, le rose, i gerani che aveva ammirato. Che Karl fosse la vita e l’opera, il capitale ma anche i libri letti … E le danze degli insetti sul tetto di una stanza! Jenny capì che nel suo giovane amante la parola e la cosa si fondevano in un unico sogno: «il sogno di una cosa». Ma di che cosa? Il padre di Marx intanto aveva deciso che il figlio completasse i propri studi a Berlino. Karl si era messo a studiare scienze giuridiche e amministrative. I primi tratti della personalità di Karl emergono a questo punto: egli è un uomo che predilige la lotta e che lotta con tutto se stesso per la verità; solo i battiti del suo cuore possono riuscire a frenare in Lui la sua profonda capacità di autocritica e di lotta In Lui spirito e materia diventano lotta: lotta per la vita e per la verità e passione dei limiti: limiti che nessuno può superare: eccetto Dio. Marx lotta come può … si innamora giovanissimo della filosofia di Hegel!

Passa a Berlino tre anni in compagnia dei «Giovani Hegeliani». Il loro burbero capo si chiamava Bruno Bauer. Marx e Bauer si avvicinano alla filosofia dell’autocoscienza: scettici, epicurei e stoici. Questi filosofi greci affermavano infatti: il singolo individuo deve essere indipendente da ogni causa esterna e deve allora ri-condursi alla sua vita interiore e cercare la sua felicità nella pace dello Spirito. E lo Spirito a quel punto, deve resistere imparando e apprendendo anche se il mondo gli crolla addosso. Un’altra importante caratteristica della personalità di Marx era che: la sua tremenda ansia di sapere lo costringeva (nel momento dell’analisi dei fatti) ad affrontare prima i problemi più difficili ma a quel punto egli si faceva sorprendere dalla gigantesca macchina autocritica che egli stesso si faceva e faceva di se stesso. E allora non veniva facilmente a capo del bandolo della matassa. Era tutto complicato e difficile da affermare … Viveva (nei momenti di studio) come un pesce; sospeso tra l’acqua e l’ossigeno. E, in quanto pesce, riusciva a produrre qualcosa solo dopo aver lottato e pensato. Il 15 aprile del 1841 Marx si laurea con una tesi incentrata sulla «Differenza tra la filosofia della natura di Democrito ed Epicuro». Qui, in questo luogo teorico e in questo caso, aveva avuto la meglio l’autocritica … Egli infatti si era posto come intento quello di studiare stoici, scettici ed epicurei nei loro reciproci rapporti con tutta la filosofia greca. Marx è pronto: può cominciare la propria carriera politica: intendendo con questo termine, nel caso di quegli anni e di quelle vicissitudini, il proprio impegno pubblicistico e giornalistico. Marx si rivela fin da subito un autore scomodo (e lo è sia per i suoi collaboratori che per i suoi editori). Si muove come un fiume in piena. Macina, come una Pala Meccanica, coscienza, autocoscienza, critica e autocritica … Risale il corso della politica del suo tempo come un pesce d’acqua nell’acqua. Marx è una trota. Ma è una trota che si batte per la vita e che si batte per la morte. E che si batte per la verità senza un’ideale: per il realismo dei dati di fatto: per la gioia concreta della verità effettuale della cosa. Una trota che respira! Intanto il Secolo suo vuole che Karl torni a Bonn. I primi lettori dei suoi articoli lo apprezzano: vedono in quello che gli scrive genialità di contenuti, vastità di cultura e un perfetto dominio del materiale che Egli tratta. Marx però non è un filantropo e non è neppure uno sprovveduto: Egli rivendica per sé un tratto del Suo pensiero: i suoi pnsieri e le sue opere (la vita e l’opera) non devono avere secondi fini, doppi fondi, ripostigli reconditi: devono essere fini a se stessi. Egli sta dicendo a noi poveri lettori di questo inizio di XXI secolo: leggete quello che io ho scritto e, per la Madonna, credete in me! Si! In un articolo poi famoso di questo periodo Marx si occupa delle legge sui furti del legname. Questi furti rappresentavano – per dirla con Baudrillard – i simulacri della proprietà comune del suolo: molti reati, a quel tempo, riguardavano la caccia, le foreste e i pascoli. Si voleva, attraverso questa tipologia di reato, espropriare il proletariato dai mezzi di sussistenza. Marx interviene allora in favore dei poveracci: ma non per ragioni economiche piuttosto, fresco come è della sua laurea, con ragioni giuridiche. Marx rivendica per i poveri il mantenimento dei loro diritti consuetudinari (che avevano per fondamento una proprietà né privata né comune: vero e proprio mix di contraddizioni sociali). Attraverso lo stigma dei furti di legna al contadino, agli occhi di Marx, veniva aggiunta alla povertà materiale e fisica anche quella giuridica. Ma solo sulla base giuridica la questione non poteva venire sciolta. Marx, se avesse voluto sciogliere definitivamente la questione, avrebbe dovuto venire incontro alla politica: avrebbe dovuto fare ricorso al concetto di socialismo. Ma il socialismo era allora un enigma. Si trattava di politica o della soluzione dell’enigma della storia? Marx aveva bisogno di tempo e di tanta fiducia nel suo prossimo.Ma intanto Ludwig Fuerbach pubblicava le «Tesi provvisorie per la riforma della filosofia». Fuerbach ha, sin da subito, un grande influsso sullo Spirito Intellettuale di Marx. Per chi sta scrivendo queste righe la stessa cosa è accaduta con Maurizio Ferraris. Il libro di Fuerbach provoca «grande euntuisiasmo»: per Marx a quel punto non si tratta di una ri-velazione (in Fuerbach) quanto di un ri-conoscimento. In Fuerbach egli vede un lottatore quale Egli stesso è! In quel periodo però Marx non solo comincia la sua lotta politica: è alle prese anche con una certa lotta domestica. Marx è imelagato in spiacevoli controversie familiari. Siamo nel periodo del fidanzamento con Jenny … Il 19 giugno del 1843 infine Marx sposa la sua Jenny. Con la moglie a quel punto il filosofo di Treviri si trasferisce a Parigi. Nella capitale francese Marx vuole creare un punto di raccolta e di incontro per tutte le persone pensanti e intelligenti. Quello che ha in mente Marx è semplice: capire il proprio tempo (e la sua politica) attraverso i segnali che arrivano dalle lotte che la attraversano. Vuole unire Hegel a Fuerbach. Lo Spirito e la lotta. L’assoluto e il sangue. La vita con la lotta per la vita. Una Lotta Continua

Con spietata sincerità Marx e i suoi amici parigini si propongono allora di giudicare se stessi (autocoscienza) e tutto il mondo socialista (momento della critica). Una critica che non ha affatto paura di quello che si troverà davanti: magari anche la stessa sconfessione politica del socialismo … E che non ha paura nemmeno dei micro e macroPoteri (e che non ha paura nemmeno di mettere in scena – come anche chi scrive fa – la propria crisi personale di filosofo e di intellettuale). Ma il punto realista di Marx e dei suoi compagni (o, per citare Jacques Derrida di «Marx & Co.») non è quello dogmatico di partire dalla verità (che in logica è sempre A=A): no! Il loro punto di vista è realistico perché essi dicono: noi partiamo dal Mondo e dal Mondo astraiamo la verità. Marx pubblica due articoli sulla rivista che, intanto, Lui e i suoi «soci» avevano fondato. La macchina feroce della critica riallaccia il Mondo alla Società all’Economia (del suo tempo): che parte da teoremi naturalistici e sbocca in un paesaggio frattale fatto di elementi economici. Oppure: politici … parafrasi esatta di quella che sarà la struttura del «Capitale». La filosofia marxiana, alla fine, si pone dei compiti (siano essi politici, estetici o etici) e la soluzione dell’enigma della storia appare sempre più la prassi. Realismo politico gramsciano: se è vero che il pensatore di Ales (in Sardegna) in carcere quando doveva scrivere «Filosofia Marxista» scriveva «Filosofia della prassi». Punto di congiunzione tra teoria e analisi è, come direbbe il bravo filosofo Mario De Caro, azione. La prassi gramsciana e marxista del congiungimento politico di tutte le contraddizioni sociali in un’unica strutturale azione analitica e di lotta. Azione che è lotta! Ma in quanto deve essere lotta essa deve essere, anche, fatta e composta da determinate condizioni. Vediamo quali. Intanto ci devono essere due lottatori; poi ci deve essere la lotta; poi ci deve essere il motivo che li ha spinti alla lotta ed infine la posta del gioco: che cosa alla fine deciderà la lotta. Il premio per chi vince è la posta del gioco. Intanto esisteva qualcosa come il proletariato. Ed intanto esisteva qualcosa come la condizione in cui versava il proletariato. In fondo avrebbe detto Herbert Marcuse, si lotta sempre per l’emancipazione. Io lotto per un diritto solo se ritengo – con Fromm – che questo diritto sia valevole e buono per tutti. Io lotto per i diritti umani non se ho letto Cassese o Rodotà ma se mi rendo conto che questi diritti umani non devono essere violati perché si sta violando la dignità della persona umana. Poi c’era la questione religiosa: ebrei da una parte e cristiani dall’altra. Filosofia di Fuerbach ed «Essenza del cristianesimo»: un annosa questione che si trascinava da anni e che entrava nella lotta lottata dai lottatori con dei distinguo crociani. Tale questione religiosa era, infatti, un dato politico? Era un fatto religioso solamente? Era in fondo un fatto economico? Cosa c’entravano gli ebrei col concetto di nazione tedesca? Poi c’era anche sul tappeto la scottante questione – che Habermas definisce dell’ opinione pubblica – della cosiddetta società civile oppure, la si può definire anche, dell’ossatura socio-culturale di un Paese. E naturalmente sul tappeto persiano di Marx c’era la famigerata questione economica. Ed infine la questione delle questioni: quella filosofica! Nei nostri tempi (pensava Marx) sta trionfando più l’egoismo o l’altruismo? Sono anni che si prestano al socialismo oppure tutti ce ne possiamo andare a casa e stare in ciabatte? Cioè: se analizziamo la Realtà: ci vediamo germi di emancipazione o di regresso? Era l’eterna diatriba e controversia tra Eraclito e Parmenide. Da una parte il divenire e dunque la stasi del solito fiume sul quale non si può scendere due volte (nessuno sa perché?) e dall’altra la realtà dell’essere che, del resto, è molestata dal non essere del quale peraltro sappiamo che non esiste. Lucio Battisti ci ha avvisati a questo punto su questo tema: «Lo scopriremo solo vivendo». Intanto Marx è a Parigi in quegli anni … E Parigi è la testa di ponte della società borghese. Ma dall’economista Ricardo Marx aveva appreso che se esiste una lotta allora è necessario che ci siano delle classi che lottano. Delle classi sociali. Ma queste classi erano davvero la borghesia e il proletariato? E perché non lotta lo Stato?

Per studiare socialismo e comunismo Parigi era l’ideale. Li e solo li esistevano le famose condizioni per capire il presente. Sia pure esso fosse risultato – contro le analisi marxiane – di natura economica, politica o sociale. Comincia quindi da questo momento in poi la scesa in campo della macchina analitica marxiana: socialismo e comunismo sono fatti a pezzi. E Parigi val bene una Messa e … Una Messa a fuoco! Il terreno è dunque pronto per passare dalla struttura alla sovrastruttura. Marx non parte dalla filosofia sottostante a socialismo e comunismo. No! Parte invece dall’assetto politico-sociale del suo tempo : un tempo controverso ed esangue: un tempo nel quale socialisti e comunisti sono divisi in correnti! C’era infatti il partito democratico-socialista; c’era il comunismo operaio e c’erano gli schietti (e ingenui) rappresentanti del proletariato. Intanto Jenny dona la prima figlia a Marx. Intanto stanno maturando semi (nel terreno etico-politico) e si tratta di semi ben poco filosofici … Romanticismo, idealismo, realismo, moralità e immoralità … Marx è alle prese con un mal di testa insopportabile. Simile al mal di stomaco del Commissario don Ciccio Ingravallo del «Pasticciaccio» di Gadda. Dostoevskij aveva affermato che la bellezza salverà il mondo; Marx avrebbe detto: il mio mal di testa insopportabile chi me lo allevierà? Ci vuole un Moment! Ma c’era un mare di contraddizioni: il proletariato si era fuso completamente col movimento operaio? Il comunismo si era risolto completamente nelle rivendicazioni del proletariato? In cosa erano diversi socialismo e comunismo? Insomma il mal di testa insopportabile diventava un ictus, un cancro, un infarto. Kierkegaard aveva detto che questa malattia non è per la morte: Marx in quel periodo invece pensava: questa malattia socialista per quale morte è? Marx compie una torsione: non si occupa più del socialismo e avvita e svita il ferra risiano cacciavite intorno al proletariato. Si occupa solamente di coloro che «posseggono solo la prole»! Ma costoro (uomini e donne) erano definiti: a Parigi allora Marx opera la seconda torsione: proletari versus borghesi. Il socialismo ha sempre bisogno di un atto politico. La politica è quella cosa con la quale o senza la quale il Mondo non è più lo stesso: se tu non ti occupi di essa e lei stessa a occuparsi di te. Si chiama politica il nostro stesso stare al mondo! La Rivoluzione ha bisogno di una sanzione politica. Il comunismo ha bisogno di un atto politico. Il socialismo è, esso stesso, un fenomeno politico. Marx dipana e disbriga il suo mal di testa insopportabile e si rende conto di una cosa: c’è bisogno di mettere assieme tutti questi disordinati pezzi. Proletari, borghesi, rivoluzione, socialismo, comunismo … Ci vorrebbe un Maestro di Bonsai o un esperto di puzzle. Ci vorrebbe l’intelligenza di Hegel e l’interpretazione di Hegel data da Nietzsche. Co vorrebbe un colpo di fortuna.

Per Hgele era Razionale e quindi anche Reale una Rivoluzione politica con un anima sociale. Occorreva investigare e indagare l’anima del proletariato che poi, romanzescamente, era l’anima de rimortacci tue. L’uomo era zoon politikoon: animale sociale – per Aristotele. Ma l’anima del proletariato era in Inghilterra. Il filosofo di riferimento non è più Hegel ma Weitling. Il proletariato inglese era l’economista del proletariato mondiale – oggi dopo Zygmunt Bauman diremmo «globale». Per Hegel – alla luce delle ricerche di Bobbio – la storia non ammette repliche. La storia manda in onda la sua ultima puntata di Beautiful. L’Inghilterra è Sally Spectra. Si: in Inghilterra ci sono i soldi – a Reggio Calabria noi diciamo i sordazzi. C’è un economia di proletari e borghesi. Quello è proprio il terreno adatto per la Rivoluzione – che non sarà né proletaria né borghese. Sarà comunista! Rossa come è rosso il sangue. Rossa come una camicia e una gonna di Valentino. Ma da questo momento in poi Friedrich Engels prende completamente la scena. Tutti noi abbiamo bisogno di un amico serio. Anche cchi scrive queste righe nella sua vita ha avuto bisogno di un amico serio serio: Theodor W. Adorno. Tutti abbiamo bisogno di una donna che «ci perdona e ci capisce»: specie se uno come me ha tendenze un po’ alla playboy allora … ce n’è proprio bisogno! Marx ha avuto di Engels come l’uomo ha avuto bisogno della gallina. «L’amico è» cantava Dario Baldan Bembo: l’amico è … Tutti abbiamo bisogno di un amico, pure Lucio dalla di De Gregori. L’amico è quello … che alla fine della fiera ti dice «Tu vai bene!».

Il padre di Engels (che tanta parte avrà nel comunismo) era un ricco industriale di idee ortodosse. Oltre che di tendenze conservatrici. Nel 1842 Engels se ne andò a Manchester come semplice impiegato della fabbrica tessile «Ermen & Engels» ella quale il padre era comproprietario. Ma esisteva una profonda differenza fra i due amici: Marx aveva capito il suo tempo studiando la Rivoluzione Francese; Engels aveva fatto la stessa cosa studiando le fabbriche inglesi. Questo studio engelsiano è rappresentabile ed esemplabile nell’equazione teorica: fabbrica implica politica. Engels aveva dedotto che i fatti economici sono in Realtà una forza storica decisiva. Ma non solo questo. Engels capì anche che i fatti economici formano la base della formazione della lotta di classe. E capì -una cosa scema scema, una cosa – in ultimo – scema e banale: che la lotta di classe (struttura) genera la politica (sovrastruttura). Dunque Engels donò tutto questo al suo grande amico. Che, per parte sua, ci aggiunse un’unica parola: comunismo. Come avrebbe detto Lenin. La frittata era fatta. Bastava rompere le uova …

Ma il filosofo contemporaneo Diego Fusaro ci ha avvisati: Marx aveva una mente prettamente filosofica. Non era la sua la mente di un economista. E meno che mai di un uomo politico. Una volta risolto il suo mal di testa terribile Marx decise di dedicarsi all’ictus. Come colorire filosoficamente tutta questa Realtà? Aveva bisogno insomma di Massimo Recalcati, lo psicoanalista bello che piace alle donne. Aveva bisogno di capire l’Io, l’Es e il SuperIo dei proletari. Ci voleva un iniezione di psicologia e di filosofia. Ecco allora il gioco di prestigio. Ecco la colomba che esce fuori dal cilindro: ecco barnum! Bastava una volta per tutte sottoporre a critica tutta l’economia politica. Imprenditore, Capitale e lavoro. Ma soprattutto il secondo dei fattori della produzione: il capitale. Ecco dove e quando il genio si dispiega. Ma torniamo alla questione inglese. Engels vi rinviene alcuni fattori. Si sono esaurite l’aristocrazia e la borghesia inglesi. L’inglese colto stava soffocando sotto i colpi dei pregiudizi religiosi. Marx ed Engels si vedono, dunque, costretti ad abbandonare una volta per sempre autocoscienza e critica e come all’OK Corrall si dedicano alla resa dei conti con il mondo borghse. Mettono sotto accusa tutto quello che c’è di borghese nella società e nella realtà. Mettono al Muro – come nel famoso triello di Sergio Leone – tutto il borghesume piccolo-borghse della piccola borghesia borghesia piccolo-borghese che avevano incontrato in Inghilterra. Tradizioni, consuetudini, riti,miti: i due fanno esplodere tutto questo Mondo nella «Sacra Famiglia». Il matrimonio, il divorzio, l’aborto, i figli, le filastrocche delle nonne, il Cielo stellato sopra di me: esplode tutto il borghesume piccolo-borghese che i due odiano. Ma, leggendo Bruno Bauer; era chiaro a quel punto: come è vero che tutti gli amanti si nascondono sotto il letto così è vero che tutti i piccolo-borghesi hanno un cadavere nell’armadio. E così è anche vero che nell’ossatura umana è sempre presente un sistema nervoso centrale: ogni armadio contiene uno scheletro! Questo scheltro e questo amante era Hegel. I soliti sospetti: hegel, Fuerbach, Engels e bauer. Era nata la sinistra hegeliana. La mano sinistra di Dio. Quella con la quale Dio non crea il fiat lux ma attraverso la quale sorride al Mondo che egli stesso ha creato con un prurito. «Una risata vi seppellirà». Ma non c’era ancora traccia di Adforno e di Benjamin e nemmeno di beniamino Placido e di Eco: non c’era traccia di critica sociale. Di analisi fredda, razionale e lucida della società nel suo insieme. A Marx ed Engels non interessava affatto la società inglese (sia stata essa borghese o proletaria …) nel suo aspetto, come dicono quelli che masticano l’inglese, trash. Non interessava affatto ritrarre (una volta per tutte) l’universo decongestionato, logoro e stanco del piccolo-borghese. A loro due ( e alla nascente sinistra hegeliana) interessava fare la fotografia di quello che non c’era. E che cosa non c’era? C’erano borghesi, proletari, c’era la lotta, c’era l’economia politica, c’era finanche il padrone delle ferriere ma non c’erano motivi per lottare. Era tutto incapsulato in un fermo-immagine fotografico fisso e immobile. La lotta non si produceva. Del resto i piccolo-borghesi, da che mondo è mondo, si accontentano sempre di poco: foto di troie, Youtubber, Chiara Ferragni … Cose così … Cose che non producono Rivoluzione!

Ma a questo punto si innesta, attraverso Fourier, l’aspetto utopistico. La proprietà privata è costretta a mantenere in vita la sua contraddizione dialettica: il cosiddetto proletariato. Che è come dire: i furti del legname tengono in vita i furfanti e i proprietari. Il proletariato è costretto (dalla stessa storia) a eliminare se stesso. Quindi la cosiddetta fase utopica del pensiero di Marx non è una contraddizione dialettica: basta che esista un Mondo senza proletariato. Ma allora ecco che il caso inglese, ovviamente, non va bene. Allora la vera utopia è la «Sacra Famiglia»: lì non c’è più la figura del Padre (Recalcati) e non c’è affatto Il nome del figlio (Francesca Archibugi). Lì, infatti, al limite c’è il nome della Madre: la Grande Madre. La madre di tutte le Madri, per la Madonna! La madre di tutte le utopie: Maria Vergine e Madre. La Vergine Maria! Era gioco facile a quel punto: l’Europa è Vergine: il comunismo era nato!

Il proletariato elimina togliendo la contraddizione dialettica (che poi è l’eracliteo polemos, la lotta) anche se stesso dalla lotta: ma non elimina la borghesia. Ci vogliono due altri elementi per fare questo: la Rivoluzione e il senso dell’anima del proletariato. E’ necessaria la lotta, siamo d’accordo, ma è necessario che la lotta produca una logica contraddizione (i borghesi sono il contrario dei proletari) e che, logicamente, questa contraddizione sia sciolta da due passaggi logici: la Rivoluzione e il Comunismo. Quindi dal punto di vista aristotelico classico: ci si trova di fronte alla necessità della lotta. E Marx è pronto. Ed Engels è pronto. Ma l’Inghilterra non è pronta! E la contraddizione non è sciolta, siamo d’accordo. Il Comunismo, del resto, si configura per due aspetti: analisi (autocoscienza come critica) e utopia (la Vergine Maria) ma è necessario lottare per qualcosa. Ma stavolta a fornire questo qualcosa contro cui lottare non è hegel: è la destra! In fondo Marx ed Engels ci stanno dicendo: c’è sempre bisogno di qualcuno con cui prendersela … E tanto vale … Visto che ci sono i Ricchi! Ma andiamo con ordine! Se è vero che tutta l’economia politica esaurisce tutta la struttura è anche vero che lo Stato non esaurisce tutta l’economia politica. Ci sono anche zone aride, sentieri disboscati, sentieri interrotti di hedeggeriana memoria: insomma ci sono Nietzsche e Heidegger. La verità del bosco, amico lettore mio, sai qual’è? «La verità del bosco è dare un senso a tutti gli alberi» (Roberto Vecchioni). Ma io? Io, avrebbe detto a quel punto Marx? Io fondo la mia causa su me stesso: io che sono l’punico (Max Stirner). E l’unico è sempre il lavoro. Che è l’unico mezzo di sussistenza. A questo punto, davvero, Marx ed Engels hanno tutti gli elementi: chitarra, batteria, basso e tastiere. Il Gruppo ’63 (Pagliarani, Vassalli, Eco, Sanguineti ecc.) accorda le sue chitarre: è nata finalmente la Casalinga di Voghera. E’ nata l’Italia, tanto per dirne una, dell’uomo-medio, del cittadino medio. E’ nata l’Italia che lavora!

C’è un punto che mi pare importante. La dialettica storica vuole sempre che ci siano due classi sociali antagoniste. Marx ed Engels, alle prese col sistema produttivo inglese, intravedono disumanità, bestialità e sofferenza. Ma non intravedono che tutto ciò non è il prodotto della borghesia. Intravedono una dialettica monca: da un parte il proletariato, dall’altra la borghesia (senza la sofferenza borghese). Vengo e mi spiego. I due amici vedono le contraddizioni del sistema produttivo inglese ma non le loro conseguenze (si fermano infatti alla pietà). Pietà per i sofferenti. Ma non hanno sufficiente pietà per chi la Catena di Montaggio la manovra. Manca loro la pietà per i borghesi. La dialettica (socratico-hegeliana) è monca. E le rovine? Le rovine della lotta borghesi contro proletari? Bauman direbbe gli scarti: dove sono gli scarti? Le rovine erano solo piccolo-borghesi? In definitiva, una domanda sola: che cos’è il socialismo?

Ma per scoprire ciò c’è bisogno del Belgio e di Bruxelles. Inizia lì la critica ai post-hegeliani: ne nasce un’opera che i topi avrebbero dovuto divorare e che i topi hanno in parte divorato «L’ideologia Tedesca». I due companeros (come avrebbe amato dire Fidel Castro) sottopongono a critica il socialismo tedesco. Il socialismo è la filosofia della prassi. Al materialismo di Democrito ed Epicuro, atomi e vuoto, mancava l’energia. Questi atomi e questo vuoto se ne andavano per l’Universo a zonzo ma non erano spinti da nulla. Mancava un equazione del tipo E=mc² cioè mancava al vecchio materialismo filosofico la constatazione che gli atomi fossero una forma di energia. Mancava a quel materialismo la costante gravitazionale: la vita dei lavoratori. Ma la ricerca belga era davvero finita! Si. Se tu unisci materialismo, energia e lavoro ottieni il socialismo. Il socialismo.

L’ «Ideologia Tedesca» tratta di alcuni Profeti. Non Isaia e Abramo: ma alcuni profeti del comunismo. La Germania era piena di Profeti, mal suonava con i Primitivs e Renato era pieno di Profeti. A questo puntyo Marx ed engels individuarono un compito particolare per il socialismo: sostenere il liberalismo dove esso era rivoluzionario e combatterlo dove esso era reazionario. I vecchi socialisti – seguendo una direzione – avevano condannato il vecchio liberalismo. Ma così facendo si erano fatti amici i Governi. A quel punto … erano poco Rivoluzionari. Ma che cos’era il liberalismo? Ed esso, francamente, si scioglie completamente col capitalismo? Marx ed Engels avevano le idee chiare: liberale è ciò che non è socialista. Proudhon era un post-hegeliano , nato nella classe operaia, una natura virile e sana, un uomo che poteva anche diventare ricco e potente. C’era un circolo vizioso da derubricare, da dipanare, da sciogliere. Il movimento operaio e il socialismo giravano a vuoto. L’uno implicava l’altro ma l’altro non implicava il primo. C’era una specie di cortocircuito tra operaismo e socialismo: una specie di blackout nel quale si smarrivano lotte e ideali. Proudhon immette un elemento psicologico nella questione; egli afferma la coscienza di classe afferente agli operai. A quel punto – se ci metti dentro anche la psicologia – il socialismo diventa scientifico. Proudhon, vecchio leone proletario, stava dando a Marx ed Engels l’insegnamento gratis di Socrate: al primo posto viene l’uomo e la sua coscienza e poi tutto quanto il resto: compreso il Cosmo. L’operaio è solo un uomo e poi … è una vittima dei borghesi. Proudhon in questioni economiche era un antidogmatico. Insomma a Proudhon stava anche bene che l’economia generasse la politica. E non che la politica fosse fine a se stessa. Come tutti gli antidogmatici, Proudhon non credeva nell’economia. Per Marx questo aspetto generava confusione. Di Rivoluzione, Produhon non ne voleva sentire parlare. La confusione e tutto questo discorso dei socialisti suona alle orecchie i noi altri lettori di Marx ed Engels come una barzelletta. Operai senza ideali e socialisti senza operai. Marx ed Engels, poco inclini al riso, licenziano per le stampe quello che possono dell’ «Ideologia Tedesca» e se ne stanno, come i «Ragazzi del Muretto» con Vittoria Belvedere, a vedere che cosa succede. Succede a dire la verità: ben poco! Ma succede che Marx se la sente di rispondere a Proudhon. In francese scrive «La miseria della filosofia». E in quest’opera che Egli sviluppa il materialismo storico. La ricetta per superare la confusione operai-socialismo e per ri-affermare il materialismo democriteo (passato per Socrate) passa per Hegel. Per cui il materialismo storico diventa adesso socialismo scientifico con in più una certa composizione teorica che riguarda la storia. Ma la storia … è sempre storia di lotta di classe. Il materialismo storico è semplice: alla produzione economica segue la struttura sociale (di ogni periodo storico) e questa struttura costituisce la scaturigine della politica. La storia entra nel materialismo democriteo come storia politica e l’economia entra come insieme composito di atomi e vuoto. L’energia del sistema è, ancora una volta, la politica. Infatti come ognuno di noi sa vale perfettamente anche l’equazione: politica implica economia. Basti pensare che esiste un Ministero dell’economia in ogni Stato … La frittata è fatta di nuovo: tutto è struttura e la storia può ripartire. Il motore della storia, per citare Gramsci, non è più Dio: sono i soldi.

Il materialismo storico afferma che tutta la storia è stata storia di lotta di classi ovvero (paradigmaticamente) lotta tra due classi principali: una classe che sfrutta e una classe che è sfruttata. Nel momento della formulazione della Sacra Famiglia: il proletariato (la classe che viene sfruttata) non può più liberarsi della borghesia (la classe che sfrutta il proletariato) senza liberare tutta e del tutto la società. Insomma: tutta la società in tutte le sue componenti. Senza lotta non c’è progresso. Senza borghesi e proletari non c’è storia. Senza coscienza di classe (qualsiasi cosa questa espressione voglia dire) non vi è libertà. L’antagonismo, la lotta, la contrapposizione, l’opposizione, la guerra, la battaglia dialettica, il contrasto, il contrapporsi delle opposte tesi fonda l’economia. Infatti dalla lotta (tra classi – che è sempre un fatto sociale) nasce una coscienza di classe (che è un fatto psicologico) che si riverbera sia sulla lotta sia sulle classi generando cambiamenti sociali e quindi economici. Ma la scaturigine prima non è la storia: è il materialismo. Esistono cioè atomi e vuoto (cioè la materia) che sono in Realtà borghesi e proletari e costoro si fanno la lotta (fatto economico) generando la politica come coscienza della coscienza di classe (si finisce sempre nella struttura solo che a un livello superiore). E’ come se la società (e la storia) fossero divise in gradi diversi: materia, storia, economia, politica e lotta. Questi livelli divengono struttura (economia) e sovrastruttura (politica). Ma rimane un punto ed è un punto rilevante: dove diavolo piazzare la Rivoluzione? Essa è un fatto economico? Sociale? Politico? Kuhniano? E’ fatta nell’interesse del proletariato? Cos’è? Intanto un elemento c’è: socialismo e comunismo sono fatti politici mentre il materialismo è un fatto filosofico. Ma Marx non vuole rivoluzionare la filosofia (anzi: egli a questo riguardo è solo un seguace di Hegel): quindi cosa vuole rivoluzionare? Esiste anche un altro elemento rilevante: l’antagonismo (la contesa direbbe Eraclito) non avviene nella politica. Infatti essa è sovrastruttura e quindi nasce dall’economia (che è sempre l’economia classica del libero gioco fra la domanda e l’offerta). L’antagonismo avviene a un livello più basso: tra le classi. Sono infatti le due classi (borghesi e proletari) ad essere in lotta. Quindi la coscienza di classe (rispettiva) è coscienza della lotta. Se io borghese, per esempio, ho coscienza che sto lottando con un proletario: io so che il proletario sta lottando contro di me. Questa duplice coscienza è la Rivoluzione: un fatto psicologico.

Ma se si guarda complessivamente a tutto il percorso marxiano balza agli occhi una considerazione. Bastava a quel punto ai due amici dare un occhiata al loro presente. Al presente storico in atto; al presente politico; al presente che si presentificava nel presente politico in atto. Dove c’erano le condizioni per la Rivoluzione? Da fatto meramente teorico (tutto il pensiero materialista-storico) la filosofia di Marx ed Engels poteva diventare un fatto pratico solo se esisteva (da qualche parte) un fatto politico rilevante. In fondo in fondo marx aveva affinato la sua teoria con le armi della critica, dellautocoscienza e della lotta ma Egli non era un uomo politico. E’ come se nel formaggio Parmigiano ci fossero dei buchi: in questo caso esso diventerebbe un Emmenthal ma rimarrebbe pur sempre un Parmigiano. Ovvero, per tradurre tutto in termini marxiani: in quale punto il materialismo storico fallava in politica? Era lì che si sarebbero dovute congiungere teoria e prassi: materialismo storico e Rivoluzione. Ma ecco dove fallava la teoria: la borghesia si trova in una condizione di lotta con il proletariato (che è la classe sfruttata) ma il proletariato è intrinsecamente rivoluzionario: la borghesia, per parte sua, lo è stata. Quindi nella lotta c’è una classe (una delle due, peraltro) che è intrinsecamente rivoluzionaria mentre l’altra è regressiva e conservatrice. E per questo queste due classi lottano. Il fine della lotta è il comunismo. Ecco che, mettendo assieme i pezzi, si ha: proprietà privata, socialismo, lotta, rivoluzione, comunismo: economia politica e materialismo storico. Dunque: fatti politici. Tutta la filosofia di Marx si presta così alla politica in vista di un cambiamento. Si piega alla Rivoluzione. Che, in questo caso, è lotta reale e non ideale. Non è, insomma, la lotta socialista. Lotta di classe e coscienza di classe. Proletariato e coscienza dello sfruttamento. Lotta classe, coscienza, Rivoluzione. È l’ora di scendere in campo. Ma in Belgio Marx ed Engels avevano stretto buone relazioni con gli uomini e le donne della Rivoluzione del 1830; in Germania avevano vecchi e nuovi amici; a Parigi Engels si era legato al partito socialista-democratico (Blanc, Flocon). Ne nacque la «Lega dei Giusti» e nel 1847 ne nacquero, dal punto di vista giornalistico, una serie di pamphlet. La «Lega dei Comunisti», come ci spiega il cantautore Roberto vecchioni, a questo proposito: «Il grande orologiaio non passa più/ e gli orologi li aggiustiamo noi», inviò un orologiaio: si chiamava Josef Moll per invitare Marx ed Engels ad entrare nella «Lega dei Comunisti». Insomma la «Lega dei Comunisti» nacque sotto i migliori auspici: un orologiaio, un sarto, due teorici e tanti compagni che se la prendono con il sistema politico. Ma i comunisti … non sono solo questo!

Infatti i comunisti intendono abolire completamente la vecchia società e, contestualmente, abolire la lotta che vi è in essa. Eliminare, cioè, gli antagonismi di classe. Rendere omogenee le coscienze di classe. Ma non solo. Vogliono, infatti, da queste maceria fondare qualcosa di nuovo. Vogliono fondare una nuova società senza antagonismi di classe e senza la proprietà privata. A questo proposito, la «Lega dei Comunisti» fece dei banchetti per fare propaganda. E iniziarono le celebrazioni. «Ci sono posti dove sono stato/ posti dove non tornare». Ci sono «posti» dove «la vita ha fatto Bingo». E la vita «ha fatto Bingo» sia in Germania che a Bruxelles tanto quanto in Inghilterra: esplode il XIX° secolo in un unico «banchetto»- celebrazione della «Lega dei Comunisti». Marx ed Engels alla guida del proletariato internazionale fanno «esplodere» il 1848 in tutta Europa. E’ la Rivoluzione! E’ la Rivoluzione proletaria! E’ la fine della storia borghese. L’inizio dell’arrivo (o, come direbbe Derrida, dell’ «invio») del «Paradiso sulla Terra». Niente più dolore, ma tenerezza. Del resto lo scrittore Paco Ignatio Taibo II lo ha detto del rivoluzionario argentino Che Guevara: «Senza perdere la tenerezza».

Ma naturalmente tutti i problemi rimanevano sul tappeto (non è che con l’arrivo dei comunisti venissero automaticamente risolti tutti i mali del mondo): la borghesia era ancora minacciosa, i nazionalismi (siamo nel XIX° secolo) erano esasperati; la sofferenza proletaria (e questo costituisce il magistero di chi sta scrivendo queste righe) non voleva automaticamente dire emancipazione. La capanna, la soffitta, la cantina, l’aratro, la fabbrica, l’incudine e (perché no?), la falce e il martello: la sofferenza proletaria porta automaticamente alla fratellanza e alla fraternità. «Proletari di tutto il mondo, unitevi». L’ «Unione» di Romano Prodi detto «Il professore» e «L’Unità» di Antonio Gramsci. L’unione, l’incudine e la fraternità: nasce il «Partito Comunista». In Italia il PCI nascerà a Livorno solo nel 1921. Nasce il «Partito Comunista» ed è subito un esplosione di colori. Perché «L’azzurro sta nel cielo/ ed il verde sta ne prati/ ed il rosso è il colore dell’amore». Marx ha buon agio di esaminare il «Capitale». Gli economisti classici dicevano che il capitale è solamente lavoro accumulato. Ma una macchina per filare il cotone, diceva Marx, è solo una macchina per filare il cotone: solo entro certe condizioni essa diventa capitale. Lo zucchero non è il prezzo dello zucchero. E’ un essere umano non è automaticamente merce ma ha anche una dignità. Il capitale allora è un «rapporto sociale» di produzione. Una certa merce (il cotone, lo zucchero,ecc.) diventa capitale per il fatto che come forza sociale si conserva e si accresce (mediante lo scambio con la forza-lavoro). Esiste uno scambio (libero-scambista come me e Rocco Siffredi) tra forza-lavoro e forza-sociale che genera il capitale. I proletari sono una classe sociale che possiede solo la capacità di lavorare : l’esistenza dei proletari è una causa del capitale. Il dominio del lavoro-accumulato (forza sociale) rispetto alla forza-lavoro (che è vivente) fa del lavoro accumulato un capitale. Il lavoro vivente – dice Marx – serve al lavoro accumulato come mezzo per accrescere il semplice valore di scambio (ti do una cifra X per una merce Y). Capitale produce lavoro e lavoro produce capitale. Ma soprattutto – ed è qui il colpo di scena – vale come estremo il primo braccio della forbice: capitale produce lavoro. Ecco che i borghesi sono assolti. E gli imprenditori non hanno colpe. La colpa della sofferenza è solo nelle sfavorevoli condizioni che politicamente si sono create. Ma questo è un fatto economico. Proletari in Rivoluzione contro i borghesi per una New Economy: quella dei bitcoin. Occorre dare una spallata al modo di produzione. Ma questo, ancora una volta, è un fatto politico. Il quadro a questo punto è chiaro! Il modo di produzione produce la politica. Dunque? Capitale, lavoro e politica. I proletari da fatto sociale per i comunisti devono diventare dei soggetti politici. Ma l’operaio è rovinato se il capitale non si occupa di lui. E il capitale si deteriora se l’operaio non viene sfruttato. Quanto più si accresce il capitale tanto più è florida l’industria e quindi la classe borghese si arricchisce e ha bisogno di operai. Deve aumentare il capitale perché l’operaio soffra meno. Occorreva a quel punto fare un tazebao: un cartellone: agitazione, propaganda, polemica, dibattito e agitazione politica: occorreva un nuovo volantino. Ecco ? Ce lo abbiamo! «Il Manifesto del Partito Comunista». I due amici cominciano col tratteggiare un processo storico: la lotta di classe fra borghesi e proletari. La lotta stavolta non fra singoli uomini o tra idee contrapposte. Ma una lotta di classe: cioè pienamente sociale. Questa lotta è il portato, la conseguenza e il precipitato della storia intera dell’umanità. Dal punto di vista pratico Marx ed Engels sono chiari: è sulla Germania che i comunisti pongono la loro attenzione! La storia fa il suo ingresso nella politica. Classi, borghesi, proletari, politica, economia, coscienza di classe lotta di classe: tutta la storia conduce alla Rivoluzione!