4 Marzo 2024
Poetry

Orazio: all’amicizia ritrovata

O saepe mecum tempus in ultimum
deducte Bruto militiae duce,
quis te redonavit Quiritem
dis patriis Italoque caelo,

Pompei, meorum prime sodalium,
cum quo morantem saepe diem mero
fregi coronatus nitentis
malobathro Syrio capillos?

Tecum Philippos et celerem fugam
sensi relicta non bene parmula,
cum fracta virtus et minaces
turpe solum tetigere mento;

sed me per hostis Mercurius celer
denso paventem sustulit aere;
te rursus in bellum resorbens
unda fretis tulit aestuosis.

Ergo obligatam redde Iovi dapem
longaque fessum militia latus
depone sub lauru mea, nec
parce cadis tibi destinatis.

Oblivioso levia Massico
ciboria exple, funde capacibus
unguenta de conchis. Quis udo
deproperare apio coronas

curatve myrto? Quem Venus arbitrum
dicet bibendi? Non ego sanius
bacchabor Edonis. Recepto
dulce mihi furere est amico.

 

Pompeo, il primo dei miei amici,
chi ti ha restituito cittadino agli dèi patri e al cielo italico?
e pensare quante volte, agli ordini di Bruto,
ce la siamo vista brutta,
quante volte però abbiamo spezzato il giorno che indugiava
con il vino e una corona in testa
i capelli profumati di terre lontane!

Con te ho provato il disastro di Filippi e la fuga
a gambe levate, lo scudo buttato senza onore,
quando l’eroismo venne sbaragliato
e uomini truci e minacciosi caddero faccia a terra.
A me Mercurio, in un baleno, mi strappò ai nemici
grazie a una nebbia fitta, che me la facevo addosso;
te invece la bufera della guerra ti risucchiò di nuovo
nei suoi gorghi tempestosi.

Allora offri a Giove il banchetto promesso
rilassa i fianchi stanchi di tante battaglie sotto il mio alloro
non risparmiare le anfore a te destinate
leva le coppe colme di quel buon vino che dona l’oblio
spargi i profumi dalle capienti conchiglie.

Chi si occupa di improvvisare corone di aglio umido e mirto?
Chi eleggerà Venere arbitro del festino?
Organizzerò un’orgia non indegna dei Traci:
oggi che ti ritrovo è bello fare follie, caro amico.

 

L’Ode II, 7, O saepe mecum tempus in ultimum di Orazio non è forse tra le più famose, ma io la sento di un’autenticità straordinaria, e merita per diverse e fondate ragioni, che non è qui la sede elencare, di essere letta, magari in latino. Com’è vero che purtroppo milioni di italiani non conoscono la lingua dei loro avi, non mancano tuttavia buone traduzioni, cui io ora oso aggiungere la mia versione che ho condotto da interpres (così i latini chiamavano il traduttore: ‘interprete’): cioè nel rispetto dell’originale, con qualche licenza (mi riferisco, per esempio, all’ultimo verso in cui ho inteso – riprendendo l’intuizione di Mario Rapisardi – restituire pregnanza all’ultima parola che chiude il testo oraziano, amico, per cui ho scavalcato il finale sentenzioso con uno più affettuoso).

