3 Marzo 2024
Italic

Farneticazioni “sinistre”

Alla crisi del rapporto fra eletti e cittadini, destra e sinistra fino ad oggi hanno cercato risposte sostanzialmente simili, almeno nelle priorità individuate (e spesso anche nelle soluzioni). Nel nostro paese questa uniformità di lettura dei problemi è più accentuata che altrove ovvero non si avvertono incisivi tentativi di percorsi diversi. Le soluzioni sostanzialmente si riassumono in un ricerca di efficientamento delle istituzioni e del mercato. E’ indubbio che, per l’Italia, semplificare le istituzioni e “liberare” il mercato siano obiettivi necessari, ma –a mio avviso- non sono sufficienti per affrontare la crisi sociale e per recuperare un rapporto proficuo fra politica e popolo. Quella scollatura non puoi risolverla tutta inseguendo sistemi elettorali ed istituzionali che trasformano e consolidano minoranze in maggioranze. Tant’è che in Gran Bretagna, nel Labour Party, tra gli stessi blairiani, si ragiona sulla possibilità di ritorno a fette di proporzionale nel sistema elettorale. Chiarisco che sono d’accordo su sistemi elettorali che garantiscono maggioranze di governo stabili, come sono d’accordo su assetti istituzionali che semplificano il processo decisionale (personalmente sono per l’abolizione del Senato!), ma oggi la priorità che abbiamo è restituire ai cittadini quel protagonismo che è l’essenza della democrazia; perciò diventa prioritario recuperare spazi dentro i quali i cittadini decidono e incidono sugli eletti. Il problema ovviamente non può esaurirsi tutto in esercizi di geometria istituzionale. Il rapporto, specialmente a sinistra, fra base elettorale e rappresentanti si è rotto, perchè non c’è stata adeguata  capacità (e anche voglia) di leggere la realtà. I tradizionali blocchi elettorali (la base sociale della sinistra) ormai sono travolti da radicali cambiamenti socio-economici, da un’immigrazione che appare sfuggire di mano, dalla globalizzazione, dalla digitalizzazione e dall’automazione che produrranno la perdita di milioni di lavoro (entro il 2015 si calcola che sarà cancellato un terzo dei lavoratori del commercio). E’ l’affermarsi della cosiddetta  gig economy, in cui il posto fisso –tradizionale bacino di consenso della sinistra- diventa marginale, affermandosi sempre più il lavoro a richiesta (secondo Forbes, entro il 2020, negli Usa il 50% delle persone lavorerà almeno in parte come “autonomo”). Questi cambiamenti producono paura ed incertezza, stati d’animo che sono tutt’altro dal positivismo ottimista che ha caratterizzato l’affacciarsi della sinistra socialista nella storia. A questi cambiamenti, quindi, non si può rispondere con un generico richiamo a possibili soli dell’avvenire e non mi pare possa dare soluzione un keynesismo senza soldi ovvero il posto di lavoro imposto per legge. La ricerca di una piena occupazione diventa davvero una sfida impossibile, se non si mettono in discussione alcuni assetti consolidati del sistema capitalista, non in quanto tale, ma come ad oggi lo abbiamo conosciuto. In un’economia che tende a produrre pochi posti di lavoro ben pagati e superspecializzati e una cospicua fetta di lavoratori (di servizio) precari e spesso mal pagati, è evidente che il reddito da lavoro non basterà a garantire adeguata qualità dell’esistenza. Questo significa -ma ne parlo senza competenze, solo per suggestione- che dobbiamo ragionare sui profitti straordinari da automazione (a bassa intensità di manodopera); cioè se e quanto questi profitti debbano  essere in parte obbligatoriamente investiti per sostenere/stimolare i redditi di nuovi/vecchi lavori rivolti alla cura della persona (cura fisica, ma anche immateriale, cultura, tempo libero,ecc.) e di città ,quartieri, territori (manutenzione); se , in questo contesto, non si debba recuperare un ragionamento su un reddito minimo garantito universale, ma che “imponga” controprestazioni di natura pubblica. Ciò significa non spendere di più, ma qualificare la spesa pubblica, favorendo quella produttiva, ridiscutendo privilegi e prebende, trasformando i “bonus” in sostegni a progetti di servizi collettivi, riorganizzando la spesa sociale, in modo da spostarla dal sostegno “passivo” a all’impegno “attivo” dell’assistito, alleggerendo così anche la rigidità burocratica ed organizzativa. Significa “allargare” in concetto di risorse pubbliche oltre le limitate disponibilità monetarie, misurandosi anche lo Stato, il pubblico, con quella straordinaria innovazione (Shumpeter avrebbe di che dire) che l’individuo (e non dimentichiamo che il capitalismo -ed è stata la sua arma vincente sul comunismo- ha proprio il merito di aver “creduto” nella capacità di autodeterminazione del singolo) ha inventato in questi anni, trasformandosi da consumatore a produttore-consumatore. Mi riferisco a quell’economia dello scambio (ovvero il cosiddetto capitalismo delle piattaforme)  che potrebbe stabilmente integrare l’economia tradizionale, prevedendo tempo in cambio di servizi, servizi in cambio di prodotti, prestazioni in cambio di detassazione. Reddito minimo garantito, servizi collettivi di quartiere, economia di scambio, recupero delle reti di territorio, redistribuzione dei profitti da innovazione in quota parte verso i lavori socialmente utili; queste mi sembrano le strade che la sinistra dovrebbe sforzarsi di battere nella ricerca di un senso. E non mi si risponda che sono ricette rozze e fantasiose, perchè di questi temi si discute in un paese come gli Stati Uniti dove si stanno rivalorizzando gli istituti locali (dalle banche ai negozi), dove si sta ragionando -un vero e proprio tabù che viene scalfito- anche sul diritto dello Stato di recuperare parte delle grandi ricchezze ereditate, quando sono comunque frutto di investimenti pubblici (in termini di contesto), così come si ragiona anche di reddito minimo garantito per alimentare i consumi e soprattutto per qualificare la spesa assistenziale e ridurre il disagio sociale, quindi i suoi effetti negativi sulla società. In un tale approccio globale è del tutto evidente che l’altra faccia del problema della crisi di consenso della sinistra tradizionale, almeno in Europa, cioè la gestione dell’immigrazione (l’altra leva del populismo), può trovare risposte meno deboli, stabilendo limiti e regole, trasformando quel problema in un’opportunità (dovremmo per esempio interrogarci sui possibili legami, le opportunità, che le comunità di migranti possono stabilire fra paese d’accoglienza e paese di provenienza), ridefinendo lo stesso concetto di comunità , il patto sociale che la tiene insieme. In conclusione, perchè la sinistra riesca a recuperare un rapporto proficuo con i propri possibili elettori non bastano le riforme istituzionali (che peraltro dovrebbero essere anche fatte bene!), ma deve  recuperare il vecchio vizio di tentare strade nuove. In un futuro che ha (e temo avrà per molto tempo)  l’incertezza e la mutevolezza del  pulviscolo digitale.