di - 28 ottobre 2018

“7 sconosciuti a El Royale” (“Bad Times at the El Royale”, di D. Goddard, USA 2018)

Con questo film lo statunitense Drew Goddard propone allo spettatore una storia per la quale sono inevitabili i richiami a Quentin Tarantino (p.es. di Le iene) e ai fratelli Coen. Si tratta di punti di riferimento ammessi con onestà dallo stesso autore in ripetute dichiarazioni. Una parte della critica suggerisce piuttosto vicinanze con il linguaggio e gli ambienti di Wes Anderson o David Lynch, ma non sapremmo dire in proposito.

L’inizio del film (da vedere in v.o.) promette bene. Camera fissa e piano a figura intera su un uomo che nasconde freneticamente sotto un pavimento di una stanza di albergo una borsa. Viene freddato subito dopo da colui che attendeva con ansia. A distanza di dieci anni (come illustrato nella didascalia su fondo nero che anche in altri casi definisce le scansioni temporali e le scansioni drammatiche più significative) siamo trasportati a El Royale. Questo è il nome di un grande e decaduto hotel, esattamente posto fra il Nevada e la California, all’interno del quale sono rigorosamente verniciate di rosso le linee di confine fra i due stati; le sole quattro camere agibili hanno dei prezzi diversi a seconda dello stato di appartenenza (ma la differenza è risibile, vuole esserlo: un dollaro, sono più care le camere californiane, non si sa perché).  Assistiamo nella prima mezzora a una serie di scene a metà tra il thriller violento e il western, intriganti e ricche di ironia. La storia avviene tutta dentro lo stesso albergo – vero protagonista del film, quasi interamente girato in interni e con andamento teatrale, un albergo che è una sorta di inferno senza scampo. Vi si ritrovano personaggi, alquanto originali, che hanno da fare conti difficili col proprio passato. Le diverse maschere entrano in scena progressivamente e conflittualmente. Utilizzano le loro stanze ciascuna per i propri personali e spesso loschi scopi. L’elemento del parossismo e dell’iperbole guida i comportamenti dei seguenti figuri: un eccentrico venditore di elettrodomestici; un finto prete (Padre Flynn, Jeff Bridges) che cerca di recuperare la borsa nascosta dieci anni prima sotto le travi del parquet (è lui che ha più di ogni altro a che fare con la prima scena, infatti); Darlene, una aspirante cantante di colore (Cynthia Erivo); l’apparentemente candido inesperto persino dolce garçon-gestore unico ormai dell’albergo; una hippie di origine caucasica (Emily, la Dakota Johnson di Cinquanta sfumature di grigio e di altri colori) con la sorellina minore, che gli aveva conteso il muscoloso capo di una setta messianica tempo addietro. Se c’è una logica nella costruzione dei rapporti reciproci e in divenire tra questi sconosciuti è la logica esasperata di un agire privo di qualunque scrupolo in questa sorta di no-man’s land, per raggiungere ciascuno ciò che si ripromette e ciò che lo ha portato fin lì mettendolo a contatto con l’altro “sconosciuto”. Il pulp che pervade l’opera non fa più effetto di quanto non faccia sobbalzare lo spettatore il sound assordante che accompagna ogni gesto che abbia un minimo di violenza. Così per esempio quando la cantante a Padre Flynn – che teme la voglia in qualche modo circuire o sedurre – spacca una bottiglia in testa la sala sembra risuonare quasi vi sia scoppiata una bomba. Questi effetti sonori appaiono eccessivi, così come ingombrante è la colonna musicale (troppa musica e di scadente qualità). Piano piano il film diventa banale nei dettagli e poco comprensibile come assetto narrativo. Scontato è per esempio scoprire che la mitezza, la superstizione religiosa, la paura di morire del giovane albergatore gli deriva dall’essere un reduce del Vietnam (la data drammatica è la fine degli anni ’60 e alcune riprese un po’ stereotipate rievocano in flashback l’esperienza bellica); il ragazzo è rimasto al tempo stesso cecchino infallibile, cosa che avrà modo di dimostrare nel corso di convulse e confuse sparatorie da wild bunch dentro l’albergo fra teste invetriate da schegge e petti squarciati. Una sorta di concentrata istintiva guerra di tutti contro tutti (tanto per scomodare più o meno a proposito Hobbes) dalla quale usciranno sani  e salvi in due.

Come giudicare in definitiva questo film? Apprezzabile più per le ambizioni e le attese che suscita che per la realizzazione. Parzialmente godibile, non lascia annoiare anche se è sostanzialmente privo di sorprese. Il finale è “aperto”. Tale finale può essere visto come neutro punto d’arrivo, un esito come un altro della trama (?), oppure con qualche benevola forzatura come un finale amaro perché il successo più o meno definitivo ottenuto dai due sopravvissuti tra i sette personaggi in cerca d’autore ha come sua sede d’elezione lo squallido e corrotto mondo dei casinò di Reno, Nevada. Non trovano sviluppi le implicazioni politiche e culturali legate al contesto di fine anni ’60 e che sono accennate anche da qualche immagine di repertorio. Il regista forse ha voluto parlarci anche di politica e di società ma la sua retorica si è rivelata fragile da questo punto di vista.

Per un’opinione diversa, e più elogiativa, da quella qui esposta si veda la recensione di P. Casella:

https://www.mymovies.it/film/2018/bad-times-at-the-el-royale/