20 Giugno 2024
Sun

Marco Revelli, La politica senza politica. Perché la crisi ha fatto entrare il populismo nelle nostre vite, Einaudi, Torino 2019, pagg. 240, 14 euro

«La “politica senza politica” è quella dell’epoca in cui la politica si è identificata con la democrazia, e questa a sua volta è entrata in una condizione di crisi profonda e prolungata. È la politica del nostro tempo, impotente eppure pervasiva, volgare e eppure astrusa, distante dalla vita degli uomini eppure presente nel loro spazio quotidiano. Soprattutto vuota, nel significato che al termine dà Gilles Lipovetsky nel suo L’ére du vide: cioè smaterializzata, privata di quel nucleo duro collettivo che si chiamava bene comune, tipica di un tempo in cui la res pubblica non ha più un legame solido, un ancoraggio emozionale stabile e quindi fluttua, come contagiata da un “male liquido”». Così scrive Marco Revelli in apertura del suo libro La politica senza la politica. Perché la crisi ha fatto entrare il populismo nelle nostre vite (Einaudi, 2019).

Abbiamo dunque a che fare con un’identificazione che ci pare molto difficile: un intera sfera del sociale (la politica) che si identifica solamente con una «forma» di essa (la democrazia) la quale, per fatti suoi, è completamente in crisi. Ma che cosa accade quando la politica si identifica con la democrazia?

È come se l’idea di sedia si identifica completamente con una singola sedia reale che ho qui davanti a me, escludendo tutte le altre forme di sedie che ci sono al mondo. Si perde in complessità e si guadagna in concretezza effettuale però bilanciata solo su un singolo argomento. Una politica («senza la politica») a senso unico, dunque. Una politica basata solo sulla semplicità. La schematizzazione. L’assenza della complessità, della multivocità della multifocalità. Un mondo semplice e primordiale, dunque, quello in cui germogliano i «nuovi populismi».

In fondo, sembra dire Revelli, tutto ha una radice comune. Come scrive in questo libro: «Un sentimento generalizzato di diffidenza, che è, insieme, segno di distanziamento, di “sottrazione”, e manifestazione di sorda ostilità. Bisogno di trasparenza e timore dell’inganno. Soprattutto, disillusione. Disincanto: lo Entzauberung weberiano con cui si dichiarava il “disincantamento del mondo” come fine delle credenze ingenue di ogni stato nascente e il passaggio alla consapevolezza della nuda realtà. È questo il fondamento affettivo di quello che egli chiama “il grande problema politico del nostro tempo”: la crisi di fiducia».

Oggi siamo in un mondo ridotto al grado zero delle proprie pulsioni, all’underground di natura e cultura: un mondo disincantato dove non c’è più spazio per la fiducia rispetto ai politici che ci stanno governando e, nello stesso tempo, si assiste allo spettacolo nuovo dell’affermarsi di nuovi populismi che riescono a rendere questo disincanto motivo di aggregazione ma anche di rivendicazione sociale.

A questo stato del tutto affettivo se ne aggiungono tre (come cause del fenomeno che stiamo analizzando) che sono di natura sociale:

  • La crisi della democrazia;
  • la crisi della forma-partito;
  • la grande crisi economica che ha attraversato il Pianeta dal 2008.

Dal punto di vista strettamente sociale in che condizione stiamo oggi? Scrive ancora Revelli: «Ci troviamo dunque di fronte a una condizione premoderna, con pochi signori, un’esigua classe intermedia, e un esercito sterminato di poveri in condizione pre-servile o servile tout court». La «politica senza la politica» germoglia, dunque, su un terreno fecondato da una triplice crisi nel quale oramai le diseguaglianze si fanno ogni giorno più appariscenti.

Crisi della politica? Crisi della democrazia? E se il populismo, in definitiva, non fosse altro che il sintomo di una crisi stessa della democrazia? La parola «democrazia» con «il populismo intrattiene un rapporto di stretta intimità. Non solo perché democrazia e populismo condividono la stessa radice: demos e populus si riferiscono al medesimo oggetto. Ma perché tendono, proprio per quell’identità del rispettivo “sottostante”, per quella comune radice, a operare come una coppia complementare: quando l’una (la democrazia) è in salute – quando il demos trova la propria soddisfazione – l’altro, il populismo, si ritrae, ma quando il populus soffre, anche la democrazia entra in sofferenza. E il populismo alza la testa e invade il campo». Di cosa soffre il populus? Mancanza di fiducia, invidia, ira, povertà, impoverimento, disincanto. Gli ingredienti per l’avvento del populismo ci sono tutti. In fondo dal punto di vista politico il populismo manifesta solo «l’inceppamento» del meccanismo politico della rappresentanza. «Ogniqualvolta una parte del popolo, o un popolo tutto intero, non si sente rappresentato, si ripresenta in un modo o nell’altro un qualche tipo di reazione cui si dà il nome di populismo».

Triplice crisi, mancanza di fiducia, crisi della rappresentanza: una politica che si scioglie nella democrazia e una democrazia in preda a derive televisive e mediatiche… Bernand Marin afferma che oggi «saremmo in presenza di una nuova metamorfosi politica, in corrispondenza di una seconda trasformazione sociale (potremmo dire di una “terza rivoluzione industriale”): la democrazia del pubblico va sostituendo la precedente democrazia di partito (esattamente come quella aveva sostituito il parlamentarismo delle origini), perché la stabile società di classe novecentesca si va liquefacendo». Continua Marco Revelli: «E alla consolidata struttura della modernità industriale si sostituisce l’infinita complessità mobile ed effimera dell’ipermodernità riflessiva, in cui i media entrano di prepotenza nel discorso pubblico assorbendo lo spazio politico. È la rilevanza di questo fattore la principale ragione – ma non l’unica, come vedremo – di quella che appare come una delle caratteristiche più evidenti del nuovo modello di rappresentanza: la ri-personalizzazione della scelta elettorale. Nella democrazia del pubblico, infatti, non si vota più in primo luogo il partito e il suo programma – come avveniva, appunto, nella democrazia di partito – ma si torna a votare soprattutto la persona, come nel “parlamentarismo” delle origini. Con una differenza, tuttavia, sostanziale: che allora la personalità del rappresentante verso cui si orientava la fiducia del rappresentato era il frutto di una relazione a sua volta personale e di una conoscenza diretta: qui, al contrario, è il prodotto di un processo artificiale di costruzione dell’immagine nella quale il mezzo televisivo in particolare gioca un ruolo predominante. È una personalità fabbricata secondo una procedura tecnica di elaborazione mediatica. Ed è, allo stesso tempo, una personalità effimera, il cui appeal dura lo spazio di un mandato, talvolta di una campagna elettorale, ed è spesso destinato a evaporare con l’esaurirsi dei mezzi finanziari necessari per alimentarlo».

Ma quand’è che si perde la fiducia? Quando qualcosa (o qualcuno) viene meno alle aspettative che si hanno su di esso (o su di lui). E quando questo fatto avviene, a populismo conclamato, la politica senza la politica assume dunque una forma precisa. Quella sedia di cui si diceva era ed è pur sempre una sedia di un certo tipo, di una certa marca, fatta da determinati materiali. Allora si ha che questa forma nuova, cui si assiste nel «vuoto» causato dall’assenza della politica (che tra l’altro ha anche divorziato dal potere divenuto nel frattempo economico-finanziario) ha a che fare con le sfere della tecnologia, dell’economia, della comunicazione e dell’antropologia. Manca la fiducia e si vota – dal punto di vista del condizionamento mediatico e soprattutto televisivo – in modo nuovo. Non si privilegiano più i conglomerati tradizionali ma si cerca qualcuno (magari un capo carismatico) che sembra rispondere meglio alle aspettative che si hanno. Ed essendoci l’invidia: si preferisce meglio che l’altro vada in rovina piuttosto che avere un tornaconto per sé. Ed essendoci l’ira si congloba l’ira verso l’immigrato, il diverso, l’altro-da-sé. Quella forma che nasce è dunque la politica populista: ovvero quella forma politica (che non è anti-politica) che nasce e germoglia dall’assenza della politica e dall’assenza di fiducia nella politica da parte dei cittadini.

Gianfranco Cordì

Gianfranco Cordì (Locri, 1970), ha scritto dodici libri. E' dottore di ricerca in filosofia politica e giornalista pubblicista. Dirige la collana di testi filosofici "Erremme" per la casa Editrice Disoblio Edizioni. Dirige le tavole rotonde di filosofia del Centro Internazionale Scrittori della Calabria.