Perché Orazio, dunque? e perché fra tante poesie del grande autore latino ho scelto proprio questa poesia? A farmi approdare a questo testo è stata un’altra ode, la più famosa e meno bella seconda (a mio modesto parere) del terzo libro, che contiene quel famigerato passaggio «dulce et decorum est pro patria mori», assunto come slogan del più abbietto patriottismo guerrafondaio fra Otto e Novecento, e sul quale un giovane poeta inglese, che morì durante la Grande Guerra una settimana prima della fine delle ostilità, dico Wilfred Owen, scrisse una bellissima poesia dopo un attacco al gas nervino, dal titolo appunto Dulce et decorum est pro patria mori, rifacendo il verso alla retorica nazionalista dei suoi anni. Un’esca decisiva se è vero che solo una decina di anni dopo, nel 1930, nella riduzione cinematografica del romanzo Im Westen nichts neues (‘Niente di nuovo sul fronte occidentale’) di Erich Maria Remarque, All Quiet on Western Front di Lewis Milestone, un professore fanatico scriverà lo stesso verso di Orazio sulla lavagna di un’aula di un liceo per invogliare i suoi giovani ingenui studenti ad arruolarsi per la gloria del Kaiser, ignari di quel che è davvero la guerra, che li avrebbe travolti uno per uno. Sfortuna maggiore per un verso oraziano – che andrebbe letto all’interno del suo componimento – non poteva darsi. Proprio alla fine di questa ode, incentrata sul concetto morale di virtus del civis, il poeta avvisa che il neglectus (il trascurato, lo scioperato) che deseruit (‘è venuto meno’ al suo compito, al suo dovere) verrà un giorno raggiunto dalla Poena, per quanto essa sia claudicante (pede claudo): un verso che purtroppo è stato mal inteso, sì che qualcuno tradusse: «il ribaldo che fugge»… Ma non è lo stesso Orazio a confessare di essere “fuggito” a gambe levate (qualche commentatore ha giustamente visto nello scudo abbandonato più che un fatto chi sai mai se davvero fatto, un richiamo letterario: vedi Alceo e Archiloco) da una battaglia in cui c’era, oltre alla Patria, un grande bene da difendere, ossia quella libertà cui un partito, ispirato al decisionismo populista cesariano, stava attentando? Ed eccomi giunto all’ode in questione, la settima del secondo libro, che rievoca con tono dimesso e ironico (se non autoironico) un episodio di “vigliaccheria”. Lo rievoca – mi vien da dire – en passant, perché rileggendola mi sono accorto che non solo quest’ode non si preoccupa di confutare quel che raccomanda invece l’ode III 2, ma si propone come un piccolo elogio dell’amicizia, e in particolare di quei rapporti fatti di eventi – dai più luttuosi ai più eroici ai più sciocchi – vissuti insieme, condivisi. Quasi a dire che l’amicizia non si pesa con il bilancino del moralismo o degli interessi, ma si nutre della vita. E il bello è che Orazio, troppo schematicamente identificato come poeta della “misura”, qui perde la misura, perché per festeggiare l’amico ritrovato farà una baldoria più grande di quella per cui in quei tempi erano famosi gli Edoni, con cui Orazio designa per sineddoche i Traci, un simpatico popolo che abitava i Balcani sud-orientali, e che pare fossero guerrieri indomiti e impareggiabili beoni.

La milizia volontaria a Filippi, fondata evidentemente su un’ideale che accomunava i due amici, appare dunque come un episodio lontano, che la memoria restituisce con essenziale sincerità, senza manipolarne gli esiti, tantomeno stabilire graduatorie di merito (dopo la disgraziata battaglia, Orazio torna a casa, senza onore ma vivo; Pompeo, volente o nolente non lo sapremo mai, s’imbarca nella flotta di Sesto Pompeo, il quale continuerà la sua guerra personale contro il triumvirato, fino alla disfatta), e grazie alla fortuna e alla clemenza dello stesso Ottaviano (che nel 29 concesse un’amnistia ai reduci delle guerre civili, compresi quanti si erano schierati contro di lui, permettendo loro di rientrare a Roma, come cives, cioè in possesso della cittadinanza), essi possono ritrovarsi in una pace che si spera riuscirà a durare più anni di quanti non siano già trascorsi da quei tremendi fatti.

A poco a poco il cerchio oraziano comincia a chiudersi intorno a un concetto tanto elementare quando spiazzante: ci si rivede finalmente, dopo tanti anni, per discutere ancora di politica rinfacciandosi magari rimpianti e rimorsi, o per riconoscere nell’altro il proprio simile, l’amico? Interessa di più l’esaltazione del valore militare o l’essere sopravvissuti? Domande retoriche: quel che interessa a Orazio è la vita nei suoi valori più certi e meno illusori, i quali possono apparire più “leggeri” agli spacciatori di eroismo gratuito, e tuttavia sono ben radicati nell’istinto dell’animale uomo. Valori senza i quali non riusciremmo a buttarci alle spalle l’insensatezza di certe scelte, formulate sulla base di ambizioni fatue e deliranti impazienze, e quindi, vedendo finalmente tutto a distanza, ormai compiuto e irrecuperabile, a sorriderne, perché quello che importa è che la vita continui.

Salvatore Ritrovato

Salvatore Ritrovato (1967), poeta, critico, docente di letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università di Urbino. Fra le sue ultime pubblicazioni, la nuova edizione di La differenza della poesia (Puntoacapo, 2017), e la breve raccolta di versi, Cercando l’isola (Fiorina edizioni, 2017